L’eterno Coppi. 1919-2019

Ritratto di Richard Long
Un uomo solo è al comando,
la sua maglia è bianco-celeste,
il suo nome è Fausto Coppi.
Mario Ferretti

 

Una cattedrale
Questo si può dire di Coppi, a un secolo dalla nascita: che è andato oltre la dimensione del campione. Lo si poteva già dire mezzo secolo fa: Coppi era e resta una cattedrale nella memoria collettiva, che pure tende a essere sempre più corta. Nel ciclismo le cattedrali dei campioni sono le montagne, le rocce che accolgono stele, targhe, cappellette. La più famosa, per Coppi, accomunato a Louison Bobet, è sulle rampe dell’Izoard.
Gianni Mura, Il Venerdì, 10 maggio 2019
Coppi era il ciclismo, lo sport. Coppi era il mito, la leggenda. Coppi era, da vent’anni, l’Italia, la storia dell’Italia, prima e dopo la guerra, cioè la miseria, la rinascita, la ricostruzione. Coppi era sogni e rivincite. Coppi era la parola d’ordine come codice di un’appartenenza. Coppi era una colonna sonora muta, ma che ognuno aveva riempito di esclamativi, esortazioni, soddisfazioni. Coppi – come spiegavano, senza spiegare, corridori e giornalisti folgorati dalle sue imprese – era Coppi.
Marco Pastonesi, Il Foglio, 2 gennaio 2019

 

Il ciclismo, per anni lo sport più popolare, ha fornito all’Italia del dopoguerra una sorta di riscatto della mobilità (nel 1946, di biciclette, ne circolavano 3 milioni di esemplari, contro 149 mila autovetture; l’anno seguente le bici salgono a 3 milioni e mezzo, le auto a 184 mila), un fascio di metafore per la rinascita del Paese («la fuga», «pedalare», «far mangiare la polvere», «tagliare il traguardo»), un’euforia risorgimentale, il riscatto dei nostri connazionali all’estero, la leggenda della sollevazione scongiurata dopo l’attentato a Togliatti, il brivido della Dama Bianca, la donna con cui Coppi fugge.
Aldo Grasso, La Lettura, 28 luglio 2019

 

Quelle zanzare fastidiose
Era l’autunno del 1959, Fausto Coppi aveva da poco compiuto 40 anni, ma non si rassegnava al viale del tramonto. Aveva formato una squadra con direttore tecnico il suo eterno rivale Gino Bartali e aveva accettato di partecipare a un criterium in Alto Volta, oggi Burkina Faso. Con lui c’erano Jacques Anquetil e Raphael Geminiani, con il quale aveva progettato di partecipare a due safari nella riserva di Fada N’Gourma. 
Era la caccia, la sua seconda passione dopo il ciclismo, il vero motivo per il quale il campionissimo era partito il 10 dicembre per quella passerella di vecchie glorie. La kermesse ciclistica prevedeva due gare a Ougadougou. La prima venne vinta da Anquetil, la seconda fu dominata da Coppi, che tuttavia sul finale venne superato dal campione locale, Sanu Mussa. In palio c’era una luccicante automobile, una Idem, versione africana della DS. Il «grande Airone» aveva già in mente i safari programmati per il 14 e 15. 
Il 18, di ritorno in Italia, avrebbe dichiarato che la trasferta in Alto Volta era stata una delle più belle esperienze della sua vita. Se non fosse stato per quei nugoli di zanzare che infestavano la stanza condivisa con Gemignani. Coppi si sentì male il giorno di Natale. Due giorni dopo, il 27, si manifestò una febbre che fu archiviata dai medici come influenza.
L’amico francese aveva gli stessi sintomi e telefonò a Fausto per confidarsi. Le analisi all’istituto Pasteur di Parigi avrebbero diagnosticato al corridore francese una forma di malaria perniciosa. I medici italiani invece brancolarono nel buio. Prima parlarono di influenza, poi di polmonite. Fausto Coppi morì alle 8,45 del 2 gennaio 1960. Per salvarlo sarebbe bastato un po’ di chinino. Orio Vergani scrisse sul Corriere: «Il grande airone ha chiuso le ali».
Dino Messina, Corriere della Sera, 30 luglio 2019
La sagometta
Un’altra di quelle sagomette colorate di bianco e blu sgusciò immediatamente di fianco al gruppo, arcuando il dorso, schizzò avanti e in pochi istanti ebbe raggiunto la maglia arancione. Almeno cinquecento metri in linea d’aria ci separavano. “Ma è Coppi, è Coppi! Si vede benissimo dal suo stile”, gridarono. Infatti era proprio lui. Con celerità impressionante, se si pensava alla durezza del pendio, volò su per tre, quattro serpentine, trainandosi la macchiolina di color arancione. Ma ben presto restò solo.
Dino Buzzati, Corriere della sera, 1949

 

La malinconia del Tourmalet
Su Tuttosport è uscita a puntate la vita di Fausto Coppi, da lui stesso scritta nel 1950 per le pagine del quotidiano sportivo torinese. Questo è un brano con i suoi giudizi su alcune delle salite affrontate in carriera.
Comincio dal Macerone: brutti ricordi. Starei per dire che è la salita più… indigesta che ho incontrata nella mia carriera. Ripenso ad essa con un senso di oppressione e spero che il mio giudizio cambierà quando dovrò percorrerla di nuovo. Fra le salite di sgradito ricordo posso annoverare amiche quella del S. Giovanni dove nel 1948 fui staccato da Banali nel Giro di Toscana. Quelle del Trebbio, dell’Abetone, del Pordoi, dell’Izoard si può dire siano le mie alleate. Nelle prime due ho trovato modo di staccare parecchie volte i miei avversari in occasione dei Giri di Romagna e della Emilia; nelle altre si sono decise, a mio favore, le sorti di alcuni Giri d’Italia.
Si suol dire che ho una speciale preferenza per il Pordoi, sul quale ho sempre sferrato attacchi risolutivi. C’è dell’esagerazione in questo: non posso fare distinzione fra il Pordoi e l’Izoard, per dire che non saprei scegliere fra le Dolomiti e le Alpi. Sono tutte salite e l’importante è… pedalare. Una sensazione malinconica mi procura il pensiero del Tourmalet e non so precisare se fosse l’asperità della salita o il fatto che quando lo scalai al Giro di Francia c’era un caldo tremendo. Mi sembrò interminabile: ad ogni tornante avevo l’impressione di essere al culmine e non ci arrivavo mai. Una sensazione desolata e scoraggiante, sotto la vampa.
Non direi che l’Iseran sia un gioco da ragazzi, eppure non mi è sembrato tremendo; né l’Izoard che pure ha la massima pendenza mi ha messo in seria difficoltà. Nessuno considera il Vars come un gigante; ebbene posso affermare che io l’ho sempre trovato il passo più difficile fra tutti quelli alpini, anche se una simile affermazione lascerà perplessi i corridori e i tecnici.

 

 

La foto famosa? Era falsa
La celebre foto scattata da Carlo Martini a Coppi e Bartali che si scambiano la borraccia, è finta.
Lo sostenne dieci anni fa, il 2 giugno 2009, sulle pagine de Il Giornale, il fotografo Vito Liverani, che subentrò nel lavoro a Martini gestendone poi l’archivio.
Liverani faceva notare che non si trattava neppure di una borraccia ma di una bottiglia d’acqua Perrier.
“In verità c’è poco di misterioso. Quella foto è stata creata. Martini si mise d’accordo coi due corridori e col direttore di gara per scattarla. Diede una bottiglia a un suo amico e gli disse di dargliela quando passavano”.
E perché? 
“Per fare una foto diversa. A quei tempi noi fotografi ci tenevamo molto ad avere immagini diverse da tutte le altre. È una foto creativa, bellissima, un’immagine che vorrei avere scattato io. Oggi una foto del genere sarebbe impossibile”.
In che senso?
“Nel senso che allora fra colleghi ci rispettavamo e non ci rubavamo le idee e le immagini. Se Martini la facesse oggi dietro di lui ci sarebbero una decina di fotografi a copiare la sua idea”.

 

Visto da vicino
“Nell’alimentazione Coppi sceglieva accuratamente le proprie pietanze. Rifiutava sempre le creme di verdura, i minestroni e la pasta. Mangiava solo legumi e carne, che sovente faceva macerare tutta la notte nel limone per paura della tenia. Consumava dei pasti molto frugali, ma non disdegnava dei bicchieri di buon vino e amava anche la birra. Durante le corse però era completamente astemio”.
Il suo massaggiatore Guillaume Driessens intervistato da Panorama, 31 luglio 1969

 

“Con me è stato sempre molto buono. Certamente lui è il capo, e bisogna obbedirgli, ma da parte sua non una sola volta ho avuto richieste superiori al giusto. Sicuramente non è uno schiavista, come i nemici dicono. Appena può essere utile ad uno di noi, appena può farci un piacere, state tranquilli che si attiva per farlo. Fausto sorride poco, ma non è sempre di cattivo umore”.
Il suo gregario Ettore Milano, Lo Sport, 5 novembre 1953

 

E Fausto Coppi?
«Lui mi accolse in modo differente. Intanto era ancora un atleta e aveva un carattere diverso da Gino. E poi c’era con lui una persona che anziché aiutarlo, spesso lo metteva in difficoltà. Noi saremmo anche riusciti ad avere un buon rapporto, ma fra noi c’era lei». 
Lei la seconda moglie.
«Sì, lei la dama bianca (Giulia Occhini, fu una relazione che scandalizzò l’Italia del tempo, ndr). Avrebbe dovuto proteggerlo, aiutarlo, sostenerlo dicendogli tu sei cento volte più grande di Baldini, Fausto tu hai vinto tutto, tu sei già nella storia, per l’Italia sei un mito inarrivabile, Ercole invece è giovane, è normale che riesca a batterti. Non fece nulla di tutto ciò, anzi, non perdeva occasione per caricarlo contro».
Quindi questa freddezza nei rapporti fra lei e Coppi…
«Freddezza? No, no, guardi che fin dall’inizio fu proprio guerra. Ma l’aveva dichiarata lui e ogni volta trovava modi per combatterla. Anche se resto convinto che, senza di lei, tutto fra noi sarebbe stato diverso. Il primo segnale del clima che si sarebbe creato fu a Lugano, per la cronometro, nel 1957, stavo pranzando con la mia fidanzata e futura moglie prima della corsa, quando entra Coppi con la dama bianca. C’è un po’ di trambusto, lei passa accanto al nostro tavolo e fa così alla mia fidanzata, il segno delle corna».
Cose fra donne…
«Macché, Vanda era la prima volta che mi seguiva, non conosceva nessuno, rimase senza parole». (…)
Rapporto particolare il vostro.
«Le ho detto. Per via di come lei lo caricava. Quando ormai Fausto aveva lasciato le corse vere, tutto cambiò. Eravamo a Parigi per una gara minore e passavamo volentieri del tempo assieme. Una mattina andammo ad allenarci e mentre pedalavamo, scherzando e ridendo riferito alla moglie rimasta in hotel, mi disse speriamo non combini guasti stamane… Gli chiesi: In che senso guasti, Fausto? C’era una pellicceria di fronte all’hotel rispose lui. E scoppiammo a ridere».
Ercole Baldini a Benny Casadei Lucchi, Il Giornale, 28 luglio 2019

 

Lei
Dama bianca, come è chiamata tuttora e come se quell’aggettivo le appartenesse, fosse un attributo della sua persona. Bianca come cosa? Come una pagina bianca? Come l’invisibilità a cui avevano cercato di riportarla un po’ tutti, perfino la sua famiglia, dopo lo scandalo? Le parole hanno un valore specifico, “significano” cioè hanno e lasciano un segno, e il giornalista dell’Equipe che glielo aveva dato, Pierre Chany, aveva solo indicato, certo con un po’ di malizia, il colore del montgomery che indossava “quella signora in bianco che abbiamo visto vicino a Coppi”, non conoscendone il nome. Scrisse “la dame en blanc”, come quel famoso racconto di Wilkie Collins. Tra vestire di bianco ed essere bianchi corre una certa differenza; la si definisce disprezzo.
Fabiana Giacomotti, Il Foglio, 28 luglio 2017

 

La memoria
Due settimane fa ero in una scuola di Palermo, davanti a 300 ragazzi. Tutti conoscevano Sfera Ebbasta ed Elettra Lamborghini; nessuno aveva mai sentito nominare Coppi e Bartali. Neanche la mia generazione ne ha memoria diretta, ma fin dalla più tenera età abbiamo ascoltato i racconti epici dei nostri genitori, che sono poi i nonni dei ragazzi di adesso. All’evidenza, la trasmissione della memoria si è spezzata. I nonni non parlano più con i nipoti; o i nipoti non li ascoltano. 
Aldo Cazzullo, 2 giugno 2019

 

Cosa è diventato il suo paese
Dal 5 marzo il Comune ha un nuovo nome, il consiglio regionale ha approvato la richiesta avanzata dalla valle: “Ci chiameremo Castellania Coppi”. Il cartello che dà il benvenuto in paese non è cambiato, i documenti d’identità per ora non sono da rifare. Le prime modifiche sono rinviate al prossimo atto di nascita, quando sarà. Nati nel 2018: uno. Comprese le frazioni di Mossabella, Sant’Alosio e tre cascine, i residenti sono calati a 89, in paese di notte restano a dormire in ventitré. “Un tempo le persone le vedevi nelle vigne, le sentivi cantare dalle valli lontane, ora al massimo si sente il rumore dei trattori”, racconta il sindaco, emigrante di ritorno dopo 50 anni di lavoro a Genova. Il Comune ha un’impiegata sola. Non ci sono scuole. Castellania divide con Costavescovato le spese del piccolo bus che copre i 9 km per portare i bambini in classe a Carbonara. In tutto cinque. “La Martina è la più grande, quest’anno è in prima media”. Dalle torri di Sant’Alosio, a 500 metri d’altitudine, voltando lo sguardo verso est, non si scorge neppure il tetto di una casa.
Il Venerdì, 10 maggio 2019

 

1960. La copertina del fumetto franco belga

 

Fausto visto da Gianni Brera
Così l’ha fatto il buon Dio che se tu lo vedi all’impiedi, uomo come tutti gli altri, costretto a mantenersi umilmente in equilibrio, la tua presunzione non se ne adonta. Su due spalle stranamente esili s’innesta il capo che neri e lisci capelli, quasi mai pettinati, paiono rendere allungato a dismisura. E il collo, che pure è sottile, quasi si perde nella secchezza della mandibola e nella nuca folta di capelli. Il torace, per una anomalia che è invece funzionale e a tutta prima non ti spieghi, via via che scende, ingrandisce, lo sterno pare carenato come negli uccelli. 
Ancora ogni normale linea anatomica viene smentita in lui da un improvviso dilatarsi delle anche, dall’assenza totale di un ventre che minimamente sporga, da una brevità del tronco allorché l’uomo è all’impiedi, che rende vistosa assai la solida falcatura delle reni. E poi queste reni brevi e potenti non paiono terminare, prosaicamente, in glutei, ma subito si continuano in cosce di inusitata lunghezza in cui balzano evidenti muscoli sciolti e affusolati. 
E sottili, nervose sono le ginocchia, snelli i polpacci, agili le caviglie. 
Come lo vedi camminare quest’uomo, subito egli ti sembra goffo e sproporzionato, non fatto, direi, per muoversi in terra, come tutti. Il suo passo, alla ricerca di un equilibrio malagevole e difficoltoso è quasi stentato e sghembo. 
Le braccia, assai gracili, spiovono inerti, impacciate dalle spalle non larghe.
E la tua presunzione non se ne adonta. Piccolo comune uomo quale sei, non ti entra al suo cospetto nell’animo l’amaro dell’ umiliazione fisica, quel senso di inferiorità che subito intimidisce e anzi talvolta annichila come di fronte all’atleta esteticamente bello e possente.
Gianni Brera, Gazzetta dello sport, 27 luglio 1949
Il libro

 

 

I trionfi, le sconfitte, gli amori, le tragedie del ciclista raccontate da Maurizio Crosetti con la voce in prima persona dei personaggi che gli sono stati vicini: dai familiari ai gregari, dalla Dama Bianca all’amico-rivale Bartali. Questo è un estratto dal capitolo intitolato “Gino”, dove è appunto Bartali a parlare. 
Lui aveva questa piccola vena nell’incavo del ginocchio destro: si gonfiava sotto sforzo, quando anche per Fausto arrivavano le nuvole. Per tutta la vita ho guardato quelle nuvole, ho cercato di capirle. Lui non era un superuomo.
La vena, un allarme. Anche il mio gregario Giovanni Corrieri lo sapeva e in certi momenti pedalava dietro Coppi, si metteva di fianco, gli guardava il ginocchio e se gli pareva di avere notato il gonfiore veniva da me e mi diceva Gino, la vena, la vena! Forse è stata solo un’illusione, perché io non ricordo di avere vinto per questo neanche una sola corsa in piú.
Non è vero che lo facevo spiare, però mi importava tutto quello che combinava perché sapevo che lo combinava diverso da ognuno. Lui era unico e anche la sua morte è stata unica, andarsene in quel modo e lasciarmi qui da solo. Per tutto il tempo, dopo, mi hanno soltanto chiesto di Fausto. La mia disgrazia è stata sopravvivergli. Non te lo perdono, amico mio.
Maurizio Crosetti. Il suo nome è Fausto Coppi (Einaudi, 227 pagine)

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