Sorella Maratona

   

Gioite, abbiamo vinto

Filippide

 

Un maratoneta

Dare una forma, e quindi una misura, a un gesto che tenderebbe all’infinito. Nasce così la maratona. Fissare una distanza, un limite che tenga fuori la coazione a ripetere, la corsa senza fine, l’imitazione del moto perpetuo delle stelle, in fondo, la pulsione di morte. Non a caso questa disciplina prende origine dalla leggenda del soldato Filippide che torna di corsa ad Atene da Maratona, dopo la battaglia eponima, per portare il messaggio della vittoria sui persiani e, com’era prevedibile, muore subito dopo l’annuncio. Detta così, l’origine sarebbe dunque un’impresa estrema, e in effetti mortale, compiuta in uno slancio di gioia. I 40 chilometri che separano le due città greche sono diventati 42.195 metri all’Olimpiade di Londra del 1908, per esigenze, già all’epoca, di show business. Tale era infatti la distanza, in seguito ufficializzata anche per le manifestazioni successive, che divideva lo stadio di Londra dal castello di Windsor, residenza reale altamente scenografica sul cui viale d’ingresso era stata tracciata la linea di partenza.

 

Eppure un maratoneta non dà mai l’impressione di morire. La sua andatura appare, come già detto, programmata per l’infinito. L’impressione che si ha, guardandolo, è che potrebbe continuare così per sempre. Il che è dovuto alle sue capacità di controllo, alla sua consuetudine con il calcolo e la sofferenza. Come mi è capitato di dire in molte occasioni, la maratona assomiglia più a un’arte marziale che a uno sport. Chi la pratica compie una scelta estetica e in certo modo filosofica: conoscere il proprio corpo da dentro, anziché da fuori. Il maratoneta è un grande calcolatore, somma, sottrae, è sempre alle prese con le cifre dei passaggi. Domina come può il suo corpo che rischia a ogni istante di traviarlo in due direzioni opposte: da un canto, facendolo rallentare, dall’altro, facendolo «scoppiare» prima dell’arrivo in preda a un’esaltazione dionisiaca. Lo sforzo del maratoneta è, al contrario, precipuamente apollineo: restare lucidi dal primo all’ultimo metro, gestire la follia del corpo, tenerla sempre a un soffio dal suo impazzimento definitivo. 

di mauro covacich, la Lettura, 9 agosto 2020

Spiridon Louis

I ragazzi corrono dietro al maratoneta. Lo seguono fino al traguardo. Lui impolverato, sporco di fatica, loro eleganti, con il cappello. Hanno un altro status, fanno parte di una gerarchia, appartengono alla famiglia reale. Costantino e Giorgio dietro Spiridon. I principi, figli del re, dietro a un figlio del popolo. Il pastore Spiridon Louis ha 23 anni, viene dal villaggio di Maroussi, ha appena fatto il servizio militare in fanteria, e sta per vincere la prima maratona olimpica della storia. Atene 1896, venerdì 10 aprile. Lo stadio Panathinaikos si esalta, finalmente un greco che taglia per primo il traguardo. Con sette minuti di vantaggio. L’immagine finisce anche su un francobollo. Lo sport che per la prima volta si affaccia e scardina poteri, l’erede al trono Costantino che gli corre dietro, per non perdere il ritmo e l’occasione. Come se in quel momento lo sport sorpassasse vecchie autorità per scoprirsi un po’ più sovrano e messaggero di un nuovo mondo. I principi, 28 e 27 anni, fanno gli ultrà, si agitano, scavalcano, si caricano sulle spalle il piccolo Spiridon che ha corso con il gonnellino. Le scarpe gliele hanno prestate i suoi compaesani. C’era la crisi anche allora, vitto e alloggio se lo dovevano procurare gli atleti e i cittadini avevano dovuto contribuire con una pubblica sottoscrizione di 330 mila dracme. La maratona è viaggio, speranze furiose, gloria con le vesciche. Da Milano è arrivato a piedi dopo 28 giorni di viaggio Carlo Airoldi, che l’anno prima in gara ha osato sfidare Buffalo Bill. Cerca di iscriversi alla maratona, ma non viene ammesso, lo accusano di professionismo: per un compenso di 15 lire nella Torino-Marsiglia-Barcellona. 

Il tempo: 2h 58′ 50″, più squalifica al terzo arrivato (greco) che si è fatto dare un passaggio su un carretto. Il re Giorgio I in uniforme si complimenta, c’è chi offre al vincitore servizi gratis e un oste per ricompensa lo sfamerà gratis per dieci anni. I greci che vivono in Inghilterra gli regaleranno un podere «Campo maratona». Il pastore montanaro Spiridon diventa eroe. 

di emanuela audisio, la Repubblica, 7 maggio 2012

 

La prima donna: Stamata Revithi

Il 10 aprile 1896 una donna si presentò al via della maratona olimpica. Si chiamava Stamata Revithi, una greca di Siros, l’isola delle Cicladi. Era madre di due bimbi. Viveva al Pireo. Spyros Dasios raccontò la sua storia su Akropolis, il quotidiano diretto da Vlasis Gavrilidis che rivelò l’esistenza di un concorrente italiano in quei primi Giochi dell’era moderna: Rivabella. Le donne, come già nei Giochi dell’antichità, non avevano accesso, nonostante si battessero per partecipare. La femminista Kalliroi Parren, ad esempio, su Ephimeris ton Kyrion, del 26 febbraio aveva scritto: «Dobbiamo essere presenti ai Giochi olimpici». Così Stamata fu respinta con spregio dai giudici di gara. Al colpo di pistola del maggiore Papadimantopoulos, Stamata, vide partire 17 uomini dal ponte di Maratona. Irriducibile all’indomani della vittoria di Spiridon Louis, partì da Maratona da sola correndo. Si fermò solo per ammirare le navi che salpavano verso il mare aperto. Dopo cinque ore e mezza era ad Atene. Dopo quest’exploit si eclissò. Ci sono voluti 88 anni perché fossero rotti molti tabù e le donne gareggiassero nella maratona olimpica. 

È stato un lungo cammino. Solo nel 1928 l’atletica femminile fu ammessa si Giochi. La gara più lunga fu quella degli 800 metri. Ma, considerata troppo dura per le donne, fu subito cancellata dal programma olimpico. Ricomparve a Roma ’60. A Monaco ’72 le donne disputarono anche i 1500. Ma solo a Los Angeles ’84 parteciparono alla maratona. Erano ormai molti anni che gareggiavano nelle più famose maratone di massa del mondo: Boston, New York.

Già il 3 ottobre 1926 un’antenata di Paula Radcliff, la britannica Violet Piercy aveva disputato la maratona di Chiswick. La barriera delle tre ore era stata abbattuta il 10 settembre 1971 dall’australiana Adrienne Beames. Poi la norvegese Grete Waitz e la statunitense Joan Benoit avevano portato il record del mondo a 2h 22’43”. Fu proprio Joan Benoit a ricevere la prima medaglia d’oro olimpica nella maratona. E subito si accesero incandescenti polemiche per il calvario mostrato in diretta Tv di Gabriele Andersen-Scheiss, 39enne dell’Idaho, che sfruttando la doppia nazionalità, gareggiava per la Svizzera: un dramma durato 5’44” dentro al Coliseum. 

di claudio gregori. La Gazzetta dello sport, 22 agosto 2004

 

  Il dramma di Gabriela Andersen-Schiess

La terza staffettista di questa metaforica maratona verso la parità dei diritti, fu una sconosciuta atleta svizzera. Nel 1984, ai Giochi Olimpici di Los Angeles, le gambe, i polmoni e il cervello di Gabriela Andersen-Schiess portarono trionfalmente al traguardo il messaggio. Il suo pettorale n. 323 era stato assegnato in maniera regolare: quella di Los Angeles era la prima maratona olimpica femminile della storia. Gabriela, istruttrice di sci, aveva dato in prestito la sua ferrea volontà al suo Paese per correre quella gara, in un giorno in cui faceva un caldo terribile. Presa dal furore agonistico, tentò uno sprint per recuperare qualche posizione. Lesse male il cartello degli ultimi cinque chilometri (o forse lo lesse benissimo e decise di dare ai Giochi tutto ciò che le restava) e si impegnò in uno strappo tremendo, oltre il suo limite. Incominciò a vedere nero, a desiderare di rimettere, a sentire suoni ovattati. Una pausa nell’ombra del tunnel prima di entrare nello stadio Coliseum e poi fuori per gli ultimi cinquecento metri. Terminus ad quem: indietro non si torna, ma il cervello non comandava più. Le gambe rigide, il braccio destro immobile lungo il fianco. Un’andatura spaventosa, come una pallina da flipper impazzita, la spalla sinistra protesa in avanti a rovesciare un baricentro che invece non si rovesciava mai. Un’andatura penosamente involontaria e, insieme, espressione fenomenologica della volontà. Settantamila persone iniziarono a battere le mani all’unisono per i quasi sei minuti che Gabriela impiegò per percorrere gli ultimi cinquecento metri. Tutti in piedi per il più meraviglioso trentasettesimo posto della storia dello sport. Intelletto, sentimento, volontà. Tutto lì, buttato da una corsia all’altra di una pista in tartan. Un uomo, Dorando Pietri, si era fatto aiutare ed era stato squalificato. Lei, donna, no. Chissà cosa avrebbe scritto Schopenhauer di quella corsa di cinquecento metri.

di mauro berruto, Avvenire, 19 aprile 2017

 

L’impresa di Valeria Straneo

Date il cinque a Valeria Straneo, vi allungherà un sorriso mentre si sta sciroppando i suoi 42 km di maratona, ai 34 gradi di Mosca nell’ora del pranzo, inseguita da un pugno di ombre nere. Si toglie gli occhiali scuri solo quando si fascia le spalle della bandiera italiana. Forse avrà sognato l’oro, se la ride con un argento: troppo più forte la keniana Edna Kiplagat negli ultimi due chilometri. «Bellissimo argento», dice. «Inatteso, quasi da non crederci», soggiunge. Nel suo sorriso, nella felicità infantile, nell’aria soddisfatta c’è il bello delle atlete che sanno vedere sempre il sole, anche quando c’è un po’ di nuvolo. Nella vita ha già battuto la sferocitosi ereditaria, malattia che ti toglie le forze, provoca stanchezza a causa dei bassi valori di emoglobina ed ematocrito (Valeria aveva 10 di emoglobina e 35 di ematocrito). «In pratica ero in perenne anemia», raccontò lei. Ad inizio 2010 finì ridotta ad uno straccio: faticava a stare in piedi. Poi un intervento di rimozione della milza. La milza è un organo che protegge dalle infezioni. Ma tolta quella milza, lunga 26 cm e che premeva sull’intestino, ha cominciato a correre forte. Sempre più. E, dopo 18 anni, una donna italiana è tornata sul podio mondiale della maratona. Con l’argento e senza milza. 

di riccardo signori, il Giornale, 11 agosto 2013

 

L’attentato a Boston

Le bombe sono arrivate dal nulla e hanno fatto riesplodere il senso di vulnerabilità di una nazione che sperava di averlo sepolto. Nessuno, nell’immenso macchinario della sicurezza nazionale americana, aveva avuto segnali o sospetti. Eppure l’attacco è stato un’offensiva massiccia. Coordinato, preciso, teleguidato e ideologicamente mirato, ha colpito i simboli più alti dell’America che il mondo ama e odia, Boston, la culla dell’Indipendenza, il giorno della Festa solenne del Patriota ribelle, la biblioteca mausoleo di JFK, profanata la maratona che aveva raccolto entusiasti da 56 nazioni. E in diretta tv, per ottenere il massimo effetto. Chiunque abbia progettato questo attentato, e fatto saltare probabilmente con segnali dal telefonino quegli ordigni in sequenza, sapeva che ci sarebbero state telecamere per l’arrivo della Maratona di Boston. E dunque la paura, non i molti morti, i cento feriti, le vittime o i danni, era il bersaglio. Bersaglio centrato.

Nella semplice, quanto vile “intelligenza” dei terroristi ancora senza un profilo, ma con un preciso movente di odio antiamericano, la più inoffensiva e pacifica delle manifestazioni popolari, come una maratona rappresenta un palcoscenico ideale per riesumare in un’America che se ne stava dimenticando il fantasma del terrore. Quindicimila uomini e undicimila donne, venuti da 56 nazioni, alcuni arrancando in carrozzella e muovendosi su protesi, si erano ritrovati per competere o soltanto partecipare a una competizione che di fatto è soltanto una festa popolare, organizzata nella Giornata del Patriota.

di vittorio zucconi, la Repubblica, 16 aprile 2013

 

La prima maratona di Zanardi

Correre la Maratona di New York con un mezzo esteticamente così somigliante a quella handbike con cui quest’anno ho vinto tutto quel che c’era da vincere, sembrava una cosa tutt’altro che difficile. Beh, quando è arrivata, ho aperto la scatola, l’ho provata e dopo pochi metri ho capito subito che la carrozzina olimpica è davvero un altro sport. La handbike ha il cambio, fondamentalmente è una bicicletta e pur col massimo rispetto per le recenti teorie del ciclismo su quanto paghi allenarsi sull’agilità, quando le braccia girano troppo veloci puoi cambiare rapporto e se hai forza continui ad accelerare. Con la carrozzina olimpica è completamente diverso: l’atleta spinge due mancorrenti attaccati rigidamente alle ruote e per farli girare come si deve la tecnica e la velocità delle braccia diventa fondamentale. Importantissimi poi sono i guanti; anatomici, rigidi e conformati in modo da far presa sul mancorrente senza che l’atleta debba impugnarlo perché questo limiterebbe la velocità di spinta. Sono come l’archetto per un violino, senza non suoni e vanno sviluppati anche in funzione di come l’atleta siede sul mezzo perché questo determina in quale «settore» sulla circonferenza del mancorrente lo stesso riuscirà ad applicare la sua spinta. Insomma, un casino, ma ormai avevo promesso e quindi ho cercato di imparare alla svelta.

di alex zanardi, la Gazzetta dello sport, 5 novembre 2013

 

La maratona secondo Baldini

    Dal Dorando Pietri piangente al Bikila scalzo, l’effetto non solo ottico della maratona è quello di un doloroso attraversamento del deserto. 

«Non è così, non più. Oggi la maratona si vince in volata. E fai più fatica a seguirla dal divano di casa che a correrla, in gara devi pensare a un mucchio di cose, devi tessere strategie, marcare gli avversari, fare attenzione a dove metti i piedi. Chi corre per vincere alla fatica non ci pensa»

    Cosa deve e cosa non deve fare un aspirante maratoneta? «Deve rispettare le regole, allenarsi con grande volontà e buttarsi a capofitto nell’impresa. Nonostante tutte le schifezze, doping eccetera, lo sport è una sintesi di regole e non fa prigionieri, chi sballa prima o poi fallisce. Le regole vanno estese alla vita quotidiana, una buona alimentazione è fondamentale perché in vista delle competizioni bisogna saper recuperare»

    Com’è la dieta di un maratoneta? «Una alimentazione equilibrata in proteine, carboidrati e grassi, 50, 30 e 20. Noi italiani siamo fortunati, il problema si pone quando andiamo a gareggiare in altri continenti»

    Il gesto tecnico della corsa non sembra poi così complicato. 

«Non lo è, è naturale, semplice ma non banale, chi lo fa bene ha molte più possibilità di vincere».

intervista di elio pirari, il Fatto quotidiano, 18 agosto 2014

 

  I piedi scalzi di Bikila

L’impresa che Abebe Bikila compie a Roma il 10 settembre 1960 è ricordata nella storia olimpica per quel particolare: la mancanza delle scarpe, che le prime cronache collegano alla”povertà” dell’Africa e che poi verranno trasformate nel mito dell’africano che può correre “senza aver bisogno di niente”. In verità le scarpe, Abebe, le ha lasciate in un chiostro nei pressi del Campidoglio per il timore delle vesciche che avrebbero potuto procurargli, non distanti dalla giacca della tuta e dalla fede nuziale. Sotto i suoi piedi, del resto, ha uno strato calloso che ha incuriosito anche i medici che lo hanno visitato a Roma prima della partenza. Aveva compiuto da poco 28 anni, Abebe, sposo da sei mesi di Yewedbar cui aveva promesso di tornare a casa con la medaglia d’oro e la giacca con il leone di Giuda cucito sul petto. Prima di quell’Olimpiade aveva corso solo due maratone, una con un tempo interessante: 2 ore, 21 minuti e 23 secondi, poco più di sei minuti sopra il record del mondo del sovietico Sergej Popov, tra gli ovvi favoriti per la medaglia d’oro a Roma, assieme al marocchino Abdesiem Rhadi e al britannico Denis O’ Gorman. La corsa di fondo, allora, non era ancora dominata dagli atleti africani. Il mito dell’epoca era Emil Zátopek, cecoslovacco, ex operaio della fabbrica di scarpe Bata, che nel 1952 a Helsinki, dopo aver ottenuto l’oro nei 5mila e nei 10mila, decise di correre per la prima volta la maratona: prese il terzo oro, fissò il record olimpico a 2 ore 23 minuti e 4 secondi, e divenne suo malgrado il biglietto da visita dei comunisti trionfatori dello sport. È nel 1960 però, quel 1960 che sta ridisegnando con le dichiarazioni di indipendenza post coloniale la geografia dell’Africa, che debuttano a Roma i primi atleti del “continente nero”.

Non c’erano tante informazioni, al tempo. Bikila sa che deve fare attenzione al pettorale numero 69 di Popov, al 73 di O’ Gorman e al 26 di Rhadi. Quei tre numeri se li scrive sulla mano sinistra per tenerli a mente, ma il sudore li cancellerà presto. Quando attorno al trentesimo chilometro si affianca al numero 185 non sa che è quello del marocchino Rhadi, che ha rimesso la maglia con cui aveva gareggiato nei 10mila, ma capisce che quello è il passo che può e deve tenere per arrivare in fondo. 

di eduardo di blasi, il Fatto quotidiano, 8 settembre 2020

recensione di Vincere a Roma, di Sylvain Coher (66thand2nd)

 

Shaul Ladany

Non smette. Proprio non ci pensa. «Ogni anno diventa un chilometro in più». In che senso? «Nel senso che quando ho compiuto 80 anni ho percorso 80 chilometri…». 

Shaul Ladany, marciatore israeliano con due olimpiadi nel curriculum, sopravvissuto all’orrore di un campo di concentramento nazista e all’attentato di Settembre nero di Monaco ’72, ha l’aria di chi dà del tu al mondo: ne conosce i lati più oscuri, e non li dimenticherà mai, «perché soprattutto le cose cattive penetrano in modo indelebile nella memoria». E lui di «cose cattive» ne ha viste. «Ricordo ogni estremo dettaglio del campo di concentramento, sono situazioni che ti entrano dentro in profondità. I nomi delle guardie, la puzza, la fame, la pioggia, il freddo, il filo spinato». Shaul le sottolinea nel suo soggiorno romano per la Run for mem, organizzata domenica scorsa dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, riaprendo le pagine scritte da Andrea Schiavon nella biografia che ha descritto la sua intensissima vita, Cinque cerchi e una stella.

Potrebbe ringraziare Dio, ma non ne ha uno. «Sono orgoglioso di essere ebreo e orgoglioso di essere ateo». Dice di non avere paura della morte, come se ciò che gli è capitato negli anni l’avesse vaccinato da ogni pericolo. In realtà ringrazia la vita, il modo con cui l’ha riempita e la riempie, «lo sport che ne è una parte fondamentale». Ci ricorda i suoi idoli da ragazzino. «Paavo Nurmi e la locomotiva cecoslovacca, Emil Zatopek». Gente che correva, però. «Sì, sono i miei ricordi da ragazzino». Due esempi pieni di allenamenti, di chilometri, di fatica. Che hanno contribuito a dare a Ladany, insieme a quei passaggi nel cuore della storia del Novecento, una specie di patente di immortalità.

di valerio piccioni, la Gazzetta dello sport, 27 gennaio 2017

 

  La locomotiva umana

Era tutt’altro che bello a vedersi, sulla pista. La sua corsa non era elegante, stava incurvato all’indietro, le braccia mosse da impulsi irregolari, la lingua spesso fuori dalla bocca spalancata, come un cane che cerca l’aria. Eppure gli dèi del mezzofondo avevano baciato Emil Zatopek. Avevano voluto dimostrare che il re della corsa non deve essere Apollo ma avere cuore, intelligenza, coraggio. La sua vita è stata un lungo appassionante romanzo. Nasce nel 1922 nella Moravia del Nord, Cecoslovacchia, sesto figlio di un carpentiere. Abbandona presto la scuola, la famiglia ha bisogno di lui. Lavora in una fabbrica di calzature (un segnale del destino?) e dedica il poco tempo libero a correre, a correre. Dopo la liberazione dall’invasione nazista ecco la svolta. Il giovane Emil si arruola nell’esercito, allievo ufficiale, notano il suo talento, gli concedono molta libertà. Che lui usa diventando esploratore della fatica umana, un autodidatta impegnato in esperienze del tutto nuove. Si ispira a Nurmi, il suo grande predecessore, ma va ben oltre. Grande nella vittoria e grande nella sconfitta. Poi le pagine tristi, l’emarginazione dalla vita pubblica dopo che sono arrivati i carri armati russi, perché Zatopek, a quel punto colonnello, è stato troppo amico di Dubcek e della «primavera» di Praga, un simbolo forte della libertà e dell’amor di patria. Molti anni più tardi il Paese gli renderà giustizia.

di gianni romeo, la Stampa, 23 novembre 2000

 

Il muro di Kipchoge

Un altro muro invalicabile non c’è più. Per lui, per noi, per tutti. Perché rimuovere un tabù, rompere una barriera, significa liberare l’umanità. E farla atterrare in un altro mondo. Eliud l’ha fatto. «Ho superato i limiti umani». Ha corso la maratona in 1h59’40”, abolendo la barriera delle 2 ore, impresa mai riuscita prima. Era una mission impossible : 42,195 km ad una velocità di 21 km e 110, una danza folle e leggera, un volo nella fantascienza. «Come Armstrong siamo tutti andati sulla luna e siamo ritornati sulla terra». Sì, ma senza razzi e in meno di 120 minuti. È il primo uomo della storia a dare una sberla al cronometro, a scendere “sub2″, ci aveva già provato due anni fa a Monza fallendo il tentativo per 25 secondi. Stavolta la sua media a chilometro è stata di 2′ e 50”, che equivale a correre 422 serie consecutive di 100 metri in 17 secondi, senza riposo. Provateci, lui ne è emerso senza fiatone, fresco come un grillo, cominciando a ridere a 200 metri dal traguardo, applaudendo il pubblico e sé stesso, battendosi il petto e accelerando, con l’aria di chi allunga il passo per non perdere l’ultimo tram. Affaticato? Quando mai. Oppresso? «Per niente, anzi la tensione se n’era andata». “Kingchoge“, chiamatelo così. Primo maratonauta

Si è preso sottobraccio un mondo riottoso, l’ha trascinato con sé, nell’inferno dei battiti cardiaci, nella paura dell’ignoto, e gli ha fatto capire che se siete disposti a farvi frullare il cuore si può molto, quasi tutto. 

di emanuela audisio, la Repubblica, 13 ottobre 2019

 

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