Gli ultimi passi con Geraldine

 

TOUR DE FRANCE | PARIGi

 

Gli ultimi passi con Geraldine

di JACQUES SEDENTEUR

 

Da tempo il Tour è chiamato la festa di luglio e l’ultima tappa è sempre stata una festa doppia. È una passerella in cui la fierezza di chi vince bacia quella di chi sta portando a casa una maglia speciale, oppure ha vinto una tappa, o semplicemente ce l’ha fatta a essere qui, Parigi, la Ville Lumière, la città-luce, la città-premio, che spalanca il suo viale più celebre a chi s’è fatto i sentieri della Bretagna, le discese a tomba aperta dei Pirenei, le salite sulle Alpi che squagliano le ginocchia.

Farcela come ce l’ha fatta Michael Valgren, il danese che ieri è arrivato staccato di 3 minuti e 53 secondi, da solo, perché come Fignon al suo passo d’addio si è fatto scivolare in coda per godersi meglio l’ultimo sorso del calice. Oppure farcela come ce l’ha fatta Roger Kluge, tedesco, 34 anni, la lanterne rouge del Tour, l’ultimo in classifica, il primo della schiera dei sopravvissuti e dei non-ritirati. Ha preso sei ore e 7 minuti di ritardo, oltre che la mia simpatia. Doveva essere il suo obiettivo, al quarto Tour. Un anno fa era arrivato sestultimo, penultimo al Giro d’Italia del 2015 e tra gli ultimi 20 l’anno dopo, quando fece la scemenza di vincere una tappa a Cassano d’Adda, il paese di Valentino Mazzola.

Ai Campi Elisi una volta si beveva champagne in orribili coppe di plastica, c’era chi dal gruppo faceva una telefonata a casa come i concorrenti che ai quiz chiedono un aiuto o una vocale. Tutti fantasmi, smagriti, pelle e ossa, irriconoscibili, tutti con il pensiero rivolto a quanto sarà bello addormentarsi finalmente con la propria donna al fianco, tornare a giocare con un figlio mai visto per tre settimane, sfilarsi l’auricolare dalle orecchie e vivere come ti pare e piace, uscire dai grani di un rosario fatto di speranze, imprese, stanchezza, gioia. Riprendersi il tempo, tornare a passeggiare sotto i platani.

 

Ora mi riprendo il mio, dopo aver rimesso gli occhi dentro gli occhi del Tour come per 44 anni e poi averlo dimenticato. Geraldine mi ha accompagnato all’aeroporto, bella come la Provenza anche se non gliel’ho mai detto per non rendermi ridicolo, il vecchio che sono, oggi compio 80 anni. Non aveva l’aria malmostosa della Planche des Belles Filles, anzi, aveva luce, mi ha detto con le dita che aveva pure un regalo per me, non da darmi, ma da farmi. Nel parcheggio dell’aeroporto Charles De Gaulle, ha messo un CD e ha cominciato a ruotare su se stessa seguendo con le labbra il vecchio Fred Bongusto che diceva la mia estate con te. Ha riso. Ha riso molto molto. Poi ha aperto la borsa, ha infilato lì dentro una mano, ha frugato e ha tirato fuori due tubetti. Bolle di sapone. Uno per lei, l’altro per me. Voleva che le facessimo volare insieme. Ha svitato il suo tappo e lo ha allungato a me, poi ha aperto la sua mano per accogliere il mio. Ha iniziato a contare senza far rumore. All’uno abbiamo spalancato i polmoni, al due abbiamo gonfiato le guance, al tre abbiamo soffiato forte insieme, ridendo e liberando nell’aria certe palle di vuoto e leggerezza, noi immobili con gli sportelli aperti nel vederle salire, improvvisamente così incoscienti da credere che non sarebbero scoppiate mai. 

Poi Geraldine ha svuotato il resto del tubetto lungo la strada, aveva gli occhi arrossati certamente dal sapone, mi ha dato un bacio su una guancia e senza altri gesti da aggiungere si è infilata in macchina, lasciandomi di lei l’ultima immagine degli occhi che guardavano dentro lo specchietto retrovisore, come per tre settimane, e una mano sollevata fuori dal finestrino per salutare. Allora ho preso il mio volo e ho pensato che se uno sogna, si muove. Poi magari sbaglia e cade, inciampa, lo spingono, si rialza, salta. Ma si muove.

 

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