IL TOUR DE FRANCE DI JACQUES SEDENTEUR |
28 agosto
Meno uno al via
Una Marsigliese sui pedali
Non ho mai dovuto spiegare a nessuno che cosa sia il Tour de France e non me ne ero mai accorto prima. Forse perché mi sono sempre circondato delle stesse persone o di persone tutte uguali fra di loro. Geraldine invece è una specie di aliena, per me e per questa corsa. Ha alzato l’indice. Uno. Questo è il suo primo Tour, mi ha fatto segno. Ha messo la mano a dieci centimetri dalla bocca, l’ha aperta e l’ha richiusa a ripetizione, le dita come fauci d’un coccodrillo a mangiarsi l’aria e il vuoto per dire: parla, vecchio, spiegami, parla tu che ascolto.
Il Tour è la Francia come la baguette, la voce di Édith Piaf, le Gauloises senza filtro e il pastis. Sono passati vent’anni dopo il Duemila ma resta quel vecchio grande carnevale che sa di festa del paese, soprattutto quando attraversa i paesi più piccoli, i più poveri, espulsi finanche dalle carte geografiche, dove la vita è avere solo occhi per guardare. Aspettano per un anno e noi passiamo due minuti. La gente mette le bandierine ai suoi balconi, espone le bici per sentirsi finalmente parte di qualcosa. C’è quasi sempre un barbecue da qualche parte per le salsicce, un bicchiere di vino rosso, i più barbari tra noi bevono birra. È per questo che lo chiamiamo fête de juillet. È qualcosa di ingenuo e di spontaneo. A Nizza abbiamo trovato i tram dipinti di giallo e gli ombrellini con i colori delle maglie appesi alle strade. Su Promenade du Paillon hanno montato un palco per un dj. Tremo all’idea che il nostro albergo possa essere giusto lì.
Geraldine quando ascolta tiene gli occhi spalancati. Le dico che non staremo in coda al gruppo, non tutti i giorni, non per tutto il tempo, lei si stringe nelle spalle, fai tu significa, decidi tu e io guido, anche se pare un controsenso. Non so quanti italiani verranno, non so neppure quanti ne conosco. Un tempo c’erano almeno dieci macchine di giornali. L’ultima volta che sono venuto erano in tre: la Gazzetta, la Repubblica e il Corriere della Sera. Stavolta non c’è nemmeno Nibali e c’è una pandemia. Solo due guerre mondiali hanno interrotto il Tour, chiuderlo per un virus sarebbe stato come cancellare la mia Francia all’atlante. Pas possible, voyons. Non credi, Geraldine?
Le ho domandato se i girasoli le piacciono. Ci passeremo accanto più e più volte, attraversando la Francia dalla terra al mare, per campi non ancora tagliati e non ancora maturi, li troveremo impazziti di luce come sempre, passeremo per fiumi ingialliti, per fossi e burroni, avremo piatti di bilancia su cui pesare le vite. A mia madre i girasoli piacevano, li piantava più o meno ovunque. Ogni volta che attraverso un campo di girasoli mi vengono i brividi. È morta mentre finivamo di costruire la casa coi soldi guadagnati da mio padre che era andato a lavorare in Sudan. Una volta Lance Armstrong ha detto che il suo sogno era morire in maglia gialla, in un campo di girasoli, dopo una discesa a 200 all’ora su una strada del Tour. Se proprio devo dirti, Geraldine, il Tour è come una Marsigliese cantata sui pedali, come uno specchio nel quale noi francesi ci guardiamo. Ha fatto sì con la testa e poi ha acceso distratta la radio. Devo aver parlato troppo, questo povero vecchio che sono.