Gli arcobaleni sul muro di Huy
▻ Jack Nicklaus aveva il Masters di golf, Roger Federer coltiva il suo giardino a Wimbledon, Rafa Nadal è sinonimo di Roland-Garros. E poi ci sono Julian Alaphilippe e Anna van der Breggen, autorizzati a prendere il certificato di residenza storica sul muro di Huy, uno degli arrivi più tortuosi e incantevoli di tutto il ciclismo. Lui è arrivato cinque volte in cima, due volte secondo e tre volte primo, la terza ieri dopo aver saltato la corsa nel 2020. Lei è alla settima vittoria consecutiva. Tutt’e due stavolta con la maglia iridata di campioni del mondo. Gli arcobaleni delle Ardenne. Alé.
Questo è un arrivo che premia chi lo conosce, lo teme e lo rispetta. Gaétan Scherrer su l’Équipe scrive stamattina che “il sentiero della cappella non perdona i presuntuosi. Quattro anni fa, quando David Gaudu scopriva la Freccia Vallone, il suo ardore lo aveva spinto a tentare la fortuna a 250 metri dalla vetta dell’Huy: la rampa si era affrettata a riportarlo in sé, e i corridori più esperti, i più saggi, lo avevano ingoiato nel giro di qualche pedalata”.
Ieri il Gaudu è stato Primoz Roglic, il più grande dissipatore di beni preziosi all’ultimo respiro. È scattato quando ha visto il cartello dei 300 metri, e che saranno mai 300 metri, avrà pensato lui che saliva lassù per la prima volta. A Huy trecento metri sono cinquanta secondi, “un’eternità di acido lattico che lacera i muscoli – scrive l’Équipe – e l’audacia non premia mai il primo tentativo. Quando lo sloveno era all’apice dello sforzo, pochi altri erano nel campo visivo del suo specchietto retrovisore. Ma quando la pendenza si è addolcita a 75 metri dal traguardo, senza moderare lo sforzo, Roglic ha voluto voltarsi indietro per verificare i distacchi che aveva causato, e a quel punto i colori dell’arcobaleno gli hanno brutalmente offuscato la vista. Il proprietario, della corsa, assente l’anno scorso, era venuto a ritirare le chiavi”.
Così, considerato il buco del 2020, si tratta a pieno titolo della terza vittoria consecutiva di Alaphilippe, e meno male che non si sente così in forma. Una vittoria vintage l’ha definita Cycling Weekly. “Il Muro è il suo giardino – scrive ancora Scherrer – e quando Alaphilippe sarà vecchio, merita di poter riposare in uno degli opulenti edifici che ne coronano la sommità, per coltivare i bei ricordi”.
Ciro Scognamiglio sulla Gazzetta dello sport sottolinea che “mai l’ultima e decisiva ascesa a quel Muro splendido e terribile (1,3 km al 9.2% medio e rampe in alcuni punti tipo-garage) era stata divorata a tale velocità: 2 minuti e 40 secondi”.
Filippo Cauz per Bidon ha scritto che “ci vuole una testa dura per continuare a sbatterla contro un muro, in effetti. A meno che non sia il Muro a farsi morbido per accogliere i sogni di chi è nelle grazie degli spiriti del luogo. Per gli altri resta un muro, dritto e duro, contro cui il massimo che si può sperare è cozzarci contro. Un po’ come Maurits Lammertink, che ha concluso al 79° posto, a più di tre minuti da Alaphilippe e al traguardo non ha trovato nessuna tv a intervistarlo. Ma chissà, domenica c’è la Liegi”.
Lammertink è questo ragazzone olandese di trent’anni andato in fuga per 180 km all’Amstel Gold Race domenica e per altri 175 alla Freccia di ieri. “Perché i chilometri al vento – si legge su Bidon – restano nelle gambe e si trasformano in acido lattico, che a nominarlo così sembra una cosa liquida ma di fluido non c’è nulla, visto come diventano duri i muscoli. Acido cementico dovevano chiamarlo, o acido ligneo”.
Valverde è arrivato terzo e si candida per la Liegi di domenica. Nelle sue pagelle per Bicisport Alessandra Giardini gli dà 9 e scrive: “Che cosa gli vuoi dire? Ha vinto questa corsa cinque volte (nessuno come lui, almeno finora), una volta è arrivato secondo e adesso ecco il terzo posto. Domenica compirà 41 anni. Dopo un 2020 a dir poco complicato aveva detto di voler arrivare a Tokyo per poi chiudere. Ma ha già cambiato idea. «Sto talmente bene che potrei fare anche un’altra stagione, no, non credo che sia questa l’ultima Freccia della mia carriera». Mostruoso”.
Pidcock è caduto nel finale. Hirschi e Pogacar non sono nemmeno partiti perché nella UAE Emirates c’erano due tamponi positivi (Diego Ulissi e il general manager Mauro Gianetti).
Anna e le ragazze totali d’Olanda
Anna van der Breggen invece ha vinto tenendo un ritmo che ha sbriciolato il gruppo sulle pendenze. Tutte tranne la polacca Katarzyna Niewadoma, che tra i trecento e i duecento metri ha provato a fare la gradassa, ha messo la ruota anteriore davanti, cercava di forzare. Ma questa per Anna era l’ultima volta a Huy prima del ritiro. Cycling Weekly la definisce “la più difficile delle sue sette vittorie, dopo che gli effetti della malattia sembravano averla frenata all’Amstel”. Spiritosa, alla fine. «L’anno prossimo non darò più fastidio alle ragazze». Fino all’ultimo metro invece sì. Ai 200 metri si è alzata lei sui pedali e buonanotte.
Le donne olandesi non perdono un Mondiale su strada da cinque anni. Ne hanno vinti sei degli ultimi nove. Vanno sul podio ininterrottamente dal 2006, eccetto che nel 2014. Nelle ultime due edizioni hanno fatto prima e seconda: van Vleuten-van der Breggen o van der Breggen-van Vleuten. Sono proprio loro, le ragazze del ciclismo, a promettere di fare dei Paesi Bassi una nuova inaspettata potenza olimpica ai prossimi Giochi di Tokyo. Secondo le previsioni di Gracenote a meno di 100 giorni dalle Olimpiadi, la sua spedizione vale 46 medaglie. Nel 2016 a Rio furono appena 19. Il suo record di sempre risale a Sydney con 25. Il balzo arriverà grazie alle biciclette, su strada e su pista, e alla crescita del movimento femminile in atletica leggera, alla squadra della velocista Dafne Schippers, della quattrocentista Femke Bol e della mezzofondista Sifan Hassan, oro ai Mondiali 2019 sia nei 1500 sia nei 10 mila. Con 16 ori, 16 argenti e 14 bronzi previsti, la piccola Olanda chiuderebbe al quinto posto, dietro giganti come Usa, Cina, Giappone e gli atleti russi senza inno e bandiera. Davanti alla Francia, all’Australia, alla Germania, alla Gran Bretagna.
Del resto, fu proprio una bicicletta che regalarono all’atleta che cambiò l’idea della donna in atletica. Della donna e delle madri. Fanny Blankers-Koen vinse all’età di 30 anni, con due figli, quattro ori ai Giochi di Londra nel ’48 (80 ostacoli, 100 e 200, la staffetta 4×100). Partecipò a 11 corse e le vinse tutte.
“Le avevano detto che era troppo vecchia per provarci – ha scritto Emanuela Audisio per Repubblica – perché non si accontentava di fare la mamma? Gambe secche, fisico asciutto, Fanny veniva da una famiglia di agricoltori. Un bel tipo, aperta, schietta, combattiva. Non solo vinse, ma fece correre le donne fuori dalla caverne. In un’intervista dichiarò che Madame Curie, Maria Montessori, Katherine Mansfield e Fanny Blankers erano le quattro donne più importanti del secolo. Ridicolizzò un giornalista americano, Maxwell Stiles, che insisteva sui pericoli dello sport per la maternità. Non aveva paura a ribadire che i suoi successi erano un mezzo per l’emancipazione femminile”.
La bicicletta gliela regalarono i vicini. «Per non fare più tanta fatica». Lei ringraziò e disse: «È stato facile farvi felici». Anna van der Breggen, a modo suo, è figlia delle sue corse e di quel regalo.