La morte di Jackie Charlton

Aveva 85 anni. Era stato campione del mondo della nazionale inglese nel 1966 insieme con suo fratello Bobby, poi CT della nazionale irlandese qualificandola agli Europei del 1988 e a due edizioni dei Mondiali (1990, 1994). Un anno fa gli era stato diagnosticato un linfoma, soffriva da tempo di una malattia neurodegenerativa

 

  Charlton ha trascorso tutta la sua carriera da giocatore con il Leeds United, con 773 presenze. Era nato ad Ashington, una città mineraria nel Northumberland, nel 1935. Sua madre, Cissie, era la cugina di Jackie Milburn, un famoso attaccante del Newcastle. “Un gigante buono” lo chiama il Telegraph. Accanto a una foto di Charlton che fuma in campo con la maglia del Leeds, il Times lo definisce: “Una personalità che andava oltre lo sport”. The Observer sintetizza: “Se Jack Charlton fosse un albero, sarebbe una quercia”.

 

  Tony Damascelli su il Giornale ricorda: “Aveva piedi buoni, ma sapeva usarli come tenaglie. Quando il servizio militare lo portò tra le guardie a cavallo di Windsor e poi capitano della nazionale dell’esercito, Jack si montò la testa e al rientro in squadra trovò musi lunghissimi dei suoi compagni che non ne sopportavano l’arroganza. Prima di giocare a football aveva provato il mestiere del padre, scese in miniera, ci restò un giorno, uno solo e scelse di vivere sopra la terra. Gli affidarono la cura del prato del Leeds, in cambio di 14 sterline a settimana. Il suo primo allenatore si chiamava Frank Buckley e costui usava il megafono per impartire gli ordini con un volume così alto che i residenti del quartiere raccolsero le firme per spegnerlo. Se gli chiedevi che cosa lo scaldasse di più, oltre a spazzare via gli attaccanti avversari (aveva un libro nero di quelli che gli stavano sugli zebedei), ti rispondeva che la pesca al salmone valeva una vittoria in coppa d’Inghilterra”. Lo scozzese Graeme Souness, ex Sampdoria, che lo ebbe come giovane allenatore a Middlesbrough nell’anno della promozione dalla B alla A scrive nella sua rubrica sul Times: “Fu con lui che da bambino diventai un uomo”. 

 

Jack credeva nella semplicità, nel calcio e nella vita
Tony Cascarino

 

il fratello | L’immagine di lui in ginocchio al termine della partita contro la Germania per il titolo è una delle più celebri tra quelle legate al Mondiale inglese. «Non ricordo più se stavo pregando o se ero stremato» diceva Charlton. La foto dell’abbraccio a suo fratello Bobby è l’occasione da cui parte il Daily Mail per ricostruire il loro rapporto complicato. Jack aveva chiesto a Bobby di fargli da testimone al matrimonio con Pat Kemp nel 1958. “Non era per convenzione, diceva, ma perché era davvero il mio migliore amico”. Tre anni dopo, con il matrimonio tra Bobby e Norma, le cose iniziarono a peggiorare. Finché Jack accusò Bobby di aver trascurato la madre perché influenzato da sua moglie. La relazione fu ricucita dalla BBC quando chiamarono Jack per consegnare un premio a Bobby, 42 anni dopo l’abbraccio di Wembley. 

 

  il ct | Da allenatore della nazionale irlandese, ricorda il  New York Times aveva dato alla sua squadra uno stile di gioco molto essenziale e rudimentale. Charlton ammetteva che lo scopo era fermare gli avversari. “Una volta – scrive il quotidiano americano – minacciò di sostituire un giocatore solo perché aveva effettuato un passaggio corto”. Amava la caccia e la pesca, era un battutista. Durante il Mondiale del 90, lui che era protestante, portò la sua nazionale cattolica in visita dal papa. Dopo l’eliminazione, per consolare i suoi negli spogliatoi, disse loro che avevano superato le aspettative e reso orgoglioso il loro paese, e mentre preparavano le borse con gli occhi bassi si rivolse al suo portiere Bonner. «E comunque, Packie – gli disse – il papa l’avrebbe parata». L’unico britannico ad avere ottenuto la cittadinanza dalla Repubblica d’Irlanda. 
“Quando sbarcò a Dublino nel 1986 – ha ricordato Stefano Boldrini su la Gazzetta dello sport – il Paese era in crisi economica, segnato da disoccupazione, emigrazione e problemi sociali. Le tensioni con l’Irlanda del Nord erano profonde. «Vai a casa Union Jack», lo striscione che gli fu riservato all’esordio. Dieci anni dopo, il suo addio commosse la nazione. La sua parabola fu fondamentale nella normalizzazione dei rapporti tra Regno Unito e Irlanda. Contribuì a scalfire un secolare complesso di inferiorità dell’Eire nei confronti della potenza vicina e arrogante: l’1-0 sull’Inghilterra all’Europeo 1988, data storica”.
Federico Pistone su Corriere della sera ha scritto che “nessuno come lui è riuscito a diventare leggenda di due popoli che non si sopportano”.

 

la classifica  Liverpool 93, Manchester City 72, Chelsea 60, Leicester 59, Manchester United 58

 

  Patrick Sawer su Telegraph fa notare che Jack è morto senza il titolo di baronetto che invece è stato attribuito a suo fratello Bobby, con il quale i rapporti non sono sempre stati distesi. Si erano rasserenati di recente. “Ian Lavery – scrive il quotidiano inglese stamattina – deputato laburista di Wansbeck, che comprende Ashington, la città natale dei Charlton, ha presentato ieri una mozione urgente per chiedere di assegnargli il titolo di Sir postumo e ha promesso di lanciare una petizione. Lavery ha affermato che Charlton era una vera leggenda, un uomo del popolo, e non ha mai dimenticato le sue radici della classe operaia”. La cosa pare complicata. Richiederebbe un cambiamento nel sistema delle onorificenze, scrive il Telegraph. Una richiesta analoga c’era stata nel 2016 per Bobby Moore, il capitano della nazionale del 1966. Molti gli aneddoti riferiti dalla stampa inglese. Il Daily Mail ricorda che nella notte della vittoria del titolo mondiale nel 1966, Jack scappò dal ricevimento ufficiale al Royal Garden Hotel di Kensington e si godette una lunga notte di festeggiamenti – diciamo così – per conto suo. Quando alla fine tornò in albergo, sua madre lo stava aspettando nella hall. “Dove sei stato?” gli chiese. E Jack rispose: “In camera tua ma il letto non ha dormito”.

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