IL TOUR DE FRANCE DI JACQUES SEDENTEUR |
25 agosto
Meno quattro al via
La mia estate per non morire
Per molti anni sono andato a letto tardi. Desideravo il mio desiderio, e l’essere amato non era che un suo risvolto, una piega, un cuscino caldo di guancia. Invecchiando sono diventato pigro. Mi sono ritirato in Provenza per paura di prendere gli aerei. Non ci salirei neppure se ci fosse da andare in America a bere un bicchiere con Lauren Bacall. La vita un tempo sorrideva. A trent’anni è un dono, a sessanta è una difesa, a settanta una conquista. A ottanta, che è la mia età, ottant’anni il 21 settembre, è tutta attesa – l’attesa di un ricordo o di svegliarsi ancora domani.
Mia nonna ha fatto da balia a Vincenzo Ungaretti. Quando ogni tanto tornava in Francia, lui passava a salutarla. Un giorno gli domandai cosa dovessi fare per imparare l’italiano. Qualunque cosa, mi rispose, tranne leggere le mie poesie. Sono così brevi che conosceresti pochi vocaboli. Ho imparato ascoltando le canzoni di Fred Bongusto. Sono piene d’estate, di impronte lasciate, di specchi, di abbracci, di posti lontani dove tornare, di cose sbagliate da riscoprire. D’estate la gente si sdraia sulla sabbia, come se volesse allenarsi a morire. Io d’estate ho molto vissuto. Andando al Tour de France.
Ho cominciato nel 1969. Ero rimasto affascinato l’anno prima dalla vittoria del primo ciclista con gli occhiali, Jan Janssen, un olandese. Succedeva 12 mesi dopo la morte di Simpson e mi pareva simbolico, di cosa ancora non lo so. Ho smesso nel 2012, quando decisero di beccare il Texano e di fargliela pagare. Ho coperto 44 Tour, dall’anno di un Armstrong che andava sulla Luna a quello di un Armstrong che tornava sulla Terra. Quando questo giornale – non saprei come chiamarlo questo coso, non so, Fred Bongusto qui non mi aiuta, ma per me la scrittura implica l’esistenza di un giornale – quando questo coso mi ha chiesto se avessi la forza e la voglia di seguire il Tour, di tornare sulla strada per raccontarne ancora uno, mi sono detto che era il momento di smettere di bastarsi, che sarebbe stato bello tornare a scavare dentro le parole, le poche mie rimaste in canna, le tante degli amici italiani incontrati sulla strada e ai quali ne ho rubate, le rubo, le ruberò.
Per loro – dico per Mario, Gianni, Gian Paolo, Rino, Sergio, Claudio, Marco – ho provato ammirazione e angoscia.
Sono i sentimenti contraddittori che hanno abitato e ancora abitano il Tour, questa corsa che è una rivolta contro l’ingiustizia del destino e contro la rassegnazione. Sfiora boschi e vigne, raggiunge laghi che sono come acquerelli, l’Oceano, a volte il Mediterraneo di raso. La accolgono i francesi in vacanza, quelli che hanno iniziato ad amare il Tour quando erano ragazzi, gente che in attesa del passaggio trasforma il suo Paese in un gigantesco pic-nic.
Andiamo, mi sono detto allora. Andiamo a vedere che cosa è diventato. Pescare, andare a funghi, giocare a carte con gli amici, passeggiare in salita con una donna, alla fine la vita è questa, e assomiglia al Tour de France.
26 agosto
Meno tre al via
I miei chilometri di fianco a Charles
Charles portava i capelli cortissimi. Eppure eravamo appena usciti dal Sessantotto. D’inverno creava gioielli, bigiotteria, accessori. D’estate si metteva in ferie e mi portava in giro per la Francia, facendo il mestiere di suo padre, l’autista. Da lui aveva imparato anche a usare pinze, forbici, martelli. Aveva una manualità straordinaria che molte volte ci ha salvato, con una ruota a terra o qualcosa che sui Pirenei, nel cofano della macchina, non la contava giusta.
Charles in fondo giocava. Lo faceva con le perline e cento metalli per i suoi braccialetti, col rodio, la giada, e lo faceva pure al volante nel nostro lungo andare, quando per ore potevamo intrattenerci col treno delle parole, un domino verbale nel quale ognuno doveva pronunciarne una che iniziasse con la sillaba finale della precedente.
Stasera conoscerò il nuovo autista che l’organizzazione mi ha assegnato per questo mio ultimo Tour. Il primo nel ’69 partiva da Roubaix. Charles venne a prendermi a un bistrot vicino alla stazione, l’aria nella macchina sapeva di tabacco nero e di Cointreau. C’erano al via 129 corridori più uno che vinse, Eddy Merckx, che a noi francesi non è mai granché piaciuto, lo rispettavamo – questo sì – perché andava all’attacco in maglia gialla. Charles lo adorava, non so quante volte per lui ha litigato con l’autista di Blondin. L’anno prossimo son già trent’anni che Antoine è morto. Lui era uno scrittore vero, verissimo, picchiare con i polpastrelli su una macchina come faceva lui, non avrebbe dovuto autorizzare nessuno di noi a credere che fossimo uguali, che fossimo colleghi. Blondin non si avventurava mai nella scrittura se non aveva davanti a sé una birra fresca, e poi subito un’altra, perché a quel modo gli pareva che la terra girasse molto meglio. A servirlo ci pensava proprio Jean, il suo autista coi baffi, un uomo che fino a poco fa viveva da pensionato in bassa Bretagna e ogni volta che il Tour passava da quelle parti, si faceva vedere in sala stampa, per abbracciare i vecchi amici. Dietro il Tour, questo facciamo: ci misuriamo la vecchiaia con le pance, con le rughe, con le barbe, col racconto degli acciacchi. Ce la misuriamo coi ricordi, contiamo le assenze, i compagni che ci hanno lasciato, segretamente ciascuno domandandosi cosa sopravviverà, cosa si racconterà di noi, quando sarà venuto il nostro turno.
27 agosto
Meno due al via
Io e Geraldine
La mail dell’organizzazione diceva che sarebbe passato un autista a prendermi alle cinque della sera. Faceva molto Garcia Lorca ma c’era un errore. Mancava un apostrofo. Il mio autista al Tour de France è un’autista, si chiama Geraldine Keplero, staremo insieme per 3 mila e 470 chilometri, da oggi fino al 21 settembre, e lei non parla. Non so quale sia il termine corretto, politicamente dico, ai miei tempi non c’erano queste preoccupazioni, so che mi ha messo un bigliettino tra le mani con il suo nome e con la scritta Je suis muette. Sono muta. Ho annuito come un cretino, come a darle la mia autorizzazione. Ho caricato la valigia in macchina, i libri, i CD di Fred Bongusto e mi è passata dentro gli occhi Dalida.
C’è stato un tempo nel quale una donna dentro la carovana portava male. I più vecchi raccontavano di quella volta che in pieno proibizionismo, mi pare fosse il ’64, Dalida volle vedere di persona cosa fosse questo Tour, dal vivo, dalla macchina numero 101 di Antoine Blondin al quale in quel momento era legata. Legò i capelli, mise un paio di baffi finti, o meglio si diceva che avesse sporcato il viso sotto il naso con un tappo bruciacchiato, visto che Antoine i tappi li collezionava. Jacques Goddet faceva finta di non vedere e tirarono avanti così fino alla tappa di Puy-de-Dome, al giorno del duello tra Anquetil e Poulidor. A Point-de-Couze il camion cisterna che riforniva di benzina l’elicottero della gendarmeria, finì sulla folla e travolse otto persone. Dalida ne provò orrore e scappò via, il suo gioco era finito nel dramma, come tre anni dopo, la sera della grappa di pere e del Pronox di Tenco, in quell’hotel di Sanremo che non voglio nemmeno nominare, la camera 219, nessuno che fece il guanto di paraffina né a lei che amava clandestina Tenco, né a suo marito Lucien Meurisse.
Quando Geraldine guarda dentro lo specchietto, a me pare che abbia qualcosa di Jeanne Moreau, forse il taglio degli occhi. Mi ricorda che ho troppi anni per essere sia Jules sia Jim. La donna più potente della carovana che riesco a pescare dai ricordi è stata Claudy Lévitan, la figlia di Félix, ebbe il compito tra il 1976 e il 1987 di cercare nuovi sponsor. Aveva lavorato a l’Équipe e poi al Parisien. Cambiò faccia al gran serpentone che precede i corridori, convinse a investire giganti come la Total e il Crédit Lyonnais. Al posto di Perrier, la bottiglia d’acqua che Bartali passò a Coppi o viceversa, portò la Coca Cola, ne fece lo sponsor della maglia gialla. Volle che fosse una donna a guidare la moto speciale per il servizio di soccorso d’emergenza.
Questo mi piace del ciclismo. Ti dà sempre da raccontare qualcosa in più di una vittoria, la certezza che c’è memoria, non tutto si trita e si consuma, si annulla, si perde. Geraldine guida bene. Spero abbia fatto almeno una volta in vita sua una discesa dai Pirenei. A gesti mi ha chiesto se voglio mettere musica. Non so perché le ho detto no, muovendo un po’ la testa. È spiritosa. Dopo un’oretta di silenzio mi ha passato un secondo bigliettino. Je ne suis pas sourd. Non sono sorda. Allora ho azzardato. L’importante è che tu ci veda bene. Ha riso, abbiamo riso e siamo arrivati a Nizza.
28 agosto
Meno uno al via
Una Marsigliese sui pedali
Non ho mai dovuto spiegare a nessuno che cosa sia il Tour de France e non me ne ero mai accorto prima. Forse perché mi sono sempre circondato delle stesse persone o di persone tutte uguali fra di loro. Geraldine invece è una specie di aliena, per me e per questa corsa. Ha alzato l’indice. Uno. Questo è il suo primo Tour, mi ha fatto segno. Ha messo la mano a dieci centimetri dalla bocca, l’ha aperta e l’ha richiusa a ripetizione, le dita come fauci d’un coccodrillo a mangiarsi l’aria e il vuoto per dire: parla, vecchio, spiegami, parla tu che ascolto.
Il Tour è la Francia come la baguette, la voce di Édith Piaf, le Gauloises senza filtro e il pastis. Sono passati vent’anni dopo il Duemila ma resta quel vecchio grande carnevale che sa di festa del paese, soprattutto quando attraversa i paesi più piccoli, i più poveri, espulsi finanche dalle carte geografiche, dove la vita è avere solo occhi per guardare. Aspettano per un anno e noi passiamo due minuti. La gente mette le bandierine ai suoi balconi, espone le bici per sentirsi finalmente parte di qualcosa. C’è quasi sempre un barbecue da qualche parte per le salsicce, un bicchiere di vino rosso, i più barbari tra noi bevono birra. È per questo che lo chiamiamo fête de juillet. È qualcosa di ingenuo e di spontaneo. A Nizza abbiamo trovato i tram dipinti di giallo e gli ombrellini con i colori delle maglie appesi alle strade. Su Promenade du Paillon hanno montato un palco per un dj. Tremo all’idea che il nostro albergo possa essere giusto lì.
Geraldine quando ascolta tiene gli occhi spalancati. Le dico che non staremo in coda al gruppo, non tutti i giorni, non per tutto il tempo, lei si stringe nelle spalle, fai tu significa, decidi tu e io guido, anche se pare un controsenso. Non so quanti italiani verranno, non so neppure quanti ne conosco. Un tempo c’erano almeno dieci macchine di giornali. L’ultima volta che sono venuto erano in tre: la Gazzetta, la Repubblica e il Corriere della Sera. Stavolta non c’è nemmeno Nibali e c’è una pandemia. Solo due guerre mondiali hanno interrotto il Tour, chiuderlo per un virus sarebbe stato come cancellare la mia Francia all’atlante. Pas possible, voyons. Non credi, Geraldine?
Le ho domandato se i girasoli le piacciono. Ci passeremo accanto più e più volte, attraversando la Francia dalla terra al mare, per campi non ancora tagliati e non ancora maturi, li troveremo impazziti di luce come sempre, passeremo per fiumi ingialliti, per fossi e burroni, avremo piatti di bilancia su cui pesare le vite. A mia madre i girasoli piacevano, li piantava più o meno ovunque. Ogni volta che attraverso un campo di girasoli mi vengono i brividi. È morta mentre finivamo di costruire la casa coi soldi guadagnati da mio padre che era andato a lavorare in Sudan. Una volta Lance Armstrong ha detto che il suo sogno era morire in maglia gialla, in un campo di girasoli, dopo una discesa a 200 all’ora su una strada del Tour. Se proprio devo dirti, Geraldine, il Tour è come una Marsigliese cantata sui pedali, come uno specchio nel quale noi francesi ci guardiamo. Ha fatto sì con la testa e poi ha acceso distratta la radio. Devo aver parlato troppo, questo povero vecchio che sono.
29 agosto
La partenza
Carissima fatica
L’attesa è finita. Oggi si parte. Lasciamo la poltrona e ci appostiamo con la faccia al sole, se ce n’è, o agli schiaffi della tempesta, alla maniera dei pescatori e dei marinai, la pelle lucida come di seta il velluto, non ancora di fatica abrasa. I corridori, mi dico, devono avere un’anima misteriosa come i cavalli di razza che sentono l’ora in arrivo dalle vibrazioni del vento e dal sapore delle biade. Sono superstiziosi, i ciclisti. Irrequieti, indifferenti, sono presaghi. Sono strani personaggi, carichi di poesia e di miseria, al centro di un loro immenso teatro. Vanno verso un oriente screziato dal mistero.
Oggi c’è strada, Geraldine, la strada è fatica, nemica mai, è lunga e diritta, finisce in niente all’orizzonte, oppure è tortuosa, erta, come rupe che leva il fiato alla sola vista, fatta di sassi o polvere, o di fango, o di bitume, o di sconvolte buche, lo sterminato nastro che bisognerà ingoiare.
Oggi ci saranno sudore e crampi, le ginocchia che dolgono, il cuore che viene in gola, l’imbastitura, la sete, maledizioni e forature, il tracollo dell’animo e del corpo, quel senso di amaro in bocca quando gli altri, i bravi, fuggono via e tu puoi soltanto vederli passare. Questo sport antico come la fatica merita rispetto e i suoi cultori, geants de la route, o fregaselle che siano, pure. Al pari della boxe qui, il sangue, lo si vede subito. Pare che debba piovere più tardi sulla Promenade des Anglais. Il ciclismo è una favola impura. Era e rimane un’avventura. La fatica del ciclismo è sempre quella del contadino che regge il solco: ed anche, se vogliamo, con le strade divenute biliardi, dell’operaio chino sulla catena di montaggio. La fatica è uno sconcio diventato regola e questo rimane un gioco di poveri, per poveri, anche se adesso i soldi glieli danno, anche se per qualcuno non sono neanche pochi. Il Tour de France può partire ovunque e in qualunque modo. Rimane ciò che è: un Everest di fatica. La Francia lo sente come un bene che le è proprio. Qualunque cosa – uno scandalo doping, un atto di terrorismo, una pandemia – qualunque cosa, dicevo, gli accada intorno.
1a tappa: Nizza (Moyen Pays)-Nizza
Il campione del mondo arrivato ultimo
Piove come nella famosa canzone e tira un vento freddo. Sembra di essere al Giro delle Fiandre, e invece è il Tour, sentito dalla Francia come un bene che le è proprio, allo stesso titolo delle trecentosessanta specie di formaggi e della sua cultura. Piove e dico a Geraldine di lasciar perdere la macchina, anche se lei s’adombra, aspettava la prima tappa e adesso sospetta che io non mi fidi della sua capacità di guidare sotto l’acqua.
Sulla Promenade des Anglais, dice, mancava da una decina d’anni. Sospetto sia qualcosa che abbia a che vedere con qualche vecchio fidanzato di cui non dice, certamente ignaro – lui – che qui Alfredo Binda si faceva accompagnare, già avanti negli anni, da sua figlia Laura e le mostrava gli stucchi delle facciate dei palazzi come oggi io li vado mostrando a Geraldine. «Quello lì l’ho fatto io, e anche quell’altro» diceva Binda, al ricordo dei giorni passati a Nizza come muratore.
Io guardo al Tour con la nostalgia della giovinezza, dell’infanzia. Quando si plana su Nizza, non approdi in un paese, in una città ma in un depliant turistico, in una cartolina a colori. La Costa Azzurra è un’eccezione. La carovana attraversa paesaggi riservati, distaccati, selvaggi, piccole o grandi valli, il Tour risale crinali di colli, sfiora rocce e abissi. Il contrasto con Nizza è ruvido. Ai miei tempi la sera dell’arrivo di tappa giravi fra gente chic, donne bellissime, il cui solo vestito era il foulard che tenevano al braccio. Un gregario di Merckx dal nome impronunciabile amava dire ai giornalisti del Nice-Matin: “Mi sono lucidato gli occhi con centottanta chilometri di cosce“.
Eppure non veniva il gran mondo a guardare la corsa a Nizza, né miliardari né attori, nemmeno gli snob. C’erano i maitre degli hotel e i camerieri, i carpentieri, i verniciatori, gli imbianchini: C’era nel cielo purissimo un enorme sole. C’era un mare di raso.
Ho visto tante cadute ieri che se n’è perso il conto. Se non ci fosse il clima che c’è, dico a Geraldine, ti chiederei di portarmi nell’albergo dell’Arkéa, per scambiare due parole con Kévin Ledanois e rubare il lavoro ai coloristi, interessati in genere agli ultimi, che in Italia chiamate maglia nera e noi francesi lanterna rossa. Ledanois è arrivato a Nizza in coda a tutti, con 13 minuti e 24 secondi di ritardo. Cinque anni fa era il campione del mondo Under 23. Suo padre è il suo direttore sportivo. Quando correva arrivò decimo a una Vuelta. Non doveva esserci Kévin a questo Tour, lo hanno imbarcato due giorni fa al posto di un compagno infortunato. Fossi in lui farei in modo di arrivare a Parigi in questa posizione. Ultimo. Una volta entravi nella storia più da lanterna rouge che da campione del mondo Under 23.
Geraldine ha aperto lo smartphone e da una cosa folle che vedo chiamarsi twitter mi ha mostrato un video pubblicato dallo stesso Ledanois, un fiume d’acqua che veniva giù dalla discesa quando i leader del gruppo hanno fatto segno agli evasi e agli evasori di darsi una calmata. Poi ce ne siamo andati a mangiare la miglior socca degli ultimi vent’anni.
2a tappa: Nizza (Haut Pays)-Nizza
Nicolas Roche in cima alla salita di papà
La vita è uno specchio. Se le fai un sorriso te lo restituisce. Era una delle frasi preferite di
Louis Nucéra. Sono già vent’anni che mi manca, lui e la sua idea di essere venuto al mondo all’ombra precaria di una bicicletta sospesa tra cielo e terra. Un giorno salì sulla bici di Louison Bobet e disse che gli era parso gli venisse offerta la piuma d’oca di Chateaubriand. Aveva scritto la biografia di René Vietto, amava Coppi e mi insegnò i posti dove nella sua Nizza si potevano evitare i rosé onnipresenti.
Alaphilippe corre come forse sarebbe piaciuto a lui, un tappo sparato da una bottiglia, mettendo la fantasia avanti alla tattica, con un pizzetto da belle époque, da guascone, facendosi chiamare D’Artagnan da chi confonde l’istinto con l’impulsività. A me ricorda Cyrille Guimard, uno che ogni giorno si tuffa nell’ignoto. Non credo che vincerà, un anno fa ci speravo perché le favole fanno paura a molti ma a me piacciono. Se non si è convinti che i vecchi suonatori, gli innamorati e le capre possono volare come nei quadri di Chagall, il Tour è meglio non guardarlo affatto.
Il Col d’Èze è rimasto il dipinto che ricordavo. Il Tour non ci veniva dal 2009. A Èze la Corsica è più vicina. Pare quasi impossibile che la terza parte di Così parlò Zarathustra possa essere stata concepita da Nietzsche lungo questi sentieri, dentro uno di quelli che chiamiamo villages perchés, villaggi sui trespoli, oppure nidi d’aquila, i vecchi paesi figliati fra le Alpi Marittime dalle grandi paure dei secoli scorsi, quando le incursioni dei saraceni dal mare spingevano all’interno gli abitanti.
Geraldine in macchina fa il gesto solito. Apre e chiude le dita della mano come l’alligatore con le sue fauci, vuol dire: parla, spiega, racconta. Meglio guardare, le dico, quando anticipiamo la corsa e ci fermiamo tra caruggi e stradine dove un tempo gli indigeni tendevano agguati agli invasori. Le case fortezza accoglievano gli animali al pian terreno e le persone al primo, mentre il secondo veniva destinato alla conservazione dei viveri buoni per l’assedio. Abbiamo raggiunto un accordo, io e Geraldine. Non potrò parlare sempre io fino a Parigi. Imparerò la lingua dei segni e avrà lei cose da raccontare, in cambio si sorbirà le canzoni in italiano di Fred Bongusto. Ride. Dice che ci sta. Mi domanda se so che a Nizza per un periodo ha vissuto un certo Bono. Faccio finta di sapere chi è, questo povero vecchio che sono, e di nascosto vado a guardare su wikipedia.
Ai tempi in cui avrei avuto gli anni per regalare tulipani a Geraldine, il Col d’Èze veniva scalato durante la Parigi-Nizza con una cronometro. Il leader metteva la maglia bianca finché la società del Tour non ha comprato la corsa e nel farla sua le ha imposto il giallo. Non c’è altro luogo più esotico, più insolito, più sospeso nel vuoto del Col Èze, diceva Jean Cocteau. Qui hanno vinto Merckx, Poulidor, Zoetemelk, Sean Kelly più di tutti, mi pare cinque volte, una in più di Stephen Roche, che arrivò primo nel 1981, nel 1985, nel 1987 e nel 1989. Suo figlio Nicolas è nato nel 1984. A una trentina di chilometri dal traguardo, in cima al Col d’Èze per primo ieri è passato lui. Io credo l’abbia fatto apposta, credo fosse un obiettivo, gli andrebbe chiesto appena capita, credo che si sia spremuto per mettere prima di tutti gli altri la sua ruota sullo stesso pezzo d’asfalto rigato da suo padre. Come quando camminiamo dentro le orme di qualcuno, un modello, un maestro, una guida che ci siamo scelti e non abbiamo fatto in tempo a dirglielo.
3a tappa: Nizza-Sisteron
La serialità dei gregari
È lo schema classico di certe giornate. Fuga da lontano di X comprimari, che raggiungono Y di vantaggio massimo e sono raggiunti a Z chilometri dal traguardo. Conservare queste righe e sostituire all’occorrenza i valori giusti alle incognite. Anche l’epica delle lunghe cavalcate solitarie è ridotto a una routine, a un tran-tran senza stupore, a un format stanco come i commissari di certe serie noir degli anni Trenta. Il gregario oggi è gregario da ufficio. Quando ancora avevo l’età giusta per non dire “prima”, per non dire “ai miei tempi”, esisteva il gregario dalle officine e dalla terra, il metalmeccanico Citroen o contadino, che potevi immaginare nei campi di grano Van Gogh o nelle vigne Bordeaux. Ora invece c’è il gregario con il colletto bianco. Pedala in giacca e cravatta con il suo ordinateur e il cardiofrequenzimetro, poteva aspirare a essere migliore e invece ha scelto di campare in mezzo al gregge. Il ciclismo vive la sindrome del PSG, sì parlo di calcio, il Paris Saint-Germain, un circo con un nome da cimitero. Prende tutti i giocatori che potrebbero essere capitani in altre squadre, che potrebbero rischiare, e li trasforma in gregari di lusso, dando loro il compensino di vincere la corsetta da un giorno, sottraendoli alla sofferenza per la gloria in nome della sofferenza per il campione.
Lo spirito gregario ricordava quello dei gladiatori di Spartaco – sappiamo forse il loro nome? – quello dei marinai di Ulisse, ora sono soldados di Hollywood. Un tempo chi versava sudore per il campione era chi sapeva di avere un limite, mentre oggi abbiamo ciclisti che se lo impongono quel limite, che si castrano in un ufficio a due ruote in nome del denaro, e nella loro riduzione di pedalata c’è la morte della bicicletta. Ieri il gregario era una barca a vela, oggi è uno yacht con lo sponsor. Hanno perso quel certo fascino alla Brecht in funzione di una serialità senza sussulti, li vediamo tutti in fila correre come bodyguard, tanto dura solo poche ore. Il tempo di mostrare il nome sulla maglia, Team Total Direct Energie nel caso di Jérôme Cousin, partito come un pomodoro di Coldiretti al chilometro zero e ripreso come un vecchio limone, spremuto, a una ventina dal traguardo, Sisteron, dove due anni fa ha vinto in una Parigi-Nizza. Ha resistito fin qui non per un’impresa ma per una concessione. I signori in giallo lo hanno tenuto davanti per non dover controllare la corsa.
Questo ha di orribile la vecchiaia. Il massimo dell’eccitazione è rivivere. Rincorriamo Proust e gli odori mandati a memoria. Soprattutto qui in Provenza, sulla route Napoleon, il vecchio percorso che il gran capo fece con i suoi 1.200 uomini quando riuscì a sbarcare in fuga dall’isola d’Elba, prima di andare a sbattere su Waterloo. Le nostre Waterloo sono finanche più crudeli, Geraldine, non hanno un nome e si assomigliano, una uguale a un’altra, anche se siamo a Grasse dove mi fai segno di volerti fermare a sentire profumi. Io non amo i profumi né quelli che si profumano. Al massimo sopporto la lavanda perché sparisce dopo un attimo. I miei ricordi preferiti sanno di benzina. Da bambino andavo a ficcare il naso nei serbatoi, quando si faceva il pieno. Sognavo di diventare uno di loro, di faticare alle pompe e di fare lì dei magnifici incontri, ereditiere che in Rolls Royce si sarebbero fermate e si sarebbero innamorate di me. Nell’Alta Provenza dove sono cresciuto io, uno sguardo può spaziare su un orizzonte incredibilmente limpido e lontano, può raggiungere i plateaux, le colline fasciate di querce e ulivi. Il CD del vecchio Fred sta dicendo che non è un capriccio di agosto, a Geraldine viene da ridere nel sentirmi cantare in italiano immagina che scena noi due con quella luna. Che significa, mi fa segno con la mano. Glielo dico. Non ride più. Provo a distrarla ricordandole che domani ci tocca la prima vera salita, Orcières-Merlette, le racconto del 1971, della profezia di Madame Soleil, una veggente. Un grave incidente, disse, colpirà la maglia gialla, nata nel segno dei Gemelli. Era l’identikit di Merckx. Eddy si innervosì. Ocaña, salendo a Orcières-Merlette, gli aveva dato 8 minuti di distacco e aveva vestito la maglia. Ocaña fait plier Eddy I, titolò il mio giornale. Ocaña na nous a maté comme El Cordobes, mi pare di risentire la voce di Merckx. Fra Revel e Luchon, scendendo dal Col de Mente, con la strada scivolosa per un uragano, lo spagnolo sbandò e cadde con tutto il Tour che aveva in tasca. Eddy rifiutò di indossare la maglia “alors que mon adversaire est a l’hopital”. Ecco cosa volevo dire, che questo ha di orribile la vecchiaia. Le cose belle sono già successe.
4a tappa: Sisteron – Orcières-Merlette
Io e il Mario Chiesa di Bici Pulite
Non siamo tipi da ravioli all’aragosta e filet mignon in crosta alle erbe, ci diciamo al ristorante Diversion, in Place Jean-Marcellin a Gap, dove c’è una rotaia sospesa sopra la zona pasti e le pareti sono rivestite di targhe automobilistiche americane. Siamo alle sedie fuori la terrazza, davanti a un piatto di moules frites e crêpe ripiene. Geraldine mi insegna come si dice nella lingua dei segni: mangiare, come si dice: tu, bello, andare. In alternativa, spiega, si possono imparare tutte le lettere e comporre le parole mettendole in fila una per una. Mi eserciterò. Sorride. Lei ha imparato a 4 anni, mi svela, io posso imparare a ottanta.
Nils Politt, tedesco numero 177 della Israel Start-Up Nation, era anche lui un bimbo di 4 anni quando a Veynes, dove è passato per primo ieri mattina al traguardo volante, andai a bussare a Les Restanques, uno dei tre o quattro palazzi moderni appena dentro la città, dei brutti cubi stile anni Sessanta che spiccavano come la forfora su un maglione scuro. Devi cercare quello con la facciata rosa, era stata l’imbeccata di Francois Thomazeau, il collega della Reuters che aveva fatto lo scoop. Un tizio in T-shirt bianca col marchietto Adidas e i pantaloncini corti aveva smesso di armeggiare attorno alla sua mountain bike in titanio color argento: un uomo stempiato, gli occhiali come si usavano una volta, con la montatura in plastica chiara. Oui, c’est ici, aveva risposto. Cercavo monsieur Willy Voet, il massaggiatore della Festina fermato con la macchina piena di doping mentre andava al Tour de France. Passava per il Mario Chiesa di Bici Pulite, era l’uomo che aveva spezzato l’omertà, il muro del silenzio. Stava facendo venir giù tutto il presepe, mentre noi avevamo occhi per Pantani. Mille novecento novantotto.
C’est moi, aveva risposto il tizio senza smettere di aggiustare il manubrio della mountain bike. Restammo un attimo a guardarci, pieni di imbarazzo e gelo. Disse che non poteva parlare, aveva respinto pure la televisione, era sotto controllo giudiziario, era uscito di prigione da poco, non dava interviste. Gli dissi che ero un giornalista ma non facevo mai interviste, io parlavo con le persone, e casomai scrivevo, se restava qualcosa di interessante da mettere sul foglio senza togliere a nessuno la dignità di essere uomo e il diritto di aver sbagliato. Parlammo tre ore. Quando ieri siamo ripassati lì davanti, 22 anni dopo, ho sentito forte la tentazione di andarlo a cercare. Di lui ricordo gli occhi bassi quando disse che guadagnava 15 mila franchi al mese e con 15 mila franchi al mese non si è davvero liberi di dire di no a chi ti chiede di guidare una macchina piena di siringhe e schifezze dall’altra parte della frontiera, dal Belgio a Lille. Ora non ci sono più frontiere, non c’è più Pantani, non ci sono più troppi amici, e pure le moules frites e le crêpe ripiene qui a Gap sono diventate quelle che sono. Il brutto della vecchiaia è che anche il miglior sapore è finto come una dentiera.
Veynes è divisa in due dal Petit Buech. Quando il treno entrò per la prima volta nel dipartimento, per intuizione e opera dell’ingegner Adrien Ruelle, come sempre accadeva quando una ferrovia giungeva a modificarti per sempre la vita sotto il naso, Veynes smise di essere un villaggio e diventò un puntino sulla mappa collegato a Marsiglia, a Grenoble, a Briançon, a Valence. Una straordinaria avventura economica, industriale, umana. Dai treni, quando finalmente arrivano, vedi sempre scendere una Claudia Cardinale. È quando ripartono che le cose si fanno più difficili.
5a tappa: Gap-Privas
Il gruppo senza veleno nel paese dei veleni
Tra il tartufo nero di Nyons e il torrone di Montélimar, scelgo il veleno di Rosans. Non c’è confronto. Si guadagna di più. Dovessi puntare su un settore nel quale investire la pensione, mi fermerei in questo posto sessanta km dopo la partenza di Gap, nelle Hautes Alpes, dove una piccola azienda si è specializzata nell’estrazione del siero dai serpenti. Costa più dell’oro. Mi dicono anche 4 mila euro al grammo. Una palese violazione della legge della domanda e dell’offerta sul mercato. Perché di veleno in giro ce n’è già tanto.
L’azienda è stata creata una ventina d’anni fa da un paio di zoologi di origine sovietica. Hanno messo in piedi una sorta di pensione per un migliaio di rettili. Il laboratorio dispone di otto sale di allevamento e di un asilo nido per serpentelli appena nati, dove sono state ricreate le condizioni naturali necessarie. Quando passai l’ultima volta da queste parti, racconto a Geraldine, domandai con un certo candore che cosa se ne facessero del veleno, come oggi continuo a chiedermi che cosa ce ne facciamo noi, nel produrne tanto da soli, per conto nostro, a ogni passo, a ogni angolo che voltiamo. Loro avevano una risposta, noi non ancora.
Il veleno di Rosans serve per scopi medici. Viene usato nei sieri oppure come agente emostatico in neurologia. Allevano anche uno sciame di calabroni. Li mungono per usare la tossina nel trattamento delle allergie. Ah, ci sono pure cinquemila scorpioni che producono pesticida per le mosche. Geraldine si diverte. Fa il solito segno. Parla, vecchio, dice, che non mi annoio, parla.
Ho scoperto che i serpenti di Rosans vengono svuotati del loro pericolo massaggiandogli le ghiandole. Hanno una vipera venuta dal Gabon e tutti ci fanno battute sulle suocere.
Dinanzi a tanto veleno il gruppo ha deciso di privarsene e di sfilare, di correre facendone a meno, nella sola tappa della storia del Tour ch’io ricordi senza un’avventura, senza uno scatto, nemmeno la finzione di spingersi in avanti per mostrare al mondo lo sponsor sulla maglia. Nello sport della fuga bidone, hanno inventato la tappa bidone.
Così siamo arrivati a Privas in un’atmosfera tanto carezzevole che mi sembrava di essere al golf. Neppure più al tennis sono tanto gentili tra di loro. Prima si appoggiavano l’un l’altro un tocco di qua e un tocco di là, giocavano con dei piumini al posto delle racchette. Adesso li vedi che si odiano come pugili sulla bilancia del peso e mai avrei creduto di accompagnare un Tour de France purgato di battaglia. Il premio per la combattività ieri lo avrei dato al palo della luce sul traguardo di Privas, questo paese dove non molto tempo fa 150 contadini tennero sotto sequestro per varie ore cinque funzionari del ministero dell’Agricoltura, sottoponendoli – come dire – a una lezione rieducativa sui guasti che la siccità prolungata aveva causato all’agricoltura della zona.
È un paese chiave della Génération précaire. Ci vivono tutti ragazzi che stanno finendo gli studi e hanno grandi speranze. Noi chiamiamo ragazzi anche i trentenni, anche Geraldine. Sono parcheggiati fra i loro libri, fanno piccoli lavoretti per guadagnarsi qualcosa con dei contratti capestro. La Francia li ha soprannominati tempo fa lavoratori-kleenex, usa e getta. I nostri gregari, a guardar bene. Senza che neppure possano permettersi di sfilare piano.
6a tappa: Le Teil- Mont Aigoual
Non è l’anno delle albicocche
Non ne voglio fare una questione di indignazione, di tasse e di servizi. Diciamo che mi basta restare nel campo delle suggestioni. Continuo a chiedermi come possa il paese dei fratelli Lumière avere anche un solo dipartimento senza ferrovie. C’è chi è fissato con i vini, io sono fissato con i treni. Sono cresciuto guardando i film di Sergio Leone e credo che le locomotive siano rimaste un segno di civiltà anche quando abbiamo deciso di sostituirle con le macchine e gli aerei.
Nell’Ardèche, dove più della metà dei suoi abitanti vive in Comuni sotto i tremila abitanti, le foreste si estendono per il 45 per cento del territorio. O si tengono gli alberi o ci fanno passare un treno. I Lumière venivano da Besançon, nel Doubs. Se fossero nati cinquant’anni prima, la mamma li avrebbe fatti austriaci, figli ancora della sconfitta di Waterloo, e io non starei qui a domandarmi se sia giusto che l’Ardèche continui comunque a non avere ferrovie. Finanche le squadre che sono qui presenti al Tour, quando hanno attraversato la regione, ieri sono andate sciolte, senza un ordine. Non ci sono state volate nei primi chilometri, non c’è stato bisogno di treni (per velocisti) passando dinanzi a queste case di pietra dentro le quali un ceppo antico di Francia si è mescolato con i frutti dell’emigrazione.
A proposito di frutti. Questo strambo Tour attraversa le strade senza essere più in tempo per le albicocche del Drôme e senza essere ancora in tempo per le castagne dell’Ardèche, dove continuano a puntare su un turismo che non ama gli alberghi a cinque stelle, non ce ne sono, ma sui bagni nei torrenti, le gite in bici, le passeggiate. Con Geraldine facciamo una deviazione su Antraigues, dove è sepolto Jean Ferrat. Avrei quattro papaveri da portargli sulla tomba a nome di un amico. Il cimitero è in salita. I fioristi sono chiusi. Gli lascio quattro sassolini. Possono bastare a saldare un doppio antico debito.
La corsa attraversa Lavilledieu con i suoi avventurieri già davanti al mucchio. A Lavilledieu viveva e vive Hervé Joncourt, il personaggio del romanzo di Baricco, l’uomo che compra e vende uova di bachi da seta. Quando una epidemia uccide le larve degli allevamenti in Europa e in Africa, quello parte per il Giappone e va a cercarne. Dove si trova il Giappone per un uomo dell’Ottocento come lui? “Sempre dritto di là. Fino alla fine del mondo”, scrive Baricco, il reame lontano che Lutsenko, van Petegem e tutto il gruppo appresso hanno invece individuato sul Mont Aigoual. Nelle favole, nei romanzi, nelle tappe al Tour, bisogna sempre uscire vivi da un’avventura per incontrare il premio, l’amore, la donna misteriosa che appare e scompare, che strega, ti cambia l’animo e l’aspetto, ti toglie il fiato, te lo restituisce. La donna che ferma il tempo e che per tutto il tempo lascia che tu la desideri. Facciamo pure che sia la maglia gialla, l’unica cosa certa in questo Tour pieno di senza. I baci sul palco sono finiti. I tappi di champagne non saltano più. Le albicocche a settembre sono marcite e chissà se nel Drôme saranno mai più buone come un tempo, come sono state squisite fino a un’estate fa.
7a tappa: Millau-Lavaur
Il mito dei Pirenei
Sui Pirenei a settembre ci vanno gli spagnoli. Portano la loro Vuelta fra le montagne povere come sul dorso di un asino, mentre noi francesi che ci siamo sempre andati a luglio, in piena estate, quando il sole è più sole che qua, ci arriviamo con la luce che di solito accompagna gli eroi e i loro cavalli bianchi.
Los Pirineos dicono loro. Les Pyrénées scriviamo noi. Sono strade che ci dividono o ci uniscono, la verità è sempre nell’occhio di chi guarda. Eppure per loro sono montagne maschili, vette virili d’autunno come un Banderas o un Javier Bardem, per noi sono femminili, sono le promesse tradite della bella stagione.
Le nuvole basse sono tende dietro le quali les Pyrénées si nascondono, ma tutti sanno che non si sono mai mosse di là. Avrebbero bisogno di un buon ufficio stampa per competere con lo charme delle Alpi, che la decadenza della cultura francese in favore di quella anglosassone spinge tutti adesso a definire glamour. Les Pyrénées in luglio profumano generalmente di resina, scrosciano di cascatelle fresche. Godono di una luminosità d’atmosfera che avvicina le cime. Sono scalate tra falchi e poiane, qualche volta si riesce ancora ad avvistare qualche avvoltoio, o tra le pietraie vipere. Le strade sono rugose e malandate, i nomi che portano sono aspri, pieni di spigoli, come facce di taglialegna, si tratti di Ossau, di Bigorre, o di Gazost. Offrono in qualche caso come le Alpi resort multi stelle e stazioni sciistiche. Si sono convertite a un’accoglienza di lusso stonata come Jannacci, eppure la loro anima autentica resiste in un cassoulet o in una garbure, la zuppa asciutto dentro la quale annegano i fagioli bianchi di Tarbes, ossa di prosciutto, pezzi d’oca e d’anatra, verze, porri, carote, rape, aglio, cipolle. Sulle Alpi si vanteranno sempre di poter portare in tavola le costolette di cervo e i canederli. Les Pyrénées hanno accenti problematici, le Alpi hanno la erre moscia. Sont invincibles.
Le Alpi hanno una bellezza da depliant vietata al pover’uomo ciclista che si trascina lungo les Pyrénées con un numero appiccicato alla schiena, grattugiando la sella di una bicicletta. Le Alpi sono un inno, les Pyrénées un lamento. Emilio De Martino, che fu il direttore della Gazzetta dopo la seconda guerra mondiale, per giustificare una sconfitta italiana al Tour, scrisse che “una volta i Pirenei erano più alti”. Anche per voi italiani sono maschi. Può darsi perfino che sulla storia dell’altezza De Martino avesse ragione. So che los Pirineos sono galantuomini. Hanno due regole per il Tour che ci passa. La prima: non è detto che chi vada forte qui vada forte pure sulle Alpi. Nel suo glorioso ’98 Pantani era uscito da les Pyrénées con 3 minuti e 1 secondo di ritardo. La seconda – come si dice: su les Pyrénées non si capisce forse chi vincerà la corsa, ma si conoscerà con certezza chi la perderà.
C’erano suiveur che venivano al seguito direttamente a Pau. Io ho sempre seguito la corsa dal principio perché al Tour hai la certezza che qualcosa arriva anche quando nessuno se lo aspetta, e non si fa annunciare. Noi poi diciamo les Pyrénées come se fossero tutte uguali. In realtà ci sono les Pyrénées verdi, come fino al Portet d’Aspet, fino al Col de Porte, e ci sono les Pyrénées aride, arcigne, pietrose, scoperte. Mi scuserete se continuo a definirle al femminile, nella mia lingua, ma io le ho sempre immaginate così, con le querce e i platini a far loro da sentinelle, dolci, con la via dei formaggi che si confonde con quella dei vini, con i contadini che sfoggiano le loro ciliegie e le loro pesche fresche aulentissime, i pomodori, le insalate, con le trattorie che lungo le ascese offrono i loro agnelli e i loro polli. Dentro les Pyrénées ci sono le acque buone (Eaux-Bonnes) e le acque calde (Eaux-Chaudes), ci sono le basse Pyrénées e le alte Pyrénées, ma anche le alte Pyrénées possono essere basse. Anche quelle verdi per un poveraccio uomo affaticato possono presentarsi aguzze come le Alpi.
Eddy Merckx diceva che le Dolomiti sono molto più impegnative perché hanno salite più ripide, Coppi che le montagne decisive sono le Alpi e alcune del Massiccio Centrale come il Puy de Dome. La verità è che Fausto non gradiva molto les Pyrénées perché il caldo rendeva il clima irrespirabile e più di una volta era andato in difficoltà. Così come uno alla volta ci hanno lasciato gambe, fiato e respiro campioni della
nobiltà di Binda, Girardengo, Adorni, Bahamontes, Kuiper, Rooks, Vanderaerden. Qui, Greg Lemond aveva annunciato nel 1990 che si sarebbe disfatto di Claudio Chiappucci. L’americano aveva il pregio di pensare a voce alta e il torto di mettere in piazza verità indicibili.
Les Pyrénées sono entrati nel percorso del Tour un anno prima delle Alpi, nel 1910 contro il 1911. Due anni prima René Pottier aveva scalato il Ballon d’Alsace in bicicletta, era stato uno choc, anche se adesso per gli stessi motivi di charme scriverebbero tutti quanti shock. Le corse in bicicletta evitavano le montagne. La tappa prevedeva la scalata una dietro l’altra di Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque. Partenza alle 3.30 del mattino. Per poter passare la prima volta ai 1700 metri dell’Aubisque gli organizzatori avevano tirato fuori dalla tasca 5 mila franchi così da mettere a posto un viottolo altrimenti impercorribile.
Octave Lapize, un parigino coi baffetti, era transitato in testa all’Aspin e poi al Tourmalet, che nel dialetto locale vuol dire brutto passaggio, nonostante avesse alternato dei tratti a piedi ai tratti in bicicletta. Aveva fatto le salite insieme a un basco, Garrigou, del quale si racconta avesse una bici di 15 chili, con tubolari da 450 grammi l’uno. Sull’Aubisque sbucò a sorpresa uno sconosciuto, tale Lafourcade di Bayonne, un isolato, e nella frustrazione di doverlo inseguire, al quindicesimo minuto della sua ascesa a piedi, Lapize urlò agli organizzatori: «Siete degli assassini, ditelo a Desgrange».
Desgrange era il patron del Tour e non si era presentato sul percorso. Disse di essere ammalato. I maligni erano certi che si trattasse di una maldisposizione dovuta alla paura di andare a sbattere contro un fallimento. L’idea della quadruplice scalata durante la Luchon-Bayonne di 326 km gli era stata data da Alphonse Steiner, il suo vice. Trenta corridori si rifiutarono di partire. La direzione della corsa venne presa da Victor Breyer, che scrisse: “Saliamo il Tourmalet su una strada larga tre metri, letteralmente scavata nella neve. La discesa è fantastica, è come cadere in un abisso”. I contemporanei la definirono una “folle avventura”. Lapize avrebbe poi vinto in volata a Bayonne sul lombardo Pierino Albini, al quale venivano attribuite altre imprese.
Sette anni più tardi, Octave Lapize sarà abbattuto in volo durante la guerra nel cielo di Woevre, il 14 luglio. Era stato riformato per sordità e si era fatto arruolare nell’aviazione. Desgrange avrebbe detto: «Ho sentito, davanti alla sofferenza dei nostri uomini, il cuore chiuso dal rimorso per avergli imposto un simile programma. Provo il sentimento doloroso di un padre che ha fatto uso eccessivo dei suoi diritti, facendo troppo soffrire i suoi amati figli. Ho visto Scieur accovacciarsi su un ruscello che cantava la sua fresca canzone e bere come un animale assetato, ho visto Hueghem prostrato sullo stesso ruscello che gridava come una bestia moribonda, gridava di non vederci più dagli occhi».
È da allora che les Pyrénées sono diventati una sfilata di leggende e figurine. Nel 1911 scalando l’Aubisque, Paul Duboc prende una borraccia ad Argeles e scopre che l’acqua è avvelenata. Scosso dalle convulsioni, finisce dentro un fosso. A Sainte Marie de Campan c’è tuttora una targa che ricorda quanto accadde nel 1913, leader della corsa prima che fosse inventata la maglia gialla. Il primo in classifica indossava all’epoca un bracciale verde. Christophe rompe la forcella sul Tourmalet, si fa 14 km a piedi, entra nella bottega di un fabbro – lo era pure lui – e in quattro ore se ne costruisce un’altra. Al fabbro il regolamento vietava di intervenire. C’è un ispettore che vigila e a un certo punto chiede: «Posso andare a mangiare un boccone?». Christophe si irrigidisce: «No, il carceriere resta col carcerato» gli dice. «Se vuole, lì c’è del carbone». A quei tempi la strada era una mulattiera pensata perché fosse percossa da zoccoli, non segnata dalle ruote. Luigi Lucotti nel 1921 scende dal Tourmalet e dice che non avrebbe mai più corso in vita sua. Henri Desgrange lo descrive “bianco come Pierrot” perché “il suo volto era cadaverico”.
Nel 1923 gli organizzatori del Tour avvertirono i corridori: «I signori concorrenti sono invitati alla massima prudenza perché un grande numero di cavalli, muli, asini, vacche, vitelli, capre, montoni, maiali erra liberamente ai bordi delle strade». La strada era scabrosa come il letto di un torrente, Albert Londres definì i corridori dei forzati. Binda ha conosciuto il brivido di una sella rotta in discesa dal Portet d’Aspet. Sulla stessa salita nel ‘34 il ventenne Vietto fece il tragitto al contrario e tornò indietro perché un motociclista lo aveva informato che il suo capitano, Magne, staccato, aveva rotto una ruota. Vietto gli portò la sua e Magne andò a vincere il Tour de France.
Quando si parla delle fughe su les Pyrénées, bisogna cominciare da quella che Albert Bourlon fece per 253 km nel 1947, durante la tappa Carcassonne-Luchon. Arrivò con 16 minuti e mezzo di vantaggio su Callons, al terzo posto il triestino Cottur. Sull’Aspin si racconta di un’aggressione a Bartali di alcuni tifosi francesi, ma non mi fido, voi italiani siete chauvinisti senza aver avuto mai Chauvin. Narrate ancora la leggenda di una Citroen nera che avrebbe cercato di spronarlo e buttarlo in un burrone di una discesa che nessuno, neanche Bartali, ha mai saputo individuare. Ma è vero che le strade erano sterrate e rapaci, dinamitarde, minacciose.
Nel ’51 l’olandese Van Est, che era maglia gialla, in un burrone dell’Aubisque ci finì sul serio da solo. Ebbe la fortuna di capitare sdraiato su del terriccio morbido tra due costoni di roccia. Lo tirarono su con una corda di tubolari.
Nel ’53 durante la Pau-Cauterets, Koblet mancò una curva, finì contro un muretto e precipitò nel giardino di una casa di riposo di religiose. Si fratturò tre costole. Il primo a soccorrerlo fu il mio amico giornalista Rino Negri, che lo seguiva sul sellino posteriore di una Guzzi 500 guidata da Alippi, collaudatore della scuderia, sfiorando la roccia e il ciglio del burrone.
Tutte queste me le hanno raccontate. La prima che ho visto con i miei occhi è l’impresa di Merckx del ‘69 quando in maglia gialla attaccò sul Tourmalet, a 130 km al traguardo di Mourenx. Tirò dritto sul Soulor, sull’Aubisque e arrivò con 7′ di vantaggio.
Il duello con Ocaña sul Col de Mente del ’71 l’abbiamo già raccontato l’altro giorno. Se cercate il luogo dove è stato sepolto Ocaña, vi indicheranno il cimitero nel Gers. C’è effettivamente un monumento ai caduti, ma non c’è la tomba di Ocaña. È stato cremato, le ceneri sparse in Spagna, lanciate da un aereo in volo.
A proposito di spagnoli, Indurain è stato il primo ad attaccare in discesa (sul Tourmalet) nella storia del ciclismo del suo paese. Il Portet d’Aspet è il luogo di un dolore perpetuo per Casartelli. Il giorno dopo la sua morte, la tappa diventò un lungo funerale di gruppo, impossibile da dimenticare. E poi Ullrich, Pantani, Plateau de Beille. Quella volta che Zuelle si ruppe la clavicola in Svizzera – non era assicurato – e tre giorni dopo era su les Pyrénées ad allenarsi per correre il Tour con 12 viti dentro l’osso. Aldo Zambrini, responsabile della Bianchi, un giorno ha detto che una vittoria in una tappa su les Pyrénées vale il triplo per le case di biciclette, perché se ne parla in Francia, in Spagna e in Italia.
I paesi più poveri su les Pyrénées hanno delle chiese bellissime. Les Pyrénées non sono streghe, non sono mostri direbbero gli spagnoli e direste voi italiani, ma possono far paura. Alfonso Gatto aveva definito il Peyresourde una montagna rattoppata di verde. Salvador Dalì trovava che qui ci fosse il centro del mondo, per l’esattezza nella stazione ferroviaria di Perpignan. Se ogni tanto tornano i treni tra le mie righe, non è colpa mia. È pur sempre il nostro mito di progresso, nostro – intendo – per chi aveva intorno ai trent’anni nel Sessantotto.
L’ho fatta lunga, e sono stanco. Geraldine di là si domanda perché stasera tardiamo nell’andare a cena.
Ma l’ultima devo raccontarla. Nel ’64 un mago parigino, Bellino, dichiarò a France Soir che su les Pyrénées un corridore il cui cognome cominciava con la A sarebbe morto cadendo lungo la discesa dell’Envalire. Anquetil si sentì chiamato in causa. Si fece fotografare il giorno prima – giorno di riposo – durante una festa a base di carne alla griglia. Mangiò dell’agnello. Per esorcizzare. In realtà era molto superstizioso, rimase inquieto, la notte non dormì – ma forse fu per l’agnello – e tenne sveglio il suo compagno di camera Stablinski, poi l’indomani salì l’Envalire con prudenza, prendendo 4 minuti di distacco da Bahamontes e da Poulidor. Voleva perfino ritirarsi a un certo punto. Il suo ds Gemignani arrivò sull’ammiraglia e gli passò un bicchiere di carta. Dentro c’era dello champagne. «Se proprio devi morire, che sia in testa al gruppo e non in coda». Così racconta di avergli detto Geminiani, l’ha scritto nel suo libro di memorie. Di vero c’è che Anquetil si gettò disinibito giù per la discesa e riprese tutti. Avrebbe vinto il Tour alla fine con 55 secondi di vantaggio su Poulidor.
Ora che ci penso, è la prima volta che il Tour scala les Pyrénées senza il mio amico Poupou.
Mi manca.
Ma se con voi devo essere sincero, ci ho pensato sin dalla prima riga, e tutte le altre le ho scritte solo per poter piangere pensando a lui.
8a tappa: Cazères-sur-Garonne – Loudenvielle
Il tango di Gardel e la bellezza selvaggia delle sconfitte di Pinot
Su les Pyrénées si diventa molto di più e molto di meno. I corridori sono ridotti a facce. Come i pugili alla terzultima ripresa. Come fanti alla prima guerra mondiale. Come cavernicoli alla battaglia per il fuoco. Stephen Roche ai suoi tempi ne aveva una da missionario, Indurain da ispirato. Armstrong era il ritratto della fierezza, Bugno dell’indecisione, LeMond della sfrontatezza, Pantani della sofferenza sempre, anche quando vinceva, anche quando lasciava tutti e se ne andava.
Il mio Pinot ha una faccia grigia come una nuvola cattiva. Si capisce dalle sue labbra secche che non arriverà in cima insieme agli altri. Sono le labbra dei ciclisti che bisogna guardare, non le gambe, il passo, l’andatura, il ritmo. I compagni lo sanno e gli stanno attorno, gli danno una pacca sulla spalla, lo aiutano a deporre armi e armature, in un questo lungo andare per montagne che ha la bellezza selvaggia della sconfitta. Pinot si è contorto sulla bici sentendo di nuovo per intero il dolore della caduta di Nizza e della maledizione che al Tour si porta addosso. Quando Pinot fallisce, noi francesi ce ne addoloriamo. Perché sappiamo che per un altro anno ci toccherà intervistare Hinault. Forse lui non è fatto per il Tour, forse noi francesi non siamo più fatti per il Tour, né vedere Guillaume Martin e Bardet battagliare mi dà sollievo. Sono solo promesse di una futura delusione.
Furono delusioni su queste strade le imprese di Rasmussen e di Vinokourov, chissà se al volante della macchina dell’Astana, guida anche tra i ricordi, in mezzo a luoghi dove nel 2007 vinse con un ginocchio deformato come un occhio di bue, solo più rosso, solo più grosso, una cronometro fatta sua con una ferita che avrebbe impedito a una persona normale di camminare. Il giorno dopo prese mezz’ora. Poi si risollevò e finanche in una zona della Francia dove i miracoli e le resurrezioni sono il pane quotidiano, in una zona di apparizioni miracolose, di roghi religiosi, di mostri fantastici, di caverne senza fondo, di tesori sepolti, la sua forza sovrannaturale parve improbabile. Infatti.
Questo colare a picco di Pinot su queste stesse strade lo rende più vero, più umano, più vicino a noi. Qui nell’Haute-Garonne, dove figlio dell’amore nacque Gardel, il re del tango. Se il fuoco ce lo ha rapito, scrisse Osvaldo Soriano, noi abbiamo provveduto a renderlo immortale. Gardel abita in ogni sogno di grandezza, rimane presente in ogni stretta al cuore. Gardel è un fiume di canzoni che ci avvinghia come un cappio al cuore. Carlos è il nome maschile più diffuso nell’area del Rio de la Plata grazie a lui, l’eroe senza padre, l’emblema dell’introversione, del non detto, della malinconia di cose perse o lontane, delle sfumature dell’indecisione come una scelta. Se è in una perenne incertezza che si riflette il volto di un popolo, Pinot ci sta raccontando questa mia nuova Francia smarrita. Non sa cosa sia ciclismo chi non ha visto i Pirenei. Il Peyresourde in sé non è terribile ma abbassa le creste.
9a tappa: Pau-Laruns
Questa Italia senza grimpeur né moschettieri
Il merito del Tour, pensavo, dipende dallo spirito, nel caso conservatore, di noi francesi che non cambiamo mai nulla radicalmente. Lo scheletro magari ne può venire deformato mai distrutto. Una specie di Wimbledon che si attraversa sui pedali, dove al posto dei prati ci sono le cime. Puoi evitare il Galibier e il Tourmalet, puoi scegliere di non passare per il Ventoux e l’Alpe d’Huez come quest’anno, ma l’esagono avrà sempre sei lati e li devi solcare. Il Soudet è una salita che illude, verde, comoda, vorrei dire finanche accogliente, questo all’inizio, poi ti tira coltellate alle gambe con certe pendenze intorno al 10%, alternate qua e là a tratti meno complicati. Fabio Aru è andato alla deriva prima ancora di annusarla e io sono qui a domandarmi che ne sarebbe dell’Italia, cosa ne sarebbe stato, se il Tour non avesse compiuto l’unica rivoluzione della sua storia, cancellando la corsa per Nazionali.
C’è stato un tempo nel quale Fabio Aru sgranocchiava salite come torrone di Tonara. In bello stile, in piedi sui pedali, dalla sua bocca contorta s’intuiva la portata dello sforzo. Quattro anni fa aveva nelle gambe fuochi d’artificio. Una Nazionale italiana avrebbe avuto il dubbio se fare di lui il capitano. Lui e non Nibali, intendo. Invece adesso l’Italia è smarrita, già quattro ritiri, un solo corridore entro i 4 minuti (Caruso), il suo campione nazionale a casa (Nizzolo), l’Italia è stemperata nel ciclismo internazionale dei nuovi paesi che emergono e finanche la Slovenia che sta appena alla frontiera pare irraggiungibile. Aru che scatta sul Col de la Lusette, storia di giovedì, e i signori del gruppo che lo lasciano andare, è una scena malinconica come una canzone di Cocciante.
Finisce la storia sua e di una inesistente Nazionale 2020 proprio qui al Soudet, dove si arriva su una valle chiamata dei Moschettieri perché avrebbe dato i natali a D’Artagnan e Aramis. La città di Arette si è nominata da sola loro patria. Dumas li aveva definiti per conto suo «tre bastardi figli della mia immaginazione». Qui si sono insubordinati. Dicono che allora questo signor Dumas farebbe bene a spiegare come mai nei paraggi esista un castello dei conti Porthos, un villaggio che si chiama Aramitz e un altro borgo che si chiama Athos. Dumas, come si sa, non è in grado di discolparsi, e nemmeno l’Italia, incapace di correre tutti per uno, e uno per tutti, senza un uno e senza un tutti. Resta al massimo un Daniel Oss, uno che si fa mettere alla frusta in quanto gregario, se occorre e quando occorre.
Ma sul Marie-Blanque, che sa essere più perfido del Tourmalet, mi volto e non vedo i grimpeur che ricordo – non voglio dire in Pantani – ma nemmeno in Guerini, Massi, Simoni, Roberto Conti, Pellicioli, Basso, nella solennità di certe figure incontrollabili eppure rigorose come Beccia e Panizza, in certi cavalli disciplinati e imprevedibili come Fincato, Caucchioli, Lanfranchi. Dove sono mai più.
Il mestiere del grimpeur è di destra o di sinistra? Non sono domande oziose, Una volta se ne occupò le Figaro, ai tempi di Pantani. Perché Marco da giovane, ragazzo di Romagna, della “rossa” Romagna, era stato un militante, prima che gli venisse in soccorso la bicicletta. Pedalare, scrissero i miei amici del Figaro, lo aveva salvato dal “torrente di una passione amorosa distruttrice”. Una tesi che non poteva lasciare indifferenti. Corremmo a dirglielo, un pomeriggio, sotto l’albergo, alla fine di una tappa, e lui con quegli occhietti smarriti e piccoli piantati in mezzo al Ventoux che aveva al posto della testa, rispose: “Ma in Romagna siamo tutti rossi: che male c’è?”.
Uno per tutti, l’Italia non ha più nessuno.
Amen.
21esima e ultima tappa
Mantes-la-Jolie > Parigi (Champs-Élysées)
Gli ultimi passi con Geraldine
Da tempo il Tour è chiamato la festa di luglio e l’ultima tappa è sempre stata una festa doppia. È una passerella in cui la fierezza di chi vince bacia quella di chi sta portando a casa una maglia speciale, oppure ha vinto una tappa, o semplicemente ce l’ha fatta a essere qui, Parigi, la Ville Lumière, la città-luce, la città-premio, che spalanca il suo viale più celebre a chi s’è fatto i sentieri della Bretagna, le discese a tomba aperta dei Pirenei, le salite sulle Alpi che squagliano le ginocchia.
Farcela come ce l’ha fatta Michael Valgren, il danese che ieri è arrivato staccato di 3 minuti e 53 secondi, da solo, perché come Fignon al suo passo d’addio si è fatto scivolare in coda per godersi meglio l’ultimo sorso del calice. Oppure farcela come ce l’ha fatta Roger Kluge, tedesco, 34 anni, la lanterne rouge del Tour, l’ultimo in classifica, il primo della schiera dei sopravvissuti e dei non-ritirati. Ha preso sei ore e 7 minuti di ritardo, oltre che la mia simpatia. Doveva essere il suo obiettivo, al quarto Tour. Un anno fa era arrivato sestultimo, penultimo al Giro d’Italia del 2015 e tra gli ultimi 20 l’anno dopo, quando fece la scemenza di vincere una tappa a Cassano d’Adda, il paese di Valentino Mazzola.
Ai Campi Elisi una volta si beveva champagne in orribili coppe di plastica, c’era chi dal gruppo faceva una telefonata a casa come i concorrenti che ai quiz chiedono un aiuto o una vocale. Tutti fantasmi, smagriti, pelle e ossa, irriconoscibili, tutti con il pensiero rivolto a quanto sarà bello addormentarsi finalmente con la propria donna al fianco, tornare a giocare con un figlio mai visto per tre settimane, sfilarsi l’auricolare dalle orecchie e vivere come ti pare e piace, uscire dai grani di un rosario fatto di speranze, imprese, stanchezza, gioia. Riprendersi il tempo, tornare a passeggiare sotto i platani.
Ora mi riprendo il mio, dopo aver rimesso gli occhi dentro gli occhi del Tour come per 44 anni e poi averlo dimenticato. Geraldine mi ha accompagnato all’aeroporto, bella come la Provenza anche se non gliel’ho mai detto per non rendermi ridicolo, il vecchio che sono, oggi compio 80 anni. Non aveva l’aria malmostosa della Planche des Belles Filles, anzi, aveva luce, mi ha detto con le dita che aveva pure un regalo per me, non da darmi, ma da farmi. Nel parcheggio dell’aeroporto Charles De Gaulle, ha messo un CD e ha cominciato a ruotare su se stessa seguendo con le labbra il vecchio Fred Bongusto che diceva la mia estate con te. Ha riso. Ha riso molto molto. Poi ha aperto la borsa, ha infilato lì dentro una mano, ha frugato e ha tirato fuori due tubetti. Bolle di sapone. Uno per lei, l’altro per me. Voleva che le facessimo volare insieme. Ha svitato il suo tappo e lo ha allungato a me, poi ha aperto la sua mano per accogliere il mio. Ha iniziato a contare senza far rumore. All’uno abbiamo spalancato i polmoni, al due abbiamo gonfiato le guance, al tre abbiamo soffiato forte insieme, ridendo e liberando nell’aria certe palle di vuoto e leggerezza, noi immobili con gli sportelli aperti nel vederle salire, improvvisamente così incoscienti da credere che non sarebbero scoppiate mai.
Poi Geraldine ha svuotato il resto del tubetto lungo la strada, aveva gli occhi arrossati certamente dal sapone, mi ha dato un bacio su una guancia e senza altri gesti da aggiungere si è infilata in macchina, lasciandomi di lei l’ultima immagine degli occhi che guardavano dentro lo specchietto retrovisore, come per tre settimane, e una mano sollevata fuori dal finestrino per salutare. Allora ho preso il mio volo e ho pensato che se uno sogna, si muove. Poi magari sbaglia e cade, inciampa, lo spingono, si rialza, salta. Ma si muove.
TOUR DE FRANCE | PARIGI
Le mie tre settimane con Jacques Sedenteur
di GERALDINE KEPLERO
Ho girato la Francia con Jacques Sedenteur per tre settimane. Sono stata la sua autista. Era il mio primo Tour e per lui era l’ultimo. Lasciava che lo guardassi lavorare, sempre più tardi la sera, dopo l’arrivo, con il computerino sulle gambe, un hard disk esterno che collegava alla porta USB e un bloc notes davanti, di quelli con gli anelli, sul quale aveva preso appunti durante il giorno con una grafia gigantesca, scrivendo con i pennarelli.
Abbiamo mangiato un crumble di crostacei non mi ricordo dove e dei panini di gomma in autostrada bevendo birra calda. Delle omelette al formaggio dimenticabili e andouillette con patate fritte mai provate prima. Abbiamo consumato le ruote e le scarpe per chilometri per trovare un posto dove dormire, ma sulla nostra testa c’erano le stelle. Mi ha parlato di una poesia svedese, del calcio del Senegal, di birre irlandesi, di accenti italiani sdruccioli, di canzoni napoletane, di Antonio Valentín Angelillo, di una telefonata di compleanno a un amico torinese che aveva dimenticato di fare per i suoi 85 anni, mi ha parlato dell’amore e del rancore, del giornalismo che è chiamare le cose con il loro nome. Diceva frasi bellissime e misteriose come queste.
Il Novecento non è finito, sta cominciando.
La lettura è gioia, la scrittura è vuoto.
Che cosa noiosa è peccare quando si è atei.
Io le ascoltavo col terrore di dimenticarle finché non avessi avuto il tempo di nascondermi in bagno e appuntarle sul telefono.
Ho sbirciato tutte le sere dalle sue spalle mentre scriveva, non sono riuscita a leggere mai niente. Domenica, quando ci siamo salutati, sono tornata in macchina e sul sedile di fianco al mio c’era un post-it. Diceva: apri il bagagliaio. Ho accostato, sono scesa, ho aperto, e dentro c’era la borsa nera del suo computer, ma senza computer. Conteneva il suo hard disk esterno e un altro post-it.
È tuo.
Allora sono tornata a casa piena di curiosità, l’ho collegato al mio pc e ho scoperto che Jacques Sedenteur è un imbroglione. Mi ha lasciato tutti i suoi pezzi scritti in questi giorni. La storia delle bolle di sapone era inventata. Era inventato Fred Bongusto, abbiamo ascoltato solo Led Zeppelin e Judas Priest.
Si è inventato di aver imparato la lingua dei segni. Non è vero. Non ne aveva motivo. Non la conosco neanch’io. Non sono muta.
Tutto il resto che non ha inventato, lo ha plagiato. Ho trovato un file nel quale ci sono i brani che ha trascritto giorno per giorno, pezzi firmati Brera, Buzzati, Fossati, Gregori, Mura, Ormezzano, Pastonesi. Mi ha scritto: “L’unica cosa vera, Geraldine, sono il mio dolore e i miei troppi anni affannati”. Ha lasciato un messaggio per voi, perciò vi ho scritto: “Grazie dell’occasione. Ho rivissuto”. Ha lasciato una lettera personale anche per me, bellissima, che mi prendo la libertà di non divulgare. Finché non scoprirò quel mascalzone da dove l’ha copiata.
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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