La prima partita della famiglia Lakers senza Kobe

 

Quando si perde un vecchio amico
non c’è consolazione migliore
che esserne l’erede
Robert Louis Stevenson

 

NBA
La prima partita della famiglia Lakers senza Kobe

 

      Dentro lo Staples Center. Le luci si sono abbassate. I canti si sono alzati. Ko-be! Ko-be! Quindi, M-V-P! M-V-P! Per i 19.000 e più che hanno riempito lo Staples Center in un cupo venerdì sera, era probabilmente tutto previsto. Il violoncellista filarmonico di Los Angeles Ben Hong ha suonato la musica di sottofondo durante un emozionante video tributo. Boyz II Men ha indossato la maglia oro n° 8 e ha cantato l’inno nazionale. Un tifoso ha urlato “Gesù ti ama, Kobe!” prima che la folla scoppiasse nel coro “Gi-Gi! Gi-Gi!” per onorare la figlia tredicenne di Kobe Bryant, Gianna, una delle otto persone morte nell’incidente di domenica mattina in elicottero. | Brady McCollough, Los Angeles Times

 

I marciapiedi fuori lo Staples Center. Una commovente interpretazione di “Amazing Grace” da parte di Usher. Le maglie di Kobe Bryant (n. 24) di sua figlia Gianna (n. 2) sono state sistemate sugli stessi posti che padre e figlia occupavano il 29 dicembre scorso per la loro ultima apparizione allo Staples Center. Il coro M.V.P. è ripreso quando Usher ha finito di cantare. Mentre il sole tramontava, migliaia di tifosi si sono riversati su L.A. Live, lasciando fiori, maglie e foglietti di carta, scrivendo messaggi su una dozzina di teloni allestiti in piazza. Molte persone hanno semplicemente scarabocchiato qualcosa con pennarelli indelebili sul marciapiede fuori l’arena. Difficilmente si riesce a trovare un riquadro senza un messaggio. “Ho chiamato mio figlio come te”, si legge su uno. “Te amo Kobe“, su un altro.
Un LeBron James con gli occhi pieni di lacrime ha parlato alla folla per quattro minuti. Ha recitato i nomi delle nove vittime dell’incidente di domenica quindi ha gettato gli appunti sul pavimento e si è impegnato ad “andare dritto dal cuore”. | Marc Stein, New York Times

 

Il discorso di LeBron James. La prima cosa che mi è venuta in mente riguarda la famiglia. Mentre mi guardo attorno in quest’arena, vedo che siamo tutti a lutto. Siamo tutti feriti. Abbiamo tutti il cuore spezzato. Quando si vivono cose come questa, la cosa migliore che puoi fare è appoggiarti sulle spalle della tua famiglia. Da domenica mattina sento parlare di Laker Nation, e ancora l’anno scorso quando sono arrivato, di quanto qui ci sia una famiglia – ed è assolutamente quello che ho visto per tutta la settimana. Non solo tra i giocatori, non solo nello staff tecnico, non solo nell’organizzazione, ma tra tutti. Tutti quelli che sono qui, questa è davvero, davvero, davvero una famiglia. E conosco Kobe, Gianna, Vanessa e tutti grazie a tutti dal profondo del cuore, come ha detto Kobe.
Ora so che a un certo punto avremo un memoriale per Kobe. Ma io voglio considerarla una celebrazione stasera. Questa è una celebrazione dei 20 anni di sangue, sudore, lacrime. Della sua determinazione a essere il più grande possibile. Stasera, celebriamo il bambino che è venuto qui a 18 anni, si è ritirato a 38 ed è diventato probabilmente il miglior papà che abbiamo visto negli ultimi tre anni, amico.

 

Live on  LeBron James

 

Frammenti. Corone di fiori gialli e viola a formare i numeri 8 e 24 in campo. Il nuovo tatuaggio di LeBron rivelato su Instagram: un black mamba che avvolge i numeri 8 e 24 con sotto la scritta “Mamba 4 Life”. I Lakers si sono riscaldati con le stesse maglie che ogni tifosi ha trovato al suo posto, il numero 8 sul petto e il numero 24 sulla schiena. Rose rosse e le maglie di Gigi e Kobe sono state posate sulle sedie dove erano seduti l’ultima volta allo Staples, il 29 dicembre. LeBron ha la maglia di Kobe accanto al suo armadietto nello spogliatoio, dove un tempo c’era l’armadietto di Bryant. I Lakers hanno utilizzato brani tratti dalle sue vecchie interviste per montare il tributo in video
L’ingresso in campo del quintetto dei Lakers è stato presentato dallo speaker con la stessa formula: “Da Lower Marion High, col numero 24: Kobe Bryant”.
I Lakers hanno commesso infrazione di 24 secondi in avvio di partita. Poi i Blazers hanno commesso quella da 8 secondi senza passare la propria metà campo. Così è cominciata la partita. La prima partita della Nazione Lakers senza Kobe Bryant.  

 

  La partita. Arriva una sconfitta per i Lakers (119-127) nella prima gara giocata dopo la morte di Kobe Bryant. Il momento toccante ha reso complicato tutto il primo tempo, giocato senza intensità da entrambe le squadre. Nella ripresa si è iniziato però a fare sul serio, con Lillard mattatore e protagonista sempre più della rincorsa Blazers all’ottavo posto a Ovest. Il miglior realizzatore in casa Lakers è Anthony Davis, autore di 37 punti, 15 rimbalzi, 6 assist e 5 stoppate: una prestazione mostruosa che tuttavia non ha permesso ai gialloviola di restare avanti in un terzo quarto da 43 punti segnati per i Blazers. LeBron chiude con 22 punti, 10 assist e 8 rimbalzi una partita in cui la testa è stata spesso e volentieri rivolta da un’altra parte. Protagonista assoluto della sfida però è Damian Lillard, autore di 48 punti – 23 nel solo terzo quarto – 10 assist e 9 rimbalzi, con 7/12 dalla lunga distanza. | Sky Sport online

 

I 4 motivi dell’attrazione mondiale verso Kobe. Il primo è di natura estetica, la seduzione del pubblico per i suoi gesti tecnici sul parquet, una verità intuitiva per chi abbia visto almeno un frammento video di una sua azione. Il secondo è di natura agonistica: siamo incantati da chi riesce nella contesa sportiva più e meglio di altri, da chi esprime questa fame di affermazione, da chi ha nel cuore “l’ansia di vincere”, come scriveva Omero nel canto XXIII dell’Iliade, quello dei Giochi in onore di Patroclo, a ben vedere il primo legame tra elaborazione del lutto e sport. La terza è legata al suo carattere esemplare, di ammaestramento universale, caratteristica che era già dei grandi atleti della grecità. La focusness di Kobe, la costruzione meticolosa delle sue vittorie, il tanto sudore versato, il non arrendersi mai, in poche parole la Mamba-mentality, non sono forse potenti fattori di identificazione? L’ultima è invece di carattere più generale. Un mondo maggiormente interconnesso non significa necessariamente un mondo più unito, bensì soltanto più complesso. Le grandi icone spettacolari dello sport contemporaneo riescono invece proprio in questa trasmutazione della realtà: sanno unificare in un senso concretissimo, penetrano mediaticamente ovunque senza subire crisi di rigetto, anche perché nella nostra epoca in diversi casi (pensiamo anche al tennis) non sono legate al confronto fra nazioni come nelle grandi competizioni sportive novecentesche. La figura di Kobe ha quindi rappresentato un grande riduttore di complessità. È come se, con il declino delle grandi ideologie universaliste, l’unico modo per sentirci fratelli del mondo passi oggi attraverso l’identificazione con i grandi campioni dello sport. | Moris Gasparri, il Foglio sportivo

 

  Kobe faceva l’imitazione di Dan Peterson. «Quando muoiono personaggi famosi la psicologia di massa riconosce gli stadi del lutto. Li stiamo attraversando tutti. Il primo è la negazione. Non è possibile. Poi la rabbia. Com’è potuto succedere? Perché volavano così bassi? E perché, se avevano fatto quel patto di non volare insieme, lui e la moglie, accettavano di correre un pericolo conosciuto? E infine arriverà l’accettazione, anche se l’eco planetaria ancora non si spegne. Perché era famoso, certo. Bravissimo, certo. Ma soprattutto perché aveva 41 anni. Una vita davanti, che non c’è più».
E ci sono terapie per il dopo? «Anni fa, un grande ricevitore del baseball, Thurman Munson degli Yankees, morì in un incidente aereo, a 32 anni. L’altro ieri Diana, la sua vedova, ha voluto parlare in tv. Dicendo, soprattutto alla famiglia di Kobe, come riuscì a reggere allora. ‘Non potevo crollare, per la mia famiglia. E dovevo cercare il sostegno della gente per tener vivo il ricordo di mio marito’. È la battaglia che attende chi è rimasto. In nome di Kobe e di sua figlia Gianna».
Dan Peterson, almeno, lo conosceva. «Venne in Gazzetta qualche anno fa, parlò del Milan, della maglia numero 8 che aveva voluto perché l’aveva D’Antoni, e d’altro ancora. Toccava a me, in conferenza stampa, fare la domanda. Mi presentai: buongiorno, sono Dan Peterson. E lui: Per me, numero uno. Imitazione perfetta, di quando facevo la pubblicità del tè Lipton. Tutti a ridere. Ne ho visti di divi, che ritirano il premio e scappano, non lui. Selfie, foto, autografi, una parola per tutti». | Intervista di Walter Fuochi, la Repubblica

 

I social media ci hanno reso professionisti del lutto. Esiste una tradizione che risale ai tempi dell’antico Egitto per i professionisti del lutto che si presentavano ai funerali di persone mai incontrate. Avrebbero recitato in vari ruoli: gemendo in modo incontrollabile, ballando o semplicemente portando il loro rispetto. Si trovano nell’Antico Testamento e le prime notizie di loro in Cina risalgono all’VIII secolo. Un servizio simile è stato offerto in Essex per £ 45 fino alla metà del 2019. Secondo il sito rentamourner è stato chiuso perché “era troppo difficile ridimensionare questa operazione per servire l’intero paese”. Per quanto bizzarro possa sembrare, c’era un mercato per questo: offrire conforto a una famiglia che voleva che ci fossero più persone possibili a un funerale. I social media in qualche modo ci hanno reso tutti dei professionisti del lutto. Sebbene non sia il compito di nessuno dire a qualcun altro come esprimere la tristezza o il dolore, a volte si avverte che esiste una corsa alla sofferenza. Una corsa per dimostrare che hai più compassione degli altri.
Dopo la tragica morte di Kobe Bryant, alcune persone hanno chiesto perché non lo avessimo menzionato nel podcast del Guardian’s Football Weekly di lunedì. Una persona su Twitter non poteva credere che non lo avessimo fatto. Sono stato criticato, come se non commentare fosse un segno di indifferenza. | Max Rushden, the Guardian

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