La distanza da Geraldine

 

TOUR DE FRANCE | PLANCHE DES BELLES FILLES

 

La distanza da Geraldine

di JACQUES SEDENTEUR

 

Dove Nibali aveva vinto in maglia gialla, dove Aru aveva vinto con la maglia tricolore e dove Ciccone aveva vestito la maglia di capoclassifica per un giorno solo, è salito a vestirsi di gloria un ragazzino che non è italiano ma non è nato molto lontano. Compie 22 anni domani, quando io ne farò 80. Ho fatto il tifo per lui solo per questo motivo. Siamo nati lo stesso giorno. Lui arriva, io vado. Lui entra sulla scena con la forza del futuro e dei suoi pochi anni, io sto per uscire per sempre dal Tour con la forza analoga dei miei quasi cento. Oggi siamo a Parigi. Se potessi dirlo senza offendere nessuno, azzarderei che Geraldine mi guarda e tace più del solito. Glielo riferisco, stavolta non ride. Mentre a Pogacar piove da chissà dove il sorriso delle Belles Filles, che allontana le nuvole e lo veste di giallo, su una cima che prima di ieri non aveva mai emesso sentenze inappellabili, casomai segnali, tengo d’occhio dentro lo specchietto retrovisore lo sguardo di Geraldine senza incrociarlo mai. Fissa la strada oltre la punta del suo naso, attraversando questo tratto quasi tutto all’ombra, in mezzo al verde, una salita che fa meno paura rispetto ad altre più famose, ma che non è un osso tenero. Obbliga chi la percorre in bici a cambiare spesso ritmo, alternando muri, falsipiani, discesine. Sono 6 km scarsi, pendenza media dell’8,5 % e tratti che sfiorano il 15. Ha fatto la rivoluzione in classifica un giorno prima della fine e ha fatto calare il silenzio tra me e la mia autista.

Provo a raccontarle la storia che si nasconde dietro questo nome dolce e suggestivo, le Belles Filles, una storia o una leggenda, sanguinosa, il suicidio delle più belle fanciulle del villaggio per non finire violentate durante la guerra dei Trent’Anni. 

Gli ultimi 300 metri della salita sono i più duri, toccano il 20% di pendenza. Pogacar li sgranocchia come fossero torrone di Tonara. Questo è un traguardo dove chi vince lo vedi solo all’ultimo e sembra sputato dalla terra.

Cosa c’è, mi decido a chiederle.

Arriccia le spalle, come fanno le donne quando non c’è verso, e sono bellissime. 

Non ti ho comprato nemmeno un regalo, mi fa muovendo le dita nell’aria. 

Le rispondo con la lingua dei segni che ho un po’ imparato in queste tre settimane insieme a lei che il regalo me l’ha fatto già. Una stupidaggine, lo so. Ma è vero. Anche questo regalo doveva farmi il mio ultimo Tour, aggiungere qualcosa di nuovo alla mia vecchiaia, imparare una lingua nuova e parlarla con le mani, ad aggiungere qualcosa si fa sempre in tempo. Socrate chiese di poter suonare il flauto prima di morire. Io ho avuto la mia porzione di curiosità nuove. Ho persino intuito senza che sia successo cosa significherebbe innamorarsi un’ultima volta, prima di morire. 

Mi dispiace, dice.

Non devi, rispondo. 

Vorrei che ci fosse subito un altro Tour, ribatte. 

Io no. Questo è già stato tanto, questo è già stato troppo, senza Ventoux, senza Galibier, senza albicocche ché non è stagione, senza poter parlare con Poulidor, chiedergli allora oggi chi vince, e lui che ci prende, lui che ci prendeva ogni mattino ed era felice di sentirselo dire al pomeriggio, hai visto Poupou è andata come dicevi, lui così grande, noi così piccoli, eppure lui così felice di fronte al fatto che ogni giorno qualcuno si accorgesse di lui e della sua meravigliosa maniera di stare a questo mondo. 

Non è più il mio mondo, Geraldine. Arriva il tuo. Lo vedi che adesso vincono quelli come te? Quelli che al Tour non ci sono mai stati prima. Ed è giusto, è bello, è sano. La pioggia cade ogni giorno, dice uno dei matti di Shakespeare, che poi così matti non sono stati mai. Prendetevi il Tour, allora. Prendetevi il mondo e il suo racconto. Prendeteli e portateli dove volete. La mia strada è finita. Andiamo a Parigi. 

 

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