Possono succedere tante cose nella vita
eppure si perde tempo ad aspettare
Orhan Pamuk
scenari
L’attesa del Liverpool nella città in lutto
Domani il trentennale dell’ultimo titolo. Aspettando il prossimo. L’impegno di Henderson e Klopp
A Liverpool stanno prendendo una laurea in Scienze dell’Attesa. È un’arte complessa ma alla fine gratifica. La cosa migliore del fare l’amore è quando saliamo le scale, ha scritto una volta Jacinto Benavente. Solo che le scale del Liverpool sono lunghe trent’anni. La ricorrenza cade domani. Aspettano il titolo in campionato dal 28 aprile del 1990. Ora questo tempo drammatico e sospeso ha congelato lo scudetto di Klopp ancora un po’. È distante sei punti appena, ma sono sempre sei dal 7 marzo, dal 2-1 in rimonta al Bournemouth, unica partita vinta delle ultime 4 giocate, dopo una serie di 37 successi su 44. Il Guardian scriveva in quei giorni con Jonathan Wilson che il rallentamento improvviso era forse figlio di un atteggiamento easy-osey (© Joe Fagan), cioè di una pigrizia, una distrazione, una sottovalutazione delle cose, e rischiava di far perdere alla squadra la corona europea. Infatti. Eliminati.
Ora la Premier ha un piano abbastanza definito per ricominciare. Si chiama Project Restart e prevede il ritorno in campo per l’8 giugno, sempre che il virus ci lasci passare. È strana l’attesa del Liverpool. Onestamente è vuota. Non c’è tensione, non c’è emozione, solo dolore. Nessuno può portargli via il campionato né sul campo né probabilmente fuori, neppure se il torneo per qualche ragione non dovesse ricominciare e non dovesse finire.
In base alle 29 partite giocate, chi può ragionevolmente dire che la squadra di Jürgen Klopp non meriti il titolo? Jamie Carragher the Telegraph
È vero che Carragher ha giocato 508 partite con quella maglia tra il 1996 e il 2013 ma è pure vero che i punti di vantaggio in classifica sul Manchester City sono venticinque. Non c’è federazione che potrebbe negare questa evidenza a tavolino.
Ma Liverpool è presa da altro. Le vittime del virus in città hanno superato il numero di 300 sulle oltre 20mila del Regno Unito. Il sindaco ha sollecitato un’inchiesta sulla partita di Coppa dei Campioni contro l’Atlético Madrid, giocata l’11 marzo a porte aperte e sospettata di aver fatto da diffusore del contagio in città per l’arrivo di tifosi dalla Spagna. La partita in cui i tifosi chiedono a Klopp di dargli il cinque e lui invece gli dà degli idioti. Fottuti idioti.
L’ultimo Liverpool campione d’Inghilterra aveva trent’anni fa la morte nel cuore per la strage di Hillsborough avvenuta nel mese di aprile dell’anno prima (96 morti e 766 feriti alla stadio). In panchina sedeva Kenny Dalglish, qualche settimana fa ricoverato in ospedale, pure lui contagiato dal virus, e per fortuna dimesso. Gary Parkinson su Four Four Two lo ha definito “un Bonaparte con le scarpette” nel numero di marzo che ha ripercorso quella stagione.
Dalglish era l’allenatore-giocatore, si mandò in campo solo una volta. Non era una squadra giovane. Per sostituire in difesa l’immenso Alan Hansen, ormai 35enne, era stato preso Glenn Hysén dalla Fiorentina, che comunque aveva i suoi trentuno. Il più presente: Peter Beardsley, anni ventinove. Grobbelaar era al decimo campionato e Rush al nono dopo il rientro dal fallimento alla Juventus. Il più kloppiano dei giocatori d’allora era probabilmente John Barnes, che quell’anno correva come Mané e segnava quanto Salah. Ventidue gol alla fine, secondo tra i cannonieri dietro Lineker.
Il soprannome che gli misero nello spogliatoio, Digger, era ispirato a un personaggio di Dallas, Digger Barnes, dettaglio che suggerisce come nei 20 milioni di telespettatori della soap TV fossero inclusi sia i calciatori professionisti sia le casalinghe annoiate. Andava a occupare lo spazio lasciato libero da Dalglish sulla sinistra, infilandosi dentro i buchi creati al centro delle difese dai movimenti di Rush. Barnes fa un confronto: «Era come tra Dwight Yorke e Andy Cole. Dwight segnò più gol di Andy un anno, ma Andy era il numero nove. Io ho superato Ian quell’anno, ma il centravanti è sempre stato lui».
di gary parkinson, Four Four Two
Trent’anni dopo il Liverpool di Klopp ha così tanti protagonisti da essere riuscito a perdere il Pallone d’oro. Nella classifica dell’ultima edizione del premio, seguita alla Coppa dei Campioni vinta a maggio in finale contro il Tottenham, c’erano 4 suoi giocatori fra i primi 7. Se i loro voti si fossero concentrati tutti su uno stesso uomo, questi avrebbe vinto il premio con il doppio dei punti di Messi, eliminato in semifinale della Coppa. Van Dijk ha perso per 7 voti di scarto.
Da questa lunga sosta la squadra esce con un gigante in più, Jordan Henderson, fra i quattro o cinque calciatori europei che ha utilizzato meglio il suo tempo vuoto. Si è messo alla guida dei capitani della Premier per la creazione del fondo Players Together, un milione di sterline raccolto in favore del servizio sanitario nazionale mentre il ministro Matt Hancock attaccava i calciatori cattivi che non volevano tagliarsi lo stipendio.
Il Times ha dedicato a Henderson una pagina mercoledì, parlando con le persone che hanno contribuito a formarlo come uomo e come calciatore. Kevin Ball, suo allenatore nelle giovanili al Sunderland, non s’è detto sorpreso di cosa sia diventato «perché è uno che trova soluzioni, non uno che crea problemi. È uno dei protagonisti nella squadra migliore d’Europa: del resto se vuoi conoscere una Ferrari deve guardarle dentro il motore». (Frase peraltro involontariamente d’attualità).
Damien Comolli, ex direttore tecnico del Liverpool, ha raccontato di come lo ingaggiarono nel 2011. Guardarono le statistiche dei passaggi chiave, i giocatori che creavano occasioni, e si accorsero che Henderson era quello che aveva i numeri più simili a Steven Gerrard. La proprietà aveva fissato un budget di 15 milioni di sterline, il Sunderland ne chiedeva di più. A Comolli nel frattempo raccontarono che contro il Newcastle Henderson aveva calciato una punizione dritta dritta sugli spalti, facendo ridere tutto lo stadio, ma che la settimana dopo si era messo sul campo con la testa bassa e ne aveva provate 300 in allenamento, fino a doversi fermare perché calcia una, calcia due, calcia trecento, si era fatto male. Comolli chiuse a 16 milioni e 700mila. Anche se la proprietà non la prese bene.
Adam Lallana, compagno di squadra di Henderson, ha detto: «Capisco che per gli occhi non sia la stessa cosa che veder giocare Coutinho, eppure sanno fare le stesse cose in due modi diversi».
Nel vuoto anche l’immagine di Klopp è spiccata per diversità. Prima nel dribblare le domande sul virus – non per eluderle ma per sottolineare che un allenatore di calcio non ha competenze per parlarne sul serio; poi esibendo le sue emozioni davanti al video nel quale medici e infermieri cantavano l’inno della sua squadra, You’ll never walk alone, a chi era dall’altra parte della vetrata in reparto. Ora anche Klopp è nella Fase 2. Ha preso il telefono e ha chiamato il padre di Mbappé, così, giusto per capire se. Per ingannare quest’attesa lunga trent’anni.