Due cose che vedremo e ci chiederemo perché
| ① il gesto I due modi di tuffarsi ➔ Nell’estate del 2019, durante la lavorazione dei numeri zero di Slalom, quando il logo era diverso perché il nome di Slalom era un altro, un passaggio della telecronaca RAI fece riferimento alle due tecniche di partenza dai blocchi, a piedi giunti (grab start, GS) o a piedi sfalsati (track start, TS) innescando in ordine cronologico: smarrimento, curiosità, panico.
Dove trovare chi ce lo spiega? “La migliore tecnica di partenza sarebbe quella che permette di generare un impulso elevato senza aumentare il tempo di stacco”. Il semestrale InAqua se la cavava così, si era occupato del tema anni fa, rivelando che la partenza è il parametro più importante nel determinare il risultato in 18 gare. Il suo peso sulla prestazione varia dallo 0,8% (nei 1500 metri) fino al 26.1% (nei 50 metri stile libero).
Quattro ricerche sui tempi di reazione risalenti a un periodo tra il 1979 e il 2002 mostravano che in GS erano superiori alla TS; mentre altri cinque studi fra il 1999 e il 2004 sostenevano che le differenze non erano poi così significative. I due più recenti propendevano invece per la superiorità dei tempi in TS. InAqua faceva notare che “ogni vantaggio acquisito in termini di velocità orizzontale viene perso nelle fasi subacquee”.
La scoperta che ricordo come più interessante di quell’estate, a parte il Magnum White Chocolate & Cookies al bar all’angolo della spiaggia, consisteva nel fatto che il 96% dei distacchi erano legati alla fase compresa fra il primo contatto con l’acqua e il passaggio ai primi nove e metri mezzo di gara. La fase subacquea. Ma in tutti gli studi facevano notare che poi esistono le caratteristiche individuali, la bravura di uno o di un altro in questo e quello, le abitudini di ciascuno – tutti elementi che prevalgono sui vantaggi meccanici. Più o meno voleva dire: tuffatevi come volete ma tuffatevi bene.
Il vizio consisteva nel fatto che gli studi erano datati. Ora – colpo di scena – ce n’è uno nuovo. Arriva dalla Iowa State University, a cura dei ricercatori Michael J. Holthe e Scott P. McLean, e supera tutti gli altri perché considera il nuovo design del blocco di partenza. I dati studiati in Iowa, dove si vantano di avere i gelati più buoni del mondo (tout se tient), sono stati raccolti grazie a una videocamera piantata ai famosi 10 metri dalla partenza. Facendola più breve che si può, la track start è migliore perché offre un aumento medio di 10 cm sulla lunghezza del tuffo, con una planata tale da avere un angolo d’entrata non troppo piatto.
da semantic scholar ORG
| ② la tecnica Le dita larghe della mano ➔ Uno pensa ai ciclisti rannicchiati sulla canna della bici in discesa e pensa che con la resistenza fluidodinamica debba funzionare allo stesso modo. Poi guarda i nuotatori, e quelli attraversano l’acqua con le dita leggermente aperte. Sono matti? Perché non le tengono belle unite? Non sono matti. Le dita divaricate, a una distanza tra i 5 e i 10 millimetri una dall’altra, consentono di spingere più acqua. Formano quello che chiamano uno strato limite. È come un guanto. L’acqua rimane intrappolata tra gli spazi delle dita per via di questo strato limite e aggiunge più superficie alla mano. Pare che il principio sia simile a quello che le palline da golf sfruttano con le fossette per offrire un controllo migliore e una gittata più lunga. C’è gente che studia queste cose mentre noi andiamo a mangiare il gelato. Le mani diventano delle piccole pagaie. Senza fare nomi, almeno finché non sarà tempo di product placement (ehi, c’è qualcuno?), esistono aziende che hanno lanciato prodotti per esercitarsi in allenamento a tenere le dita aperte nel giusto modo, tipo delle fascette in silicone che si infilano sul medio e l’anulare. I test di alcune aree marketing dicono che nuotare con le fascette offre un vantaggio di cinque decimi di secondo per ogni 4 metri e mezzo. Mi pare un’enormità ma gliela lasciamo passare. Phelps nuotava con le dita larghe. Ledecky nuota con le dita larghe. Ma se provate anche voi, non andrete veloci quanto loro. Pare che le fascette ora siano prodotte anche con stampanti in 3D. Del resto ci fanno i fegati. Che sarà mai.
pagine ➔ “C’era un piccolo pontile al quale era ormeggiata una barca, oscillante come un’ombra sull’acqua grigia e immobile, sotto le muschiose assi marcite. Su tutto aleggiava la promessa dell’estate ormai vicina. Improvvisamente dal casotto venne fuori una figura bianca in rapida corsa sul vecchio pontile, un’apparizione che suscitò nelle ragazze un moto di spavento. La figura si lanciò nell’aria in un arco candido e tra un’esplosione di schizzi e il morbido incresparsi dell’acqua un nuotatore prese il largo, al centro di un cerchio di onde leggere. Quel mondo irreale, umido e remoto, era interamente suo”.
di david herbert lawrence, Donne innamorate