Lo sport e la Shoah

[S]  week-end
Lo sport e la Shoah

 

 

È tempo che gli Italiani
si proclamino
francamente razzisti
Il Manifesto della razza
Il Giornale d’Italia, 14 luglio 1938

 

Arpad Weisz. Non lo sapeva nemmeno Enzo Biagi, bolognese e tifoso del Bologna. «Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito», ha scritto in Novant’anni di emozioni. È finito ad Auschwitz, è morto la mattina del 31 gennaio ’44. Il 5 ottobre del ’42 erano entrati nella camera a gas sua moglie Elena e i suoi figli Roberto e Clara, 12 e 8 anni. Questa è la risposta, documentata, di Matteo Marani, bolognese, 36 anni, redattore del Guerino, laureato in Storia (e questo spiega qualcosa). Gli ci sono voluti tre anni di ricerca, scrupolosa e insieme ossessiva, perché gli pareva di inseguire un fantasma. Ed ora questo libro: Dallo scudetto ad Auschwitz, preciso come una banca svizzera, dolente come una cicatrice. Dai registri di classe del ’38, ritrovati in uno scantinato, è arrivato a conoscere uno degli amici del piccolo Weisz, un amico vero che per tutti questi anni aveva conservato lettere e cartoline che gli arrivavano dalla Francia, dall’Olanda, da dove i Weisz cercavano di sottrarsi ai cacciatori dopo che il Bologna aveva licenziato il suo tecnico in omaggio alle leggi razziali. La media di vita nei campi era di 4 mesi, Weisz ne regge 16. Lo trovano morto la mattina del 31 gennaio ’44: di freddo, di fame, di solitudine, di disperazione. Non aveva mai saputo della famiglia, lo aveva solo immaginato. | Gianni Mura, la Repubblica 24 gennaio 2007

 


 

libri | Dallo scudetto ad Auschwitz, di Matteo Marani (Aliberti) 
Il conto alla rovescia. È il momento più bello della sua vita e dista appena nove mesi dalla fuga dall’Italia, meno di quattro anni dall’inferno di Auschwitz, meno di sei dalla fine di tutto. Il conto alla rovescia è iniziato. Il Calcio Illustrato riporta una notizia riguardante Felsner, collega di Arpad: “L’occhialuto dottore è stato visto a Bologna e sembra che sostituirà Weisz, il quale dovrebbe, tra qualche mese, lasciare l’Italia in seguito alle leggi razziali”. Benché sintetico basta a cogliere cosa bolle in pentola. Per il resto è sufficiente sfogliare un qualsiasi quotidiano. Il clima è tremendo. I calciatori ungheresi Schlosser e Braun sono stati arrestati al Municipio di Budapest mentre falsificavano le carte d’identità di cittadini ebrei, facendosi risultare di religione cattolica. L’anno a venire, a Vienna, si toglierà la vita Cartavelina Sindelar, il più grande calciatore austriaco di ogni tempo, ebreo e terrorizzato dall’Anschluss.

 

libri | Il minuto di silenzio, di Gigi Garanzini (Mondadori) 

 

Figlio di un viennese caduto in guerra sul fronte italiano, nella battaglia dell’Isonzo, a vent’anni Sindelar rischiò la carriera per un grave infortunio al ginocchio destro. Salvato da un intervento per quei tempi avveniristico, giocò per il resto dei suoi giorni con una benda elastica protettiva che gli fece forse un po’ da coperta di Linus: ma anche da radar per le entrate dei difensori che a quei tempi facevano molti meno complimenti di oggi. Fu chiamato anche Il Mozart del football, e questo battesimo assai più del precedente ci restituisce l’eleganza, la grazia, persino la leggiadria con cui Sindelar danzava per il campo senza mai perdere di vista la porta avversaria. Era forte, biondo, bello. Anche lui come Meazza prestò la sua immagine ai primi messaggi pubblicitari a sfondo calcistico.
Poi arrivò il giorno dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania hitleriana. Il 3 aprile del ’38, alla vigilia del Mondiale francese, il Prater di Vienna ospitò l’ultima partita della Nazionale austriaca, ovviamente contro la Germania. Sindelar segnò un gol, il suo amico Sesta ne segnò un altro, e tutti e due alla fine schierati dinanzi alla tribuna d’onore per la cerimonia ufficiale tennero il braccio destro basso, mentre gli altri venti lo tendevano nel saluto nazista. Sesta ebbe qualche noia immediata. Sindelar no, perché era un’icona. Ma quando da lì a poco rifiutò la convocazione al Mondiale, che avrebbe ovviamente dovuto giocare con la maglia della Germania, Goebbels, che non era purtroppo una mezzala, disse una cosa tipo, sappiamo che Sindelar è un idolo degli austriaci e tutti speriamo che possa continuare a esserlo.
Lo trovarono secco nel giro di pochi mesi, il 23 gennaio del ’39. Ucciso, guarda un po’ la fatalità, dalle esalazioni di monossido di carbonio di una stufa difettosa, lui e la sua compagna Camilla Castagnola, un’infermiera italiana, ebrea, altra combinazione. 

 

Sport Klub Hakdah. Intere squadre di giovani affiatati e uniti dallo stesso sogno di gloria vennero ridotti a cose e poi cancellati, per sempre. Sorte toccata alla compagine calcistica dell’Hakoah, per cui faceva il tifo Franz Kafka. L’Hakoah, che scendeva in campo con la grande “H” cucita al petto di fianco alla stella di Davide, divenne campione d’Austria nel 1925 ma nel 1938, con l’Anschluss, udì il tragico triplice fischio finale. La federcalcio viennese gli confiscò i trofei vinti e cancellò dall’albo d’oro tutti i risultati conseguiti dalle “H”. Ma la penalizzazione indelebile fu che la maggior parte dei suoi calciatori vennero caricati sui vagoni chiodati di un treno di sola andata per il lager di Theresienstadt. Le ultime immagini che rimangono di quei ragazzi sono su un campo di calcio: con la maglia bianca stellata affrontavano la nerissima formazione delle SS. Di una partita simile, tra i carnefici delle SS e la squadra speciale dei Sonderkommando (deportati ebrei addetti alla pulizia dei crematori), racconta anche Levi sempre ne I sommersi e i salvati. Anche in un luogo di morte come i lager si continuò a fare sport. | Massimiliano Castellani, Avvenire, 28 marzo 2014

 

Bela Guttmann. Quanto a Guttmann non si sa come e dove abbia vissuto i giorni della guerra e dell’Olocausto. Si sa che perse il fratello maggiore, che si sposò con Marianne e che, secondo alcuni biografi, riparò in Svizzera ospite in un campo di internati. A tutti coloro che gli chiedevano come e dove era scampato alla deportazione, rispondeva semplicemente: «Dio mi ha aiutato». | Mario Vecchi, lettera a il Giornale, ieri

 

Nelly Neppach. Nata nel 1891 e campionessa precoce, nei primi anni Venti è un’icona non solo sportiva, protagonista della cronaca mondana dell’epoca. All’inizio del 1926, subito dopo aver vinto i Campionati di Germania, inizia però il suo calvario: prendendo a pretesto una partecipazione non autorizzata a un torneo in Francia, la Federazione le infligge una sorta di squalifica a vita. In realtà, nella lettera inviata a tutti i Circoli di tennis del Paese per diffidarli dal far giocare la Neppach sui loro campi ci sono già velati riferimenti anti-semiti, oltre all’accusa di essere diventata famosa solo perché amica di scrittori e giornalisti. Nell’estate dello stesso anno le viene però poi permesso di tornare a giocare, anche se di fatto non riesce più a tornare ai livelli precedenti quella penalizzante esperienza. Poi la tragedia: dopo l’ascesa di Hitler al potere e le leggi razziali che vietano agli ebrei anche l’iscrizione a un club sportivo, la notte del 7 maggio 1933 Nelly Neppach si toglie la vita a Berlino, con la notizia della sua morte che viene data oltreoceano anche dal New York Times. | Paolo Corio, Panorama, 27 gennaio 2017

 

Fernando Terracina. La sua “epopea”, nella città degli estensi, iniziò nel 1937 nel corso d’un confronto dilettantistico perso in finale contro Faraoni con un gesto duramente stigmatizzato dalla stampa di regime: «Si è presentato sul ring con una croce sionista ostentando un razzismo che niente ha a che fare con lo sport fascista». Con l’orgogliosa rivendicazione della propria identità, un anno prima delle leggi razziali, Terracina lanciava un guanto sfida al fascismo. Anticipava il colpo e colpiva prima d’essere colpito. Quella Stella di David se l’era cucita sui pantaloncini all’altezza della coscia sinistra, imitando il grande Max Baer. Il boxeur americano, vincitore di Primo Carnera nell’incontro per il mondiale dei massimi, che aveva sempre ostentato – facendone un punto di forza – il proprio essere ebreo. Nato nel ghetto di Roma, Terracina da dilettante disputò 63 combattimenti, mentre la sua breve carriera professionistica si dipanò negli Stati Uniti. Nel marzo del 1940 lasciò l’Italia, sottraendosi in tal modo alla Shoah, e sotto le cure di Don Hamill a maggio batteva subito Al Tibbits. Presa la cittadinanza di quel Paese, Terracina, il “boxeur con la stella”, tornò a Roma con le armate statunitensi contribuendo alla sua liberazione. | Sergio Giuntini, Sport e Shoah in Italia

 

Il Coni attraverso la Federazione medici degli sportivi ha offerto la sua collaborazione all’Istituto di bonifica umana e ortogenesi della razza di recente costituzione  1938

 

Leone Efrati. Il più noto dei pugili del Ghetto, figlio di Aronne e Allegra Di Segni, andato sposo a Ester Zarfati. Chiamato “Lelletto”, Efrati nel corso della sua esperienza professionistica sostenne 49 incontri: 28 vinti, 10 persi, 11 pareggiati. Nell’estate del 1939 Abel Lotti, un italo-americano originario di Civitavecchia, in ottimi rapporti con il manager Bobby Gleason e col campione Phil Terranova, gli propose un’altra fitta serie d’incontri, ma Efrati preferì far rientro a Roma per riunirsi alla famiglia. Una decisione che, a causa della nuova legislazione antiebraica, il 19 novembre 1939 gli impose il ritiro dal pugilato. Durante l’occupazione nazista trovò per qualche tempo scampo in un convento e, con una sorta di spavalda incoscienza, fece anche il venditore di souvenir ai soldati tedeschi in libera uscita. Deportato, a seguito del rastrellamento del 16 ottobre 1943, ad Auschwitz-Birkenau col fratello Marco e la sorella Costanza, “Lelletto”, per sopravvivere e svagare i suoi aguzzini, si vide costretto a continuare a boxare pure in quell’inferno. In proposito merita riportare una testimonianza da Alberto Sed. Un ex deportato ebreo, allora compagno di disgrazia di Efrati a Birkenau: Noi assistevamo, ma con che spirito vede un incontro di boxe uno che non sa che fine hanno fatto sua madre e sua sorella? […]. I tedeschi davano a chi combatteva un premio, spesso un pezzo di pane. Efrati si faceva onore, ma poi un giorno finì tutto. C’era anche suo fratello al campo e lui tornando nel block seppe che era stato picchiato a sangue da alcuni kapò. Chi è stato? Chi te le ha date? Si rifece e loro dopo aver preso tutte ste’ botte avvertirono un soldato tedesco. Qualche ora dopo lo tramortirono, lo ridussero a un moribondo. Ogni sera le SS, davanti al block, ti strattonavano per vedere se stavi in piedi: chi cadeva per terra non aveva scampo e lui non riusciva neanche ad alzarsi. Fu così che “Lelletto” finì nei forni crematori. | Sergio Giuntini, Sport e Shoah in Italia

 

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Il calcio a Terezin. È un calcio gioioso e vitale quello che si giocava a Terezin, campo di concentramento nazista che si trovava in Cecoslovacchia. Un campionato di calcio interno fu disputato dal 1941 al 1944, e c’è perfino un documentario che racconta quelle partite. Ma sono immagini che rischiano di essere illusorie, immortalate dalla cinepresa di Kurt Gerron, regista ebreo cui i tedeschi commissionarono (probabilmente con la promessa di aver salva la vita, cosa che poi non avvenne dato che Gerron morì ad Auschwitz) quel film a scopi propagandistici. Sebbene il film avesse uno scopo propagandistico, il campionato di calcio di Terezin era qualcosa di vero, una piccola realtà sportiva che agli ebrei serviva tantissimo per distrarsi, rendere un po’ meno terribile la vita nel campo. Le squadre coinvolte erano una decina, e prevalentemente attingevano dai diversi reparti di lavoro in cui si divideva Terezin: c’era la formazione dei macellai, quella dei cuochi, gli addetti al magazzino. Si giocava sette contro sette, in un campo nel cuore del cortile, davanti, talvolta, perfino a 3500 spettatori (ritratti in grande festa nel documentario). Una delle figure più note di questo campionato fu Paul Mahrer, già nazionale cecoslovacco ai giochi Olimpici del ’24, imprigionato a 40 anni dai tedeschi a Terezin. Ancor più importanza ebbe Fredy Hirsch, ebreo tedesco che portò nel campo più di una disciplina sportiva, allo scopo di educare corpo e spirito anche a sopportare la fatica. Poi Peter Erben, che in Cecoslovacchia aveva giocato anche a hockey. | Emanuele Michela, il Foglio, 27 gennaio 2019

 

Julius Hirsch. Due volte campione di Germania nel 1911 e nel 1913, è anche il secondo calciatore di origine ebraica dopo Fuchs a indossare la maglia della Germania, con sette presenze tra il 1911 e il 1913. Ormai campione affermato, all’avvento delle leggi razziali nel 1933 dà immediatamente le dimissioni dal suo club, il Karlsruher FV, continuando a giocare nel Campionato “riservato ai giudei”. All’inizio scampa alla deportazione grazie al matrimonio con una non-ebrea, ma nel 1943 (dopo aver divorziato per evitare conseguenze a moglie e figli) viene deportato ad Auschwitz. Il 3 marzo 1943 scrive una cartolina alla sorella Esther per i suoi 16 anni: sarà l’ultima traccia terrena di un fuoriclasse condannato all’oblio sportivo dal nazismo e presumibilmente alla morte nel campo di concentramento. | Paolo Corio, Panorama, 27 gennaio 2017

 

Erno Egri Erbstein. Susanna è nata a Budapest da genitori ungheresi, suo padre si chiamava Erno Erbstein (cognome magiarizzato nel 1941 in Egri e che vuol dire “della città di Eger”) ed è stato il mitico allenatore della squadra di calcio più forte del mondo: gli “Invincibili” del Grande Torino. È scomparso con i suoi ragazzi a Superga.
Suo padre era ebreo? «È nato in una famiglia ebraica ma era agnostico. Da giovanissimo ha iniziato a girare per il mondo e si è stabilito in Italia. Mia mamma era cattolica».
Qual è la città a cui è più legata? «Certamente Lucca. E io in realtà mi sento più lucchese che torinese. Sono stata una bambina felice in quella città dove sono rimasta fino al 1938, anno in cui sono state promulgate le leggi razziali. Nessuno sapeva dell’origine ebraica di mio padre. Ma accadde che a causa delle leggi razziali, non poteva più lavorare in Italia. Ed io, come figlia di un ebreo straniero, non potevo più inquinare la sana stirpe italica. Mi era vietato di andare a scuola e fare sport. È stato un trauma».
E cosa è successo? «Mio padre per attutire il colpo ha accettato il contratto che gli aveva proposto il Torino calcio. Così, nell’estate del ’38, ci siamo trasferiti».
Quanto tempo siete rimasti a Torino? «Poco. Nel 1939 mio padre, che si era ben reso conto di quanto stesse succedendo (e per precedere la cacciata definitiva) aveva combinato un cambio con un suo collega ungherese, ariano, che era allenatore della squadra del Rotterdam. L’accordo tra le società andò in porto. Il presidente del Torino Calcio, Ferruccio Novo è stato un personaggio importante nelle nostre vite, ci ha aiutati moltissimo. Così siamo partiti, in treno, per Rotterdam la sera del 17 febbraio del ’39».
Perché mi precisa la data? «Durante il viaggio, il 18 febbraio, ho compiuto 13 anni. Abbiamo attraversato la Svizzera e la Germania. Eravamo sereni, nonostante tutto. Mio padre mi raccontava di Erasmo da Rotterdam: “Sai — mi diceva — questo grande filosofo, da Rotterdam è venuto a Torino per studiare all’università. Noi facciamo il percorso inverso“. Per il mio compleanno mi aveva regalato il “Moriae encomium“. Insomma elogiava il suo pensiero per rendere accettabile lo strappo, ovvero la mia uscita dall’Italia. Ma non siamo mai arrivati ad Amsterdam».
Perché? «Giunti a Kleve (vicino Düsseldorf) alla frontiera ci venne negato, con un frego rosso, il visto olandese che ci era stato dato in ambasciata. Dovevamo scendere dal treno. La cittadina era deserta, per di più piena di cartelli con scritto “Juden verboten“. Non sapevamo dove andare e non avevamo soldi. Un signore ci aiutò. Anche lui era ungherese e ci portò in una casa dove erano nascosti diversi ebrei. Dovevamo trattenerci una notte. Passò un mese. Ma non siamo riusciti ad avere i documenti. Non potevamo tornare in Italia, né proseguire per l’Olanda. Siamo andati a Budapest».
Dove avete vissuto? «Siamo stati per un periodo a casa di mio nonno. In seguito abbiamo trovato un appartamento in centro. Mio padre è tornato a Torino, l’unica città in cui aveva rapporti di lavoro e di amicizia. Infatti i dirigenti del Torino calcio lo hanno aiutato moltissimo, dandogli delle rappresentanze tessili in modo da avviare un’attività in Ungheria». | Intervista di Claudia Allasia, la Repubblica, 18 febbraio 2019

 

Quando la figlia di Erbstein scrisse a Gianni Brera.  Egregio Signor Brera, desidero innanzitutto ringraziarla di aver dedicato alla figura di mio padre, Ernesto Egri Erbstein, espressioni di apprezzamento: troppo spesso, infatti, negli articoli, che rievocano il Torino di Superga si tende a ignorare il suo apporto tecnico ai successi di quella grandissima squadra. All’insorgere delle leggi razziali, decise di lasciare subito questo paese e ritornò con la famiglia in Ungheria, anche per non infliggere alle sue bambine, vissute in Italia, fin dalla nascita, e cresciute come italiane e cattoliche, l’umiliazione di non poter frequentare le scuole italiane, essendo figlie di uno straniero di razza ebraica. Insisto sull’odiosa parola razza poiché, in quanto a religione, mio padre non era più israelita di quanto fosse cattolico. Era semplicemente un laico dallo spirito profondamente religioso. Dall’Ungheria, da dove ritornò ripetutamente a Torino, anche durante la guerra, mio padre rimase sempre in stretto contatto con Novo che non acquistò mai un giocatore se non su suo consiglio: quando alla fine del conflitto mio padre riprese in mano la squadra, a partire dal ’45, non se la trovò lì a sorpresa. Poté così iniziare a raccogliere le fila di ciò che aveva predisposto insieme a Novo. | la Repubblica, 2 giugno 1989

 

Istvan Toth e Geza Kertesz. Magiari entrambi, ma non ebrei, come Weisz e Erbstein in Italia si affermarono da allenatori. Il primo, nato a Budapest il 28 luglio 1891, ebbe una brillante carriera anche da attaccante del Ferencvaros e della nazionale ungherese (19 presenze tra il 1909 e il 1926), e come mister allenò Triestina (1930-’31), Ambrosiana-Inter (1931-’32) e nuovamente la Triestina nel 1934-’36 e nel 1938-’39. Il secondo, di Budapest dove nacque il 21 novembre 1894, giocò nel Ferencvaros (1920-’23), nello Spezia (1925-’26) e nella Carrarese (1926-’27), allenando poi a lungo nei nostri campionati e sedendo sulle panchine della Salernitana (1929-’31 e 1941), del Catanzaro (1931-’33), del Catania (1933-‘36 e 1941-’42), del Taranto (1936-‘38), dell’Atalanta (1938-’39) e della Lazio (1939-’40).
Due maestri di calcio danubiano legati altresì da un altro, tragico, elemento comune: la data della morte, avvenuta a Budapest il 6 febbraio 1945. Fucilati lo stesso giorno in quanto appartenenti a una rete di patrioti ungheresi, che si oppose al nazismo e al governo collaborazionista organizzando il salvataggio di oltre un centinaio tra partigiani e cittadini ebrei. In particolare Kertesz, lo “Schindler” del pallone ungherese, che conosceva bene il tedesco, in un’occasione si travestì da soldato della Wermacht per favorire la fuga degli ebrei dal Ghetto della capitale magiara. | Sergio Giuntini, Sport e Shoah in Italia

 

La bicicletta di Gino Bartali e gli altri Giusti nello sport oltre lui
Martin Uher, famoso calciatore della nazionale cecoslovacca, aiutò numerose famiglie ebree offrendo le proprie case come nascondiglio. È stato nominato Giusto tra le Nazioni del 1991.

 

Tadeus Geberthner, capitano della squadra di calcio polacca, soccorse gli ebrei offrendo rifugio all’interno delle librerie Gebethner & Wolff, appartenenti alla sua famiglia. Morì nel 1944 vicino a Varsavia, al comando di un gruppo di partigiani.

 

Zarko Dolinar, campione di tennis tavolo e primo sportivo croato a vincere un mondiale, ha sfruttato la sua popolarità per rubare e contraffare documenti d’identità. Ha inoltre creato numerosi documenti di viaggio per molte persone ebree, permettendo loro la fuga verso la salvezza. È stato nominato Giusto tra le Nazioni insieme al fratello Boris, che lo aiutò nell’opera di soccorso.

 

Maria Helena Friedlander (Bruhn), insegnante di ginnastica tedesca, ha nascosto nella sua casa olandese numerosi ebrei – tra cui suo marito -, ha eluso le autorità tedesche fingendo di essere una simpatizzante nazista e dando lezioni di ginnastica a donne tedesche.

 

Jan Kasper Klein, insegnante di ginnastica e nuotatore olandese, fu arrestato e deportato a Dachau per aver aiutato e nascosto numerosi ebrei nella sua abitazione.

 

Margit Eugénie Mallász, scenografa e nuotatrice ungherese, insieme a padre Pal Klinda aiutò numerosi ebrei.

 

Anthonie Pieter Wetermans e Judith Wetermans (de Graaff), istruttore e proprietario di un club sportivo all’Aia, nascose con l’aiuto della moglie numerosi ebrei nel club sportivo.

 

Danielius Žilevičius, impiegato al ministero degli Interni e calciatore della nazionale lituana, era membro della LFLS, una squadra multietnica in cui giocavano lituani, ebrei, tedeschi, inglesi e serbi. Insieme alla moglie Ona e alla suocera Adolfina, nascosero una bimba ebrea, salvandola così dalla deportazione. | Gariwo 

 

La confutazione della bicicletta di Bartali | “Dopo la pubblicazione di L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei: una storia inventata, lo Yad Vashem ha dichiarato che gli ebrei salvati da Bartali non sarebbero stati le migliaia accreditate da una diffusa vulgata e neppure i sette-ottocento dichiarati nella motivazione con la quale il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha conferito nel 2005 alla famiglia del campione la medaglia d’oro al valore civile, ma una trentina. Nessuno storico ha finora indagato i fatti, tramite il controllo e confronto attento delle fonti, e così la leggenda di Bartali salvatore degli ebrei e le esagerazioni sui numeri dei salvati si sono propagate nella narrazione pubblica delle Giornate della Memoria come il fruscio delle ruote di una bicicletta lungo una strada solitaria. È proprio alle disattese responsabilità degli storici nella diffusione di questa leggenda che questo libro intende porre rimedio.” [Introduzione a Il caso Bartali e le responsabilità degli storici, di Gianluca Fulvetti, Stefano Pivato e Nicola Sbetti, edito da Castelvecchi]

 

Ralph Klein. La sua è realmente una storia di pacificazione. Nel 1943 il padre e la sorella Ruth vengono deportati ad Auschwitz: il primo vi morirà, la seconda sarà invece tra i sopravvissuti allo sterminio. Sopravvissuto è anche Ralph Klein, che riesce a rifugiarsi in Ungheria con la madre e un fratello, rientrando in un gruppo di 20 mila ebrei salvati dal diplomatico svedese Raoul Wallenberg. Dopo la guerra, nel 1951 (all’età di vent’anni) va a vivere in Israele, dove nel basket diventa una leggenda del Maccabi Tel Aviv prima come giocatore e poi soprattutto come coach, guidando il club a vincere la Coppa dei Campioni del 1977 e Israele al secondo posto agli Europei del 1979. Poi, nel 1983, accade quasi l’incredibile: la Germania gli propone il ruolo di ct e lui accetta. Con questa motivazione: “Il fatto che la Germania mi abbia chiesto di allenare la sua Nazionale è per me una vittoria sul nazismo”. Rimane alla guida del team tedesco per quattro anni, prima di tornare al Maccabi per vincere un ultimo Campionato, seguito poi da una Coppa di Israele con l’Hapoel. Morirà poi nel 2008 a 77 anni. | Paolo Corio, Panorama, 27 gennaio 2017

 


 

libri | Presidenti, di Adam Smulevich (Giuntina) 
Ricapitola le vicende di tre patron, ciascuno a suo modo storico, che dovettero pagare per l’origine benché fossero assai popolari tra i loro tifosi. Raffaele Jaffe (1877-1944) fu l’artefice di quello che, letto oggi, pare uno scherzo del palmarès, dove nell’elenco dei campioni d’Italia compare accanto alla data del 1914 il nome antico del Casale dalla maglia nerostellata (la più bella tra le divise, nell’autorevole parere di un arbiter del gusto come Ottavio Missoni). Di mestiere faceva l’insegnante, si era convertito al cattolicesimo ma questo non gli evitò di passare per il camino di Auschwitz dopo la detenzione nel campo di Fossoli, anticamera del lager per molti ebrei italiani. 
Renato Sacerdoti (1891-1971), potente e reboante presidente della Roma di cui fu tra i fondatori, si rivolgeva direttamente al duce. Non si capacitava di come lui, pure convertito e fattosi cristiano, fascistissimo, combattente per la patria, marciatore su Roma, avesse dovuto subire l’affronto dell’accusa di traffico clandestino di valuta e preziosi. Per poi trascorrere cinque anni al confino. A Benito snocciolava tutte le benemerenze, chiedendo di essere liberato per potersi rimettere in divisa da soldato e difendere la patria. Ma Mussolini aveva bisogno di punire un “giudeo” così famoso, dopo l’emanazione delle leggi razziali (1938), per dimostrare all’alleato tedesco le sue serie intenzioni. 
Era morto Giorgio Ascarelli (1894-1930), presidente del Napoli, quando la furia del regime si abbatté contro la sua gente. A lui si poteva fare solo un torto: cancellarne la memoria. Per questo fu cambiato il nome allo stadio che gli era stato dedicato. | Gigi Riva, la Repubblica, 26 ottobre 2017

 

libri | Cinque cerchi e una stella. Shaul Ladany, da Bergen-Belsen a Monaco ’72  di Andrea Schiavon (Add editore, 2011)

 

“Un giorno trovo la delegazione in fibrillazione. Scopro che c’è stata una commemorazione al campo di concentramento di Dachau, che si trova a una ventina di chilometri da Monaco, e praticamente nessuno, tra dirigenti e atleti israeliani, vi ha partecipato. A quanto pare la cosa è filtrata alla stampa e in Israele è scoppiato uno scandalo: c’è chi chiede che di fronte a una simile assenza vengano presi provvedimenti esemplari. Io stesso ricevo una lettera molto dura da Shosh: mi accusa di non avere la minima sensibilità, di non essere capace di rinunciare neppure a un allenamento per rendere omaggio a milioni di ebrei morti. In realtà semplicemente nessuno mi ha informato di questo appuntamento. Anche se lo avessi saputo, però, non ci sarei andato. Non è una questione di allenamenti: le gambe non c’entrano, c’entra la testa e quello che ho dentro. Non ho ancora elaborato quel pezzo della mia vita. E ci vorranno ancora molti anni prima che lo faccia”.

 

Shaul Ladany. Shaul Ladany ha 36 anni quando arriva ai Giochi di Monaco nel ’72: è sposato, ha una figlia, ha una cattedra all’università di Tel Aviv, ha combattuto la Guerra dei Sei Giorni, ha già partecipato a Messico ’68, ma quasi per conto suo, perché Israele lo giudica troppo scarso (arriverà 24esimo nella 50 km). 
Il 5 settembre ’72 Shaul che dorme nell’unità 2 viene svegliato all’ alba. «È un attacco terroristico». Lui crede sia uno scherzo. Verso le 4.30 di mattina otto guerriglieri palestinesi sono entrati nelle unità 1 e 3 prendendo in ostaggio nove tra atleti, allenatori e tecnici della squadra israeliana. Due vengono colpiti subito: Moshe Weinberg, allenatore a cui Shaul ha prestato la sveglia e il sollevatore di pesi Yossef Romano. Ladany in pigiama con altri cinque si mette in salvo, la loro palazzina non è stata attaccata, perché con Shaul dormivano due tiratori, dotati di armi e munizioni. 
Zamir, il capo del Mossad, ricorderà così quella scena: «Dopo la Shoah ancora una volta gli ebrei camminavano legati sul suolo tedesco». Ladany è l’unico che sa sulle pelle cosa significhi quel ricordo, è sopravvissuto ai treni, alle camere a gas, a Bergen-Belsen, lo stesso campo di concentramento in cui morì Anna Frank. Il resto della squadra ha conosciuto quella storia, lui l’ha vissuta, parte della sua famiglia è stata sterminata. | Emanuela Audisio, la Repubblica, 2 luglio 2012

 

Alex e Gustav Felix Flatow. Alfred nasce nel 1869, Gustav Felix nel 1875: due fratelli, due ginnasti dominatori dei primi Giochi olimpici di Atene 1896, che li trasformano nei primi eroi sportivi della Germania. Dopo il ritiro dall’attività agonistica a fine secolo, Alfred Flatow diventa un quotato allenatore, nonché autore di diversi libri sulla disciplina, ma nel 1933 viene espulso dalla sua società di ginnastica in quanto ebreo e, deciso comunque a rimanere a Berlino, vive una vecchiaia di stenti e discriminazione, finendo poi per essere deportato nel campo di concentramento di Theresienstadt, dove viene ucciso nel 1942. Il fratello Gustav Felix, ciclista e pugile oltre che ginnasta, all’inizio del 1933 cerca invece scampo dal nazismo a Rotterdam, ma rimane poi vittima dell’invasione dell’Olanda: costretto alla clandestinità, viene scoperto nel 1945 e deportato a sua volta a Theresienstadt, dove morirà di stenti poche settimane prima della liberazione a opera delle truppe sovietiche. | Paolo Corio, Panorama, 27 gennaio 2017

 

I numeri. Dagli stadi ai campi di sterminio: la Shoah dello sport ha numeri spaventosi, sessantamila atleti persero la vita nei campi di sterminio e di essi ben 220 erano stati campioni olimpici, mondiali e nazionali, star del calcio o dei ring, detentori di record e trofei internazionali. | Leonardo Coen, il Sud Est

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