Sessant’anni fa moriva Fausto Coppi. L’ultimo desiderio: scrivere un libro sullo scandalo

Voleva raccontare il suo amore contrastato. Coppi, che nella vita era sempre andato di fretta come in una corsa contro il tempo, ha atteso giungere la sua ora lentissimamente nella lunga agonia d’una notte, in una maniera ch’era forse contraria al suo desiderio.Ora ricomincia a vivere nella leggenda come uno dei più grandi e dei più intrepidi eroi che lo sport abbia mai posseduto. Forse soltanto ora ch’è morto possiamo dargli una dimensione, abbozzare un ritratto, tentare quella diagnosi umana che quando era vivo riusciva difficile per le troppe, sconcertanti vicende della sua romanzesca vicenda, una vicenda che proprio con noi avrebbe presto voluto tradurre in un libro di memorie. Ce lo aveva confidato proprio un mese fa prima ch’egli partisse per quella avventura africana che pareva invitarlo con il fascino tragico che possiedono le ispirazioni del destino. “Poca strada mi resta oramai – disse in tono vagamente melanconico – ancora una stagione e poi basta. A questo punto ho bisogno di lei: penso sia l’ora di cominciare a buttar giù qualcosa per un libro”. Il mondo per Coppi avrebbe potuto progredire, moltiplicare la comodità: la bicicletta sarebbe stata sempre il suo veicolo, la sua predilezione, il vero trono della sua anima semplice e contadina. Dovendo per assurdo morire, un giorno, sarebbe morta con lui. | Bruno Raschi, la Gazzetta dello sport, 3 gennaio 1960

 

Visto da sinistra. Questo giovane uomo non era solo un atleta d’eccezione nella storia dello sport, una rarità assoluta, ma era uno degli ultimi grandi campioni tradizionali, così come la fantasia popolare è abituata a concepirli e come oggi, forse, è assai più difficile trovare. | Luigi Pintor, l’Unità, 3 gennaio 1960

 

L’amore-odio. Gli italiani odiavano Fausto Coppi per un eccesso di amore, e se ne sono accorti ora, all’improvviso, con un senso di stupore. Volevano che fosse sempre il primo, il campionissimo imbattibile, e non ammettevano attenuanti o giustificazioni. E volevano che nessuno scandalo lo sfiorasse mai. È forse qui, nel ponte spezzato, la spiegazione più plausibile all’amore-odio che gli italiani sentivano per Fausto Coppi. Più Coppi si ritraeva impacciato dentro se stesso e più le masse cercavano di raggiungerlo, di impadronirsi di lui. C’era poi quella sua singolare maschera a mettere un diaframma fra lui e gli altri: un viso lungo, due occhi piccoli e sempre colmi di tristezza, il nasone a lama di coltello, labbra sottili e che al più si arcuavano al sorriso; complessivamente un’espressione dolorosa e nello stesso tempo sarcastica, ch’è tipica dei timidi, dei solitari. La rottura fra le moltitudini e Coppi sembrò farsi definitiva cinque anni fa, quando divenne di pubblico dominio la storia della “Dama Bianca”. | Nicola Adelfi, la Stampa, 3 gennaio 1960

 

Le ultime parole. “Livio, che male sento”. Sono state queste le ultime parole sue, fra le pochissime pronunciate, a fatica, da ieri sera. La signora Giulia Occhini, che lo aveva accompagnato all’ospedale, era stata allontanata cinque minuti prima. La signora Occhini svenne una prima volta; le fecero subito iniezioni calmanti, la pregarono di trattenersi nella camera che le era stata assegnata. Ma, ogni tanto, la signora Occhini riappariva vicino al letto di Coppi. Era disfatta. L’infermiera Natalina Mogli vide la signora Occhini tendere le braccia verso il Crocifisso appeso sul capo di Coppi e sentì che mormorava: “Signore, se lo farai guarire, prometto che lo lascerò”. | Egisto Corradi, Corriere della sera, 3 gennaio 1960

 

I corvi clericali. La salma di Coppi era ancora calda, quand’ecco che un’agenzia di stampa ha subito diffuso la goccia di immancabile veleno clericale: informando che essendo il campione un “pubblico peccatore” a causa delle sue vicende coniugali, ha potuto ricevere l’estrema unzione solo a patto di una solenne rinuncia della sua donna ai legami con lui in caso di guarigione. Vedete come i corvi arrivano puntuali all’appuntamento, dove c’è un uomo morente sul quale esercitare una pressione e sul quale intessere una piccola, pubblica, speculazione oscurantista. | l’Unità

 

Come Manolete. Era di solida costituzione, il corpo rinsecchito, magro in viso. O Manolete, o Fausto Coppi, o miei tristi idoli del mio triste Mezzogiorno, io non sono superstizioso, ma non serviva altro che veder muovere i vostri occhi atoni sugli spalti per capire che la vita non vi amava. Figli prediletti della gloria, certo, ma non della vita. Non è la stessa cosa, non è la stessa cosa. | Jean Cau, Express, gennaio 1960

 

Come don Chisciotte. Leggo su Express un articolo di Jean Cau intitolato Mort du campionissimo. Mi mordo le dita per non averci pensato io che di Coppi ho raccontato anche gli starnuti: era di solida costituzione, il corpo rinsecchito, magro in viso. È la presentazione che don Miguel fa del suo Chisciotte. E il periodo continua: amante d’alzarsi presto al mattino e andare a caccia. Questo seguito, Cau non l’ha captato, ed è pure straordinariamente allusivo. Lo metto io, ma con la coscienza del vinto. Mi consolo d’esser latino per Jean Cau, una volta ancora, e per Louison Bobet che arriva a Castellania la notte del 4 gennaio, e a pregare vicino a Fausto morto vede una contadina che gli somiglia, e la contadina non ha più lacrime sicché può vedere bene il francese e gli dice: – Io non ti conosco, ma Fausto mi ha parlato sovente di un corridore diverso da tutti gli altri: tu devi essere Bobet. E come può gli sorride brevemente, perché adesso Bobet è suo ospite e lei è la più infelice delle madri, ma vuol essere degna di chi è entrato, così da signore, in casa sua. Io detesto chi ha le lacrime in tasca, però quando Mario Fossati mi ha riferito di questo mi sono sentito ingroppire la gola. | Gianni Brera, l’Arcimatto, Guerin Sportivo, 18 gennaio 1960

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L’eterno Coppi. 1919-2019

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