L’ultima missione di Pacquiao

È stato l’unico senatore a diventare campione del mondo nella boxe. È stato portabandiera alle Olimpiadi senza gareggiare alle Olimpiadi. È favorevole alla pena di morte ma è il personaggio di un videogame, dove nessuno muore veramente mai. La voce di Dio gli è andato in sogno e lui con la propria ha inciso un disco. Ha visto la sua faccia stampata su un francobollo e il suo corpo scolpito in una statua alta tre metri a Manila.  È un metro e 66 e si è messo a giocare a basket. Ha fondato il Partito del Popolo e ha una villa a Beverly Hills. È il solo predicatore del Vangelo ad aver lanciato una linea di profumi. Ha soccorso le vittime di tifoni e tempeste e difeso amici corrotti, giocatori d’azzardo illegali. Ha fatto la pubblicità per detergenti e medicinali e ha avuto un allevamento di galli da combattimento.

È stato, è stato, è stato, e non ha smesso ancora d’essere. Manny Pacquiao, 42 anni, filippino, sbattuto dalla Nike fuori dalla sua lista di testimonial per commenti definiti ripugnanti verso gli omosessuali, ha stretto intorno all’ombelico le cinture dei mosca, supergallo, piuma, superpiuma, leggeri, superleggeri, welter e superwelter. Ma non ha finito ancora. Si chiama Yordenis Ugas il campione WBA dei pesi welter al quale stanotte vuole togliere il titolo per poi dire basta. Forse. Lo chiamano Pac Man e nelle Filippine lo vogliono presidente, lui che è nato poverissimo e che a 12 anni affidò ai pugni la sua scalata sociale, dopo aver visto boxare Tyson e Douglas. Ha fatto il muratore e si è laureato in Scienze Politiche. Da dilettante ha perso 4 incontri su 64, a sedici anni era già professionista, a venti campione del mondo. Ha avuto quasi più vite che pugni in faccia. Come si può pensare di avere di lui un solo giudizio?

 

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Slalom 22 febbraio 2020

 

C’è tutto questo incrocio di mondi contro il povero Yordenis Ugas, che pensava di dover mettere la sua corona WBA in palio contro Fabian Maidana e invece si ritrova scaraventato dentro una tempesta. A Pacquiao toccava invece Errol Spence, campione WBC e IBF, ma si è lesionato la retina e i promoter hanno mescolato il mazzo di carte e le hanno redistribuite. Quasi due mesi a preparare una battaglia contro un altro pugile mancino – spiega Mario Giambuzzi di Sky, che trasmetterà il match in pay per view – per ritrovarsi poi un avversario completamente diverso, molto concreto e sempre a caccia del KO

E che dovrebbe dire allora, Ugas? Oro mondiale, bronzo olimpico, scappato da Cuba negli USA una decina d’anni fa e adesso al match della vita contro un uomo che allo stesso tempo può essere raccontato sia come una leggenda sia come un pugile che non combatte da due anni.

 

 

Ha scritto Fausto Narducci per la Gazzetta dello sport che c’era un tempo in cui gli appassionati e gli esperti si interrogavano su chi fosse il numero uno pound per pound, cioè della classifica che mette a confronto tutte le categorie pugilistiche. Poi è arrivato lui, Manny Pacquiao, e le discussioni sono finite: nella storia del pugilato moderno non era mai esistito un campione capace di partire dai pesi mosca per imporre la sua legge in tutto il pentagramma delle categorie e ce ne sono stati pochissimi capaci di combattere quasi senza guardia, capaci di mulinare le braccia a distanza come fionde e arrivare al bersaglio con la stessa potenza in entrambe le braccia

I genitori si separarono perché mamma Dionesia beccò suo marito Rosalio con un’altra donna. Lui era il quarto di sei fratelli e si prese tutti a carico. Ha fatto l’ambulante e picchiato la teppaglia che in strada sfotteva i suoi fratelli. La sua infanzia è diventata un film. Dario Torromeo ha raccontato sul suo blog: “Vendeva ninnoli lungo strade piene di buche, dove bambini mezzi nudi e dai capelli arruffati inseguivano per divertimento vecchie ruote arrugginite di biciclette. Al più piccolo dei Pacquiao piaceva studiare, ma non voleva crescere in un posto senza futuro. E General Santos City, Cotabato del Sur, lo era. Aveva così cominciato a coltivare un sogno. Sarebbe diventato un pugile, sarebbe diventato ricco con lo sport. Ogni pomeriggio avvolgeva attorno alle manine dei piccoli asciugamani e mimava le azioni che aveva visto fare ai compagni più grandi. Solo molti anni dopo avrebbe saputo che quel gioco, nel pugilato, si chiamava “fare le figure”. L’aveva capito quando quei colpi sparati all’aria erano diventati la dieta quotidiana nel menù della fatica. Il primo a credere che avrebbe potuto farcela era stato Dizon Cordero, un ex pugile che da dilettante era riuscito a vestire la maglia della nazionale filippina. Gli aveva insegnato l’arte, gli aveva imposto la disciplina. Lo aveva portato in casa, dove aveva potuto assicurargli un pasto e un letto per dormire. Dopo un solo mese di allenamento il ragazzino aveva fatto l’esordio sul ring. E aveva vinto per k.o. al primo round.

Oggi sul braccio sinistro Pacquiao porta tatuati i nomi della moglie e dei suoi cinque figli. 

Fare a pugni – ha raccontato Claudio Colombo su la Lettura quattro anni fa – è l’esercizio nel quale riesce meglio, una specie di talento naturale che gli consente di stare sul ring come un re seduto sul trono: è il suo mondo, la sua casa. La carriera di Manny va giudicata nel suo complesso: ed è stata, pugilisticamente parlando, una carriera da mille e una notte. Nelle Filippine lo hanno soprannominato «il pugno nazionale» ( pambansang kamao, in cebuano), nel resto del mondo è conosciuto come Pac-Man, l’antenato dei videogiochi. Le sue qualità – mancino naturale, grande mobilità di gambe e tronco, rapidità di pensiero e di pugno – lo hanno proiettato nell’Olimpo attraverso alcune tappe fondamentali, come la trilogia di match disputati contro il messicano Erik Morales, gloria del «boxeo tricolor», e i quattro combattuti contro Juan Manuel Márquez, altro mito del pugilato messicano. E se è stato il suo sinistro a chiudere la carriera di Oscar De La Hoya, tra i pianti della boxe americana, lunga è la lista di avversari di altissimo profilo da lui regolarmente battuti. Resterà incompiuto, invece, l’assalto a Floyd «Money» Mayweather (Las Vegas, 2 maggio 2015), presunto «match del secolo» da derubricare a flop inguardabile: dodici noiosissime riprese dominate dal pugile americano. Pac-Man, insolitamente remissivo, dimostrò di aver combattuto con un problema alla spalla, ma poco conta ai fini della storia. Contano invece i quasi 100 milioni di dollari incassati come «borsa» per quel solo combattimento, ciliegina su una torta alta un miliardo guadagnata in 22 stagioni di professionismo.

 

  È il contesto dove sei nato a fare la differenza. Quando sei Floyd Mayweather sai che farai il pugile. Quando nasci Manny Pacquiao non lo sai se farai il pugile, ma se poi uno così lo diventa andarci contro è come combattere con una corazzata

Luciano Spalletti al Corriere della Sera, 22 novembre 2018

Al culmine della consacrazione, Emanuela Audisio su Repubblica scrisse di lui: Fight Club. Al posto giusto. Trecentosessantasei pugni tutti a segno. C’è una belva sul ring, una tigre violenta che azzanna, e non molla nemmeno davanti alle cannonate. Fa il pugile, nella vecchia maniera, dando molto, sprecando tutto, senza risparmiare la faccia, mischiando fama e politica, e forse diventerà anche presidente delle Filippine. È un dio nel suo paese, nel suo clan, una trentina di persone, fanno la conta per dormire ai piedi del suo letto. Durante le dirette dei suoi match, il tasso di criminalità scende in tutte le Filippine. Folklore da poveri disgraziati? Mica tanto, se l’altra notte anche il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha definito il suo match a Las Vegas «uno spettacolo impressionante». Pacquiao combatteva contro il portoricano dal nome sfortunato, Miguel Cotto, 29 anni, finito a terra varie volte e poi sbattuto giù alla 12esima ripresa. Ha deciso di dedicarsi al pugilato dopo essere scappato di casa a 14 anni, per punirlo di una marachella, il padre cucinò e si mangiò il cagnolino a cui Manny era affezionatissimo, e da quel giorno il ragazzo decise che avrebbe sfogato la propria rabbia prendendo a pugni la gente

 

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Slalom 6 marzo 2021

 

Giulia Zonca per la Stampa ha scritto che era dai tempi di Tyson che non si vedeva tanta cattiveria sul ring. A vederlo coperto di cinture, senza guantoni e con le braccia a riposo sembra impossibile che sia uscita da lì. Da uno con il sorriso sbilenco, da uno che vive da piccolo gangster anche se non ha mai avuto a che fare con la criminalità e mantiene loschi individui incaricati di aiutarlo in non si sa cosa solo per pagare stipendi inutili a qualche poveraccio e «far arrivare dollari a chi non li ha mai visti». A vederlo sembra davvero uno normale, persino troppo e quando ha iniziato a fare sul serio con la boxe era quello che tutti pensavano di lui. Passava per un personaggio, perché viene dall’Asia che non ha mai regalato grandi pugili, perché era diverso da ogni nome visto in giro, perché lo sponsorizza Bob Arum, il manager che ha lavorato con Ali, con Hagler, con Sugar Ray Leonard. Ha riacceso la boxe in bilico tra noia e baracconate

Ivo Romano, sempre su la Stampa, lo ha definito un dio pagano. Dire che Manny Pacquiao sia ricco – parole del 2010 – significa usare un eufemismo: è molto di più, se l’anno scorso, secondo Sports Illustrated, è stato il sesto atleta più pagato del mondo, con ricavi per 40 milioni di dollari (non esita a elargire grosse somme alle 200 persone del suo a dir poco numeroso staff)

 

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Slalom 7 dicembre 2019

 

Stravaccato su un divano del Mandarin Oriental Hotel di Manila, nell’aprile del 2012 diede una lunga intervista a Raffaele Panizza per Sportweek. Aveva tra le mani un iPad sul quale era scaricata una versione digitale della Bibbia. Pacquiao sottolineava in rosso le parole di Gesù, in nero le considerazioni degli evangelisti, perché – disse –  «bisogna sempre distinguere il grano dal loglio».

«Se fossi morto anche soltanto un anno fa – raccontò – sarei finito dritto all’inferno. Invece ho fatto un sogno, lo scorso novembre, dopo l’incontro con Juan Manuel Márquez. Camminavo in un bosco e Dio si è rivolto a me. – Perché ti allontani dalla mia luce, figlio?: ecco cosa mi ha detto. Io allora mi sono messo a piangere. E devo averlo fatto anche nella realtà. Perché al mio risveglio il cuscino era umido di lacrime. Da quel giorno, sono suo. Ho smesso di scommettere e di giocare a biliardo. E poi ho dato via tutti i galli da combattimento, una delle mie più grandi passioni. Lo yacht è il regalo di un caro amico, il politico Chivit Singson. Un tipo strano, che tiene due tigri libere in giardino. Non mi va di contrariarlo».

Era già membro del Congresso, dove spiccava per assenteismo. Colpa della boxe e dei suoi impegni, si giustificava. «È un anno e mezzo che vado al Congresso – raccontò Pacquiao – e ogni volta è una processione di autografi, foto. Mi fanno salutare i parenti al telefono, si mettono a dare pugni all’aria, mi invitano a battesimi e matrimoni. La prima ora e mezza di ogni seduta va via così». Aveva inviti per circa 800 funzioni religiose all’anno. «Mia moglie è felice, prega con me. I figli devono crescere senza le influenze nefaste della mia fama. A casa li raccolgo sul divano e leggo loro la Bibbia. Piccole lezioni. In modo che crescano umili, rispettosi e gentili. Con gli amici uso il telefonino. Sms con testi del Vangelo commentati». 

L’alternativa alla Bibbia sull’iPad era all’epoca Temple Run, quel videogame dove bisognava fuggire da un labirinto e mettere le mani su un tesoro. Disse che gli sembrava la metafora della sua vita

in tv domani ore 5.45 Sky (pay per view, collegamento per il sotto-clou dalle ore 3)

 


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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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