Il derby che ribaltò Torino

  ▻   La domenica in cui il Torino cominciava a vincere il suo ultimo scudetto senza saperlo, nel dicembre del 1975, Giampiero Boniperti raccontava di non ricordare il suo primo da giocatore, ma quello da presidente sì, perché lo aveva perso cinque anni prima. Uno dei più discussi e nervosi tra tanti, con un pigiapigia finale tra Anastasi e Cereser, la folla dagli animi accesi fuori dallo stadio. «Ho rischiato l’infarto» diceva Boniperti nel ricordarlo. 

Accanto a lui in tribuna stava adesso Enzo Bearzot. Stava, non sedeva. Non c’era posto, e lui da appena tre mesi affiancato a Fulvio Bernardini come CT della Nazionale trascorreva in piedi tutti i 90 minuti della partita, “una specie di record” scrisse la Stampa, perfino per “un CT piuttosto atipico, molto schietto e poco cerimonioso”. 

Così poco cerimonioso che all’intervallo tirò fuori la radio dalla tasca, la mise all’orecchio destro e ripeté uno alla volta a chi gli stava intorno i risultati che venivano da Tutto il calcio minuto per minuto. 

Enrico Ameri era a Roma. Napoli in vantaggio all’Olimpico Lazio, con gol di Boccolini su calcio di punizione all’undicesimo minuto, nella domenica in cui succedevano due cose. La prima: tornava in panchina Tommaso Maestrelli guarito dal cancro. Aveva detto a Gianni Minà di non sentirsi «un allenatore che riprende il suo posto, ma un uomo che vive dopo aver rischiato di morire». La seconda: Luis Vinício stava portando con quella vittoria i suoi in testa alla classifica e i 30 mila napoletani in trasferta avrebbero inventato Oi vita mia come coro da stadio. 

 

  Bearzot aveva appena avviato la seconda fase della rivoluzione azzurra, portando in Nazionale altri nomi nuovi. Così spese qualche parola per Antonello Cuccureddu, il 26enne che aveva fatto debuttare in Polonia due mesi prima: «Sa calciare con forza e prontezza, è uno del pochi centrocampisti in grado di battere a rete da fuori area». Si fermò a elogiare Franco Causio, uno dei pochi reduci dal disastro del Mondiale 1974, i suoi spunti, i passaggi, il fatto che «è sempre temibile per l’avversario diretto, sa inventare il passaggio del gol in qualsiasi momento», e poi due giocatori del Torino con una presenza a testa in azzurro grazie a lui, il 24enne Renato Zaccarelli e un ragazzino che portava 44 di piede, Eraldo Pecci.

«Sul suo conto non mi ero sbagliato tanto: dopo la partita con la Finlandia – disse il CT – volevano ritenerlo bruciato, a me sembra che sia stato molto bravo a riprendersi. Quel giorno poteva essere fuori condizione, ma non si possono avere dubbi sulle sue doti».  

Questo 20enne – anzi 20 anni e 7 mesi per la precisione – stava giocando il primo derby, ma ne aveva parlato nei giorni precedenti ai giornali che lo intervistavano con una faccia tosta che il calcio italiano avrebbe presto trovato naturale. Certo che la conosceva quell’aria, disse, ne aveva giocati tanti da ragazzino a Cattolica contro il Gabicce, con la maglia di una squadra – a pensarci adesso – che si chiamava Superga. Oh, e poi a Bologna contro il Cesena: non sono forse derby pure questi?

 

“Quando Pecci parla – scrisse la Stampa – bisognerebbe avere dietro il registratore. Perché parla tanto, perché è divertente, perché sa fare dell’umorismo sugli altri e pure su se stesso (il che non è proprio comune): anche perché con le sue parole riduce tutto a dimensioni semplici, schiette come troppa gente non sa (o non vuole) fare in questo mondo del calcio sempre più pieno di silenzi e smentite e frasi fatte e sempre più povero di personaggi genuini, ricchi di spontaneità come questo giovanotto un po’ guascone, simpatico, soprannominato Paperino”. 

È sempre tutto uguale da sempre. Ci lamentiamo con le stesse parole. 

Raccontava Pecci di sentirsi «un ragazzo come tanti, non mi vedo proprio nei panni del personaggio pubblico anche se ogni tanto i giornalisti mi fanno parlare e i tifosi mi chiedono l’autografo: sono contento di quello che faccio, nella mia vita ho sempre cercato di fare le cose che mi piacciono e mi è andata bene perché mi sono servite. Forse anche studiare mi piace, non lo so mica bene perché ho studiato sul serio solo una volta, pochi mesi quell’estate che mi rimandarono in due materie». 

Al secondo anno di ragioneria. In stenografia e geografia. «La prima materia non mi piaceva, non ne sapevo niente, consegnavo sempre il foglio del compito in bianco: ho fatto cosi pure all’esame e mi hanno dato 3. Però, sono stato promosso lo stesso perché di geografia sapevo tutto, avevo imparato il libro a memoria, e mi meritai addirittura un 9. Che spettacolo, andavo avanti a citare dati e percentuali, popolazioni e produzioni di tutti i paesi. Alla fine dell’esame la professoressa mi disse: – Bravo, questa è musica per le mie orecchie. E così sono stato promosso».

 

  Il Torino aveva perso subito contro il Bologna, pareggiava spesso in trasferta come succedeva in quegli anni e aveva vinto contro il Napoli con un gol segnato da Paolo Pulici con la mano.

Attraversava, Paolo Pulici, un periodo che aveva spinto Gianni Brera a ricredersi sulle sue capacità di sfondatore. Sul Giorno era passato dal parlare di lui come Puliciclone, “centravanti degno di rivestire la maglia azzurra”, uno che “se lanciato, rifarebbe Riva”, a parte di un gruppo di “punteros mediobrocchi e per giunta paurosi”. A un lettore del Guerin Sportivo che per la rubrica L’arciposta gliene chiese conto, rispose che “nei primi giudizi di Pulici obbedivo alla speranza di vedere un pais sostituire Rombo di Tuono Riva: ho poi notato che aveva ritmi assolutamente superiori alla tecnica di cui era in possesso: fra questi e quella esisteva una specie di discrepanza disdicevole: e ho insistito perché frenasse i suoi slanci a vantaggio del controllo e della battuta. Come tanti tecnici passati da Torino, anch’io ho sperato che Pulici esplodesse. Gli ho visto fare gol memorabili, addirittura degni di Pelé, e figuracce sesquipedali, tipiche di un cavallo falso e perciò non molto apprezzabile. Ho anche notato, alla lunga, che Pulici segna sempre in casa, e che fuori, miseriosamente, è sempre lanciato a ritmo irrefrenabile dove non può giungere la palla”. 

 

Torino: Castellini, Santin, Salvadori, Patrizio Sala, Mozzini, Caporale, Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli, Pulici

Juventus: Zoff, Gentile, Tardelli, Furino, Morini, Scirea, Causio, Gori, Anastasi, Capello, Cuccureddu

 

Freddo, nebbia, cinque minuti di ritardo per l’inizio della partita. Francesco Graziani non ancora Ciccio giocava quella domenica con una caviglia messa male e fasciata con un certo vanto dal massaggiatore Bruno Colla. Roberto Bettega si faceva da parte per una gastroenterite all’ultimo minuto. 

Giovanni Arpino su la Stampa nei giorni precedenti si aspettava una partita in cui “la Juve, se non può sfruttare gli improvvisi estri mediterranei di qualche suo uomo, scade malgrado la tenacia combattiva. Il Torino, avvampante o tremendista fino a ieri l’altro, cerca nuove speculazioni”. 

Gli estri mediterranei dovevano essere quelli di Causio e Anastasi, pugliese il primo quanto siciliano il secondo, i celebri meridionali che nella voce del popolo-voce di Dio erano stati comprati perché gli operai emigranti in fabbrica avvertissero maggiore il loro senso d’appartenza verso casa Fiat. I gol arrivarono nell’ultimo quarto d’ora, prima con Graziani di testa su un cross moscio moscio di Zaccarelli, poi con Pulici su calcio di rigore. Il giorno successivo Arpino commento: “La misteriosa bellezza del calcio ha colpito ancora. Le virtù bianconere — e cioè esperienza, senso del collettivo, astuzie di manovra — non hanno potuto salvare i campioni dal doppio colpo infertogli da Graziani e Pulici. È dunque Torino, il Torino, la squadra di Radice a «marchiare» il nuovo corso della pelota: uscito dalla nicchia della prudenza e della dialettica («andiamo avanti giornata per giornata», «chi vivrà vedrà», ecc.) il «collettivo» granata deve accettare oggi nuovi compiti, nuove oggettive responsabilità, sia sul terreno casalingo, sia in campo esterno. La lucidità del suo lavoro, le vampate a largo raggio che sa portare, la forza costruttiva — e non solo irrompente — che getta sulla bilancia delle gare sono elementi non casuali, che la squadra (Radice lo sa benissimo!) sa tradurre in memoria automatica. San Dino ha levato di porta almeno quattro palloni da rete, e questo dato sottolinea una volta di più la carica dell’incontro”.

 

Torino è sempre più Moriana di Calvino, la città con un volto di marmo e di alabastro

e uno di ferro e di cartone, e una faccia non vede più l’altra

Marco Revelli, sociologo

 

Gigi Radice, in quei giorni detto il Tedesco. Oppure, senza troppa fantasia, il Sergente di ferro. 

A un giovane Carlo Nesti, diceva: «Non mi piacerebbe neppure fare questa parte. Se posseggo un carattere deciso, è perché la vita esige un certo comportanento. Un individuo eredita dalla nascita le sue doti temperamentali, ma l’esistenza offre continuamente la possibilità di fare nuove esperienze. I giovani sono più portati ad ascoltare discorsi nuovi. Non ho mai avuto rogne, eccetto quando si doveva giocare in una certa maniera. Venirmi a dire che si è abituati da anni ad interpretare il calcio allo stesso modo non costituisce una valida attenuante, perché bisogna anzi cercare ciò che si può fare piuttosto che ciò che si è già fatto. Se Cereser e Agroppi, che hanno dato moltissimo ai colori granata, sono stati venduti, ciò è accaduto esclusivamente per motivi di ringiovanimento. Nella società per la quale lavoro, non risento di ingerenze dirigenziali di alcun tipo. Il calcio non mi ha deluso, sono stati gli uomini a deludermi». 

 

  Tracce di Gigi Radice in altre interviste rilasciate nel tempo a Emanuela Audisio, Oliviero Beha, Gianni Minà e Gianni Mura per Repubblica.

«Una squadra di calcio oggi non è più – né solo – una squadra di calcio, bisogna vederla come tempo libero di una città, è una cosa importante, di cultura».

«Non mi vergogno a sostenere che ho idee politiche a sinistra, tra il socialista e il comunista: e con ciò? Proprio per questo ho elaborato una visione del calcio e della società che non è più solo quella del training e della panchina». 

«La Juve fa notizia non se vince ma se perde il campionato. E così ha il problema di vincere di più e in modo diverso, c’è la Coppa dei Campioni, c’è il campionato degli incassi». 

«Brera è quel capo indiano che sappiamo, però col Mundial non ci ha preso. Con il gioco espresso dall’Italia non ci ha preso. Quando continua a menarla col gioco all’italiana, vende letteralmente l’aggettivo “italiano” in maniera impropria. Ormai ci si difende riattaccando con padronanza del pallone, non siamo più ai miei tempi, di giocatore, quando il succo era: meglio che la palla sua là, lontana, che qui, vicina. Questo lo si vede ogni domenica. Mi stupisco che Brera non lo noti». 

«Alla gente piace avere un giocoliere cui battere le mani se fa un colpo di tacco, ma per me anche l’essenzialità è un grosso spettacolo». 

«Se il calcio non è anche una scuola di vita, non è niente». 

«Falcao è stato un po’ troppo mitizzato. Ascolto il Processo in tv e sento dire che i giocatori della Roma sono tutti portati per mano da Falcao. Balle. Falcao è semplicemente uno come gli altri e semmai tra Falcao e Di Bartolomei io prendo il nostro».

«Ero riserva nel Milan e non vedevo l’ora di prendere il posto di quello svedese che viaggiava verso i quarant’anni. Ma quello svedese di ferro non si rompeva mai. Un giorno si fracassò la testa, io passai tutta la settimana sognando di rimpiazzarlo e la domenica lui giocò con la testa bendata e lo svedese aveva trentasei anni e io ventitré». 

«La città, quella proletaria e piemontese che tifa granata, in contrasto con la borghesia e gli immigrati in cerca di riscatto che scelgono da sempre la Juve, aspettava un segno, la conferma che era finito il tempo della sottomissione, del vittimismo, delle recriminazioni sterili. Penso che il mio arrivo abbia contribuito proprio al definitivo cambio della mentalità. Il mio Toro di allora aveva classe, i cross pennellati di Sala, il poeta, e i gol in acrobazia di Pulici o di forza di Graziani, gli eroi della curva Maratona, ma aveva innanzitutto il mio Toro del ’76 e del ’77 il piacere della lotta, era tenace, e questo è anche un po’ il mio carattere».

«Quando in una città ci sono due squadre, e una delle due è abituata a vincere tutto o quasi, esistono due campionati: uno è quello vero, l’altro, non meno sentito, è quello rapportato alla Juve». 

«Gli striscioni offensivi, di pura provocazione, non dovrebbero essere tollerati. Se lo sono, è colpa della società ospitante e della polizia, che non ritiene di intervenire in presenza di reato. Non criminalizziamo le curve: in Maratona ci vanno anche le mie figlie, è un fatto di aggregazione, può essere simpatico. Se si tratta di teppisti, intervengano le società, che li conoscono benissimo tutti, nome cognome e indirizzo».

«Che calcio è questo dove chi ha più soldi crede di poter permettersi tutto? Presidenti che solo per il fatto di spendere miliardi si prendono il diritto di fare gli allenatori». 

 

  Quel derby stava capovolgendo una gerarchia che durava dal 1949. Dal giorno tragico di Superga. Il calcio italiano lo avrebbe scoperto solo nel girone di ritorno, quando il Torino in tre giornate avrebbe mangiato alla Juventus cinque punti di vantaggio, vincendo un secondo derby. 

Nel racconto sul Corriere della sera di Ernesto Galli della Loggia che vi arrivava giovane ricercatore per Fondazione Enaudi, nella città di Torino “le pizzerie si contavano sulle dita di una mano; l’aria echeggiava di «cerèa»; via Roma era ancora un «salotto», come piaceva dire a molti suoi frequentatori; e i Murazzi, inconsapevoli dell’incombente furia della movida che li attendeva, ancora conservavano l’aria triste di una rimessa di barche sul lungofiume. Naturalmente Torino era ben altro, in molti sensi. Figuriamoci se non lo sapeva il giovane intellettuale in erba e naturalmente di sinistra, imbevuto di letture e di politica, quale io ero. Per quelli come me Torino infatti era soprattutto il suo passato, esemplare tuttavia per la coerente continuità che la legava al presente. Dal Risorgimento alla Rivoluzione (e chissà: fino a palazzo Campana?); da Cavour a Gramsci, passando per Gobetti ma anche per Giolitti. Il tutto tenuto insieme naturalmente dalla classe operaia: perché a Torino c’era la Fiat. Allora c’era ancora la Fiat. Erano i primi anni ’70, lo ripeto. Anni di laceranti tensioni, di conflitti di ogni tipo, in nome dei quali la città sembrava voler tener fede al nome di «Pietrogrado d’Italia» con cui a suo tempo, in un’altra aspra temperie, nel mezzo di altre tensioni e altri conflitti, l’aveva battezzata mezzo secolo prima Antonio Gramsci, sperando nella rivoluzione. A Torino, tuttavia, la Fiat e gli operai c’erano ancora, e più che mai c’erano ancora scioperi, picchetti, cortei. Ciò bastava perché più d’uno ancora sognasse la rivoluzione, e per affrettarne il corso qualcuno si spingesse più in là. A Torino in quegli anni si cominciava a sparare. Nei gelidi sabati invernali la manifestazioni organizzate dai gruppi extraparlamentari andavano quasi sempre a finire nel modo più tragico. Sulla città si stendeva un’atmosfera livida d’ira e di paura, di attesa del prossimo dramma. A Torino si percepiva che cosa poteva essere, che cosa è, la guerra civile. Insieme a molte altre cose anche quello, però, doveva rivelarsi alla fine un prezioso apprendistato: alla variegata complessità di un Paese come il nostro, a capire ciò che appare diverso e lo è pur facendo parte di noi e della nostra storia; e poi alla necessità di uscire dall’inevitabile radicalità, entusiasta ma sempre un po’ ottusa, della giovinezza. Che forse proprio lì a Torino, infatti, cominciò a finire”.

 

Gian Paolo Ormezzano vide subito – dopo il derby – nel Torino sia la squadra che offriva “tutte le necessarie garanzie per finire in testa la corsa tricolore” sia quella più suscettibile di ridimensionamento “per colpa della tifoseria, che potrebbe dopo tanti sogni non essere in grado di resistere alla meraviglia della massima realtà”.

Ken Read, ventenne canadese di Calgary, vinceva quella domenica a sorpresa la prima discesa di Coppa del mondo in Val d’Isère davanti a Herbert Plank e allo svizzero Russi. Ilie Nastase batteva Bjorn Borg a Stoccolma in tre set, lasciandogli cinque game in tutto e vincendo il suo quarto Masters, superando così l’imbarazzao di una prima partita durante la quale era stato squalificato contro Ashe. La vittoria del Torino parve ancora e soprattutto una sconfitta della Juventus, che portava lo scudetto sulla maglia e che aveva vinto tre degli ultimi quattro titoli, con il solito intervallo della Lazio di Chinaglia. 

Gualtiero Zanetti sulla Gazzetta dello sport scrisse che “la Juventus ha perduto quando ha cominciato a sospettare che il miglior Torino fosse sul punto di spegnersi: allora ha provato a vincere ed è stata irrimediabilmente infilata. Questo è un brutto periodo per la Juventus, o meglio per alcuni suoi uomini che assolutamente non si riesce a riportare a un rendimento accettabile: il discorso riguarda soprattutto Furino e Anastasi. … Ineccepibile la vittoria del Torino. Sono piaciuti il suo temperamento, la schematicità dei suoi temi, non tanti, ma tutti in grado di chiamare in causa i vari uomini, a seconda delle loro caratteristiche”. 

 

  Elio Domeniconi sul Guerin Sportivo si domandava: “Chi ha distrutto la Juventus? L’avvocato Gianni non ha pianto per la sconfitta, si è divertito per il calcio spettacolo del Torino. Il dottor Umberto ha proposto addirittura una fusione con il Torino, segno che neppure lui crede tanto in questa Juventus. Zoff è diventato il portiere-colabrodo: 10 reti incassate in campionato, 6 in Coppa dei Campioni, 4 in Coppa Italia. La Juventus è già stata eliminata dalla Coppa Italia e dalla Coppa dei Campioni e ora rischia anche in campionato: con questa media-gol non vincerà sicuramente lo scudetto. La maggior parte dei giocatori della Juventus sono bravi ragazzi, quindi gli sfottò sono soltanto di natura goliardica. Ma è chiaro che quando parla Parola è come se parlasse la donna delle pulizie. Viene considerato alla stessa stregua”. 

 

L’anno dopo iniziava l’era di Giovanni Trapattoni. Nell’anno di piombo più di piombo, che a Torino si manifestò in modo più doloroso che altrove.

La restaurazione dell’ordine nel calcio si manifestò in tutta la sua beffarda totalità nel campionato dei 51 punti contro i 50, nel quale Gigi Radice un derby lo vinse (ancora) e un secondo lo pareggiò. 

E poi il Torino non fu mai più campione. 

 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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