26 agosto
Meno tre al via
I miei chilometri di fianco a Charles
Charles portava i capelli cortissimi. Eppure eravamo appena usciti dal Sessantotto. D’inverno creava gioielli, bigiotteria, accessori. D’estate si metteva in ferie e mi portava in giro per la Francia, facendo il mestiere di suo padre, l’autista. Da lui aveva imparato anche a usare pinze, forbici, martelli. Aveva una manualità straordinaria che molte volte ci ha salvato, con una ruota a terra o qualcosa che sui Pirenei, nel cofano della macchina, non la contava giusta.
Charles in fondo giocava. Lo faceva con le perline e cento metalli per i suoi braccialetti, col rodio, la giada, e lo faceva pure al volante nel nostro lungo andare, quando per ore potevamo intrattenerci col treno delle parole, un domino verbale nel quale ognuno doveva pronunciarne una che iniziasse con la sillaba finale della precedente.
Stasera conoscerò il nuovo autista che l’organizzazione mi ha assegnato per questo mio ultimo Tour. Il primo nel ’69 partiva da Roubaix. Charles venne a prendermi a un bistrot vicino alla stazione, l’aria nella macchina sapeva di tabacco nero e di Cointreau. C’erano al via 129 corridori più uno che vinse, Eddy Merckx, che a noi francesi non è mai granché piaciuto, lo rispettavamo – questo sì – perché andava all’attacco in maglia gialla. Charles lo adorava, non so quante volte per lui ha litigato con l’autista di Blondin. L’anno prossimo son già trent’anni che Antoine è morto. Lui era uno scrittore vero, verissimo, picchiare con i polpastrelli su una macchina come faceva lui, non avrebbe dovuto autorizzare nessuno di noi a credere che fossimo uguali, che fossimo colleghi. Blondin non si avventurava mai nella scrittura se non aveva davanti a sé una birra fresca, e poi subito un’altra, perché a quel modo gli pareva che la terra girasse molto meglio. A servirlo ci pensava proprio Jean, il suo autista coi baffi, un uomo che fino a poco fa viveva da pensionato in bassa Bretagna e ogni volta che il Tour passava da quelle parti, si faceva vedere in sala stampa, per abbracciare i vecchi amici. Dietro il Tour, questo facciamo: ci misuriamo la vecchiaia con le pance, con le rughe, con le barbe, col racconto degli acciacchi. Ce la misuriamo coi ricordi, contiamo le assenze, i compagni che ci hanno lasciato, segretamente ciascuno domandandosi cosa sopravviverà, cosa si racconterà di noi, quando sarà venuto il nostro turno.