C’è un palleggio di tacco che non smette di farsi guardare. È cominciato il 30 marzo e la palla non è caduta ancora. Così, questo nostro calcio fermo è come se da dodici giorni non si fermasse più. C’è questo bambino senza nome che lo ha rimesso in movimento nella deserta via Manzoni di Milano, avendo – con il 22 di Nicolò Zaniolo sulle spalle – il potere aggiuntivo di restituire al gioco una maglia e un numero assenti da tre mesi.
Il bambino si è incastrato dentro il flusso delle repliche tv, le immagini in arrivo dal Settanta o dall’Ottantadue, dal Settantotto o dal Duemilasei. Si è infilato tra un Beckenbauer con il braccio al collo e lo Zidane furioso che colpisce Materazzi, tra il tacco di Bettega per Paolo Rossi in Argentina e il 4-3 di Rivera in Messico. È stato il primo a riempire la scena vuota del pallone ed è l’ultimo a essersi esibito sotto i nostri occhi, a tre settimane di distanza dal gol di Jeremie Boga con cui è stato sospeso il campionato del coronavirus.
Il Romanista ha intervistato il fotoreporter dello scatto in via Manzoni, si chiama Paolo Gerace. «Erano in due – ha raccontato – giocavano da un lato all’altro della strada, che era deserta, attorno alle quattro del pomeriggio. La cosa buffa è che a pochi passi c’è la Questura, ma non è passato nessuno. Ero piuttosto lontano, a una decina di metri, perciò ho usato un teleobiettivo, per enfatizzare la strada totalmente deserta. Non ho neanche rivolto loro la parola: palleggiavano e si passavano il pallone. Ti confesso che, essendo loro due in controluce, all’inizio non mi ero neanche accorto che uno dei due indossasse la maglia di Zaniolo. Mi fa piacere che sia stata molto apprezzata, soprattutto in un periodo in cui i giornali non utilizzano tante foto».
Quando dodici giorni fa sulle rotaie del tram è spuntato il piccolo finto Zaniolo, Paolo Di Stefano su Corriere della sera si è domandato “da quale stanza, androne o corridoio” fosse saltato fuori. Ha scritto: “Immagine che sembra scattata in un coprifuoco urbano d’altri tempi e/o senza tempo”.
Il lampo è venuto a Marco Ciriello. Certo che è un coprifuoco urbano, ha detto al telefono. È lo stesso che avevamo visto sempre su Corriere della sera sei anni e mezzo fa, quella volta era in prima pagina, il 17 ottobre del 2013. Quando la Bosnia si era qualificata per la prima volta ai Mondiali. Con la generazione Dzeko. La generazione dei bambini cresciuti in guerra. La foto era questa.
La foto del piccolo Dzeko ha le macerie di un palazzo sullo sfondo. Ci dice che si tratta di un’emergenza di senso inverso. La guerra non contempla solitudini. La paura si condivide nei rifugi. La casa è un pericolo. Non protegge. Può crollare sotto il peso delle bombe. Come quando arriva un terremoto. Non sono incubi da vivere per vie domestiche. Si esorcizzano all’aperto. La salvezza è altrove. Negli assembramenti. Perciò la guerra fa nascere figli mentre il virus della distanza sociale dovrebbe lasciare le culle vuote.
Questo virus arriva e ribalta l’antico sistema del terrore. L’insidia sta nel farsi comunità. Chiudersi si deve, come in un catenaccio anni 60. Perciò la foto di Gerace è eversiva. Perché ha profondità. Ha un orizzonte. Con una parola bivalente si potrebbe dire che ha una prospettiva. La strada è un luogo di più segni. Può essere l’angoscia di McCarthy, l’avventura di Kerouac, la malinconia di Fellini. Ora può essere pure la ribellione di uno Zaniolo sconosciuto.
“Viene da chiedersi – scriveva sempre Paolo Di Stefano sul Corriere – se quella figurina in movimento che irrompe nell’immobilità irreale e astratta della città sia davvero un bambino bramoso di libertà, di aria, di gioco, oppure sia un angelo disegnato da Chagall e planato da chissà dove per dirci qualcosa”.
Se plana da un posto, speriamo che quel posto sia il futuro. Il calcio che verrà, lo dicono tanti in questi giorni, avrà (forse) qualcosa di più naturale e di meno corrotto. Dicono che dovremo far coincidere l’austerity con nuovi stili di vita, che ci saranno famiglie costrette a tagliare voci dal budget. Forse nel futuro ci saranno allora più palloni sull’asfalto, torneranno sui marciapiedi, in uno spazio pubblico. Il famoso calcio di strada perduto riavrà un suo ruolo. Forse crescerà una generazione di ragazzini italiani che tornerà a dribblare e a colpire di tacco come il 22 nel deserto di Milano, che tornerà a giocare un calcio incosciente, anche se incosciente non è la parola esatta – ignorante direbbe Gianluca Basile, il cestista dei tiri impossibili da tre – ma ci siamo capiti. Tornerà forse, magari, chi lo sa, quel calcio dichiarato come estinto in un paio di interviste a novembre dagli ultimi fantasisti che lo hanno frequentato, Allan Saint-Maximin («Una parte di me gioca ancora per la strada», Telegraph), e Nabil Fekir («Lì ho imparato quella libertà di fare le cose», El País). Alla fine chi lo sa davvero cosa arriverà. Aspettiamo. Che dobbiamo fare.