TOUR DE FRANCE | GRAND COLOMBIER
Sulle Alpi con i treni di pianura
di JACQUES SEDENTEUR
Sul Grand Colombier non c’è più il Grand Colombien. Guardo l’esagono del Tour – il ricordo delle mie lezioni di geometria e di geografia – e vedo che le lancette in senso antiorario, prima i Pirenei e poi le Alpi, hanno solo posticipato i danni che potevano arrivare prima. Questo Tour ha schivato alcuni dei suoi luoghi dannati, i suoi tribunali storici – il Ventoux, il Galibier, il Tourmalet – ma ha incarognito quelli che di soliti erano giudici di pace, come questa cima che ieri ha deciso la nazionalità del prossimo vincitore.
Le Alpi, finalmente. Le Alpi su cui ho veduto salire Merckx e Indurain come macchine altere, Fignon e Hinault come compromessi di antica e polverosa memoria. Qui Pantani si posava sulle cime per levitazione. C’è il caldo di luglio e agosto, la luce di settembre, ma l’atmosfera di marzo, senza pubblico in montagna, una montagna nuda come quando all’inizio della prima ondata della pandemia, alla Parigi-Nizza, in Francia si correva indifferentemente, mentre il mondo era paralizzato come un treno fantasma. Ho visto Van Aert travestito da angelo sterminatore, Roglic che apriva la bocca per parlargli attraverso l’auricolare, per ordinargli di aumentare il ritmo, come in una galea, e quello che passava dalla modalità selvaggio alla modalità feroce, mentre Bernal si acquartierava in fondo al gruppo e oltre.
Quando la strada saliva, il passo scandito dalla Jumbo era fatto su misura per sconsigliare gli attacchi. Per i vecchi suiveurs, cresciuti a pane, formaggio erborinato e attacchi in salita, non è facile abituarsi a un ciclismo capovolto, in cui le salite vengono retrocesse a trenate da pianura. In questo Tour senza 14 luglio, senza i francesi che vanno in fuga per ricordare al mondo la presa della Bastiglia, manca pure il 20 luglio, cioè el grito de independencia che i colleghi colombiani ci tenevano a far sapere loro festa nazionale, un appuntamento da cerchiare sul calendario, vedrete cosa si inventerà Lucho Herrera dicevano all’inizio, e poi negli anni a venire hanno sostituito i nomi, prima Quintana, poi Bernal, ora più nessuno. I colombiani aspettavano le salite ma ci sono arrivati strizzati dalla pianura. Ho ottant’anni. Non posso stupirmi che non ci sia più il mio mondo.