Il campione del mondo arrivato ultimo

  IL TOUR DE FRANCE  DI JACQUES SEDENTEUR | 

 

1a tappa: Nizza (Moyen Pays)-Nizza

 

Il campione del mondo arrivato ultimo

 

 

Piove come nella famosa canzone e tira un vento freddo. Sembra di essere al Giro delle Fiandre, e invece è il Tour, sentito dalla Francia come un bene che le è proprio, allo stesso titolo delle trecentosessanta specie di formaggi e della sua cultura. Piove e dico a Geraldine di lasciar perdere la macchina, anche se lei s’adombra, aspettava la prima tappa e adesso sospetta che io non mi fidi della sua capacità di guidare sotto l’acqua. 

Sulla Promenade des Anglais, dice, mancava da una decina d’anni. Sospetto sia qualcosa che abbia a che vedere con qualche vecchio fidanzato di cui non dice, certamente ignaro – lui – che qui Alfredo Binda si faceva accompagnare, già avanti negli anni, da sua figlia Laura e le mostrava gli stucchi delle facciate dei palazzi come oggi io li vado mostrando a Geraldine. «Quello lì l’ho fatto io, e anche quell’altro» diceva Binda, al ricordo dei giorni passati a Nizza come muratore. 

Io guardo al Tour con la nostalgia della giovinezza, dell’infanzia. Quando si plana su Nizza, non approdi in un paese, in una città ma in un depliant turistico, in una cartolina a colori. La Costa Azzurra è un’eccezione. La carovana attraversa paesaggi riservati, distaccati, selvaggi, piccole o grandi valli, il Tour risale crinali di colli, sfiora rocce e abissi. Il contrasto con Nizza è ruvido. Ai miei tempi la sera dell’arrivo di tappa giravi fra gente chic, donne bellissime, il cui solo vestito era il foulard che tenevano al braccio. Un gregario di Merckx dal nome impronunciabile amava dire ai giornalisti del Nice-Matin: “Mi sono lucidato gli occhi con centottanta chilometri di cosce“. 

Eppure non veniva il gran mondo a guardare la corsa a Nizza, né miliardari né attori, nemmeno gli snob. C’erano i maitre degli hotel e i camerieri, i carpentieri, i verniciatori, gli imbianchini: C’era nel cielo purissimo un enorme sole. C’era un mare di raso.

Ho visto tante cadute ieri che se n’è perso il conto. Se non ci fosse il clima che c’è, dico a Geraldine, ti chiederei di portarmi nell’albergo dell’Arkéa, per scambiare due parole con Kévin Ledanois e rubare il lavoro ai coloristi, interessati in genere agli ultimi, che in Italia chiamate maglia nera e noi francesi lanterna rossa. Ledanois è arrivato a Nizza in coda a tutti, con 13 minuti e 24 secondi di ritardo. Cinque anni fa era il campione del mondo Under 23. Suo padre è il suo direttore sportivo. Quando correva arrivò decimo a una Vuelta. Non doveva esserci Kévin a questo Tour, lo hanno imbarcato due giorni fa al posto di un compagno infortunato. Fossi in lui farei in modo di arrivare a Parigi in questa posizione. Ultimo. Una volta entravi nella storia più da lanterna rouge che da campione del mondo Under 23. 

Geraldine ha aperto lo smartphone e da una cosa folle che vedo chiamarsi twitter mi ha mostrato un video pubblicato dallo stesso Ledanois, un fiume d’acqua che veniva giù dalla discesa quando i leader del gruppo hanno fatto segno agli evasi e agli evasori di darsi una calmata. Poi ce ne siamo andati a mangiare la miglior socca degli ultimi vent’anni.

 

 

 

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