Chiamateci Settebello

[S]  week-end
Chiamateci Settebello

 

 

Marca a Budavari, marca a Budavari
marca a Budavari, marcaloooo
Silvio Orlando, Palombella Rossa

 

Perché la Nazionale si chiama Settebello. È l’estate del ’37, quando nella pallanuoto sbuca la parola Settebello. Nasce su una carrozza ferroviaria di terza classe, in un paese della Versilia. La Rari Nantes Napoli sta tornando a casa dopo la solita trasferta a Genova, nel solito vagone da pochi soldi. Nei pressi di Viareggio, lì il treno s’affolla. Ragazze tedesche, non c’è dubbio. E ai giocatori napoletani gira la testa. Mimì Grimaldi è stato spettatore l’anno prima ai Giochi di Berlino. Sulle tribune olimpiche ha imparato qualche parola di tedesco. Cosi, si butta. “Wir sind sieben”, dice, siamo sette. “Schon”, belli. “Sieben schon”, sette belli.
Una sera, Grimaldi gioca a scopa con un socio del circolo, Pasquale Cangiullo, uomo di mare e di buone letture. È il fratello di Francesco, braccio destro di Marinetti, megafono del futurismo. Cangiullo conta le carte. “Mia la primiera. Ho preso il settebello”. Grimaldi insorge: “Il Settebello no, il Settebello siamo noi”. La leggenda si mette in marcia. Dal vagone di Viareggio, al circolo di Santa Lucia, alle piscine di tutto il mondo. In più c’è che la Rari Napoli comincia a vincere. Del ‘39 il suo primo scudetto, ne seguiranno altri 4. I successi esigono l’enfasi. Un paio di giornalisti adottano quel soprannome. Sono Arturo Collana e Gino Palumbo. Ma il Settebello spicca il volo all’estero a partire dal ‘48. Vince la concorrenza di un’altra parola, il Settefiori, partorito dai rivali della Florentia.
Sono i Giochi di Londra a incollare il nuovo nome agli azzurri della pallanuoto. Il mezzo è la voce di Nicolò Carosio. La nazionale di calcio torna presto a casa, ma il radiocronista deve spendere ancora parte della settimana di permesso chiesta al lavoro per fare l’inviato all’Olimpiade. Punta sulla piscina di Finchley, c’è Italia-Francia. S’imbatte in Pasquale Buonocore, Emilio Bulgarelli e Gildo Arena, i tre napoletani della Rari chiamati in nazionale. “Noi siamo quelli del Settebello, alla radio ci chiami così”. Fatto. Sarà Carosio a raccontare l’oro olimpico di Wembley, il 4-2 sull’Olanda. | Sportweek, 14 giugno 1997 

 

Il rugby d’acqua. La nostra nazionale è qualcosa in più di una semplice squadra: il Settebello è marchio d’eccellenza in una disciplina con una geografia ristretta, dominata dai Paesi dell’est per attitudine e storia. Nell’area balcanica e ex-sovietica, popoli naturalmente portati per lo sport e per la lotta hanno trovato nel “rugby d’acqua” la disciplina ideale. Il resto lo hanno fatto le tante piscine, costruite in blocco in epoca comunista. Hanno sempre dominato Ungheria, Urss, Jugoslavia, poi Serbia e Croazia. E fra i giganti dell’est, spesso davanti a loro, l’Italia. | Lorenzo Vendemiale, Il Fatto, 28 luglio 2019
  Perché gli Europei sono un altro Mondiale. Per la diciottesima volta su diciotto, come sempre dal 1973, ai Mondiali dell’estate scorsa in Corea le medaglie della pallanuoto maschile sono andate tutte a nazionali europee. Fuori dal nostro recinto, si tratta di uno sport che di fatto non esiste. Solo cinque volte una non-europea si è spinta fino in semifinale ma poi è arrivata quarta: Cuba nel 1975, Australia nel 1998, tre volte gli USA: 1986, 1991 e 2009. Nessun altro sport di squadra ha un albo d’oro tutto colorato da un solo continente. Il rugby ha l’Oceania e l’Africa campione, il basket le due Americhe e la pallavolo pure, oltre ai giapponesi anni 70. Finanche l’europeissima pallamano ha avuto la sua eccezione molto speciale con una finale del Qatar. Mentre si allargano le antiche platee eurocentriche di ciclismo e scherma, la pallanuoto rimane dentro un antico teatro. È il suo grande limite.
È diverso tra le donne, dove gli USA sono una potenza con 5 titoli, l’Australia ne ha vinto uno e ci sono pure due finali del Canada, una della Cina. Qui, casomai, il mistero sta nell’assenza dalla scena delle ragazze slave. Serbia e Croazia non si sono mai qualificate per i Mondiali, neppure da paese organizzatore perché mai li hanno organizzati (incredibile, no?), se non nel 1973, quando il torneo donne non esisteva. Mai sul podio agli Europei, partecipano al torneo di Budapest e sono nello stesso girone. 
La geografia del Settebello. È un’Italia tornata al passato, alla forza della tradizione. La squadra che si qualificò per i Giochi di Rio del 2016 era composta da tre naturalizzati e da giocatori provenienti da 8 regioni diverse. In questa Nazionale invece le regioni di provenienza si sono dimezzate e sono quelle classiche: 4 ragazzi liguri (Aicardi, Fondelli, Figari, Luongo), 3 campani (Dolce, Renzuto-Iodice, Velotto), 2 laziali (i portieri Del Lungo e Nicosia), 1 abruzzese (Di Fulvio), oltre a tre naturalizzati (Bodegas nato in Francia, Echenique nato in Argentina, Figlioli nato in Brasile). 
Cento anni fa, al debutto olimpico ad Anversa, l’Italia era composta solo da genovesi e lombardi. Nel 1948 a Londra da friulani, napoletani, liguri e toscani. 
Genova. Eraldo Pizzo. Il totem della nostra pallanuoto. La pallanuoto in Liguria si giocava in mare, praticamente il campo era delimitato dalle barche degli arbitri e dei tifosi. Spesso i colpi di remo non servivano solo a spostare i gozzi. Pizzo esordì nel porto di Camogli “nella parte più riparata perché c’era bulesume”. Bulesume è quando il mare sta a metà tra calmo e mosso. Caimano lo divenne perché un portiere avversario lo vide avvicinarsi a pelo d’acqua, sporgevano solo gli occhi. “Guarda che ti ho visto, Caimano”. Eraldo con il Recco ha vinto 14 scudetti, una Coppa Italia e una Coppa dei Campioni dal 1959 al 1974. Poi si è tolto altre soddisfazioni. | Roberto Perrone, il Foglio, 3 agosto 2019
Il commissario tecnico
Sandro Campagna. Siracusano di Ortigia, 56 anni, oro olimpico e mondiale da giocatore negli anni 90, in panchina dal 2000 a oggi con una parentesi (2003-2008) da ct della Grecia, dove ha costruito da zero un movimento.
«Mio padre era nelle giovanili del Palermo, a 19 anni vinse il concorso all’ente di sviluppo agricolo e lasciò perdere il pallone. Allora ci ho provato al posto suo. Un giorno arriva il medico e dice a mia madre che ho due costole accavallate, meglio il nuoto, che mi avrebbe allargato il torace».
«A Siracusa da ragazzi potevamo stare anche 8 ore di fila in piscina. Non so quante volte abbiamo saltato i cancelli per entrare. Don Bastiano, il guardiano, ci sparava il sale addosso con una lupara».
«I miei d’estate affittavano una cabina a Mondello. Accanto a noi c’era Cestmir Vycpalek, l’allenatore della Juve. Giocava a scopone con papà e nonno. Io me ne stavo lì davanti con il pallone e con i suoi nipoti, spesso veniva Zeman, ogni tanto Cestmir si voltava verso di me, col vocione grosso prometteva: Sandrino, Sandrino, un giorno ti porto con me alla Juventus».
«Senza lo sport, forse avrei avuto problemi. Per questo mi piace allenare due tipi di giocatori, quelli con cui basta uno sguardo e quelli che hanno il coraggio di dire: non ho capito». | Intervista a la Repubblica, 7 novembre 2011
Farfallone. Sandro era un po’ farfallone (fuori vasca). A 21 anni venne ferito gravemente da quattro colpi di pistola sparati da un rivale in amore. Per fortuna è potuto tornare a giocare e poi è diventato l’erede di Ratko Rudic in panchina, regalandoci altri nomi e altre storie da raccontare, nel nome della Santa. |  Roberto Perrone, il Foglio, 3 agosto 2019
La Nazionale di oggi

 

  Marco Del Lungo, portiere, 29 anni, laziale di Tarquinia, gioca nel Brescia. A pochi giorni dai Mondiali 2017, dovette rinunciare per una forma di morbillo contratta nonostante fosse vaccinato. È il più assiduo frequentatore delle lezioni di Francesco Scannicchio, il video analyst che con il software “Grande Fratello” acquisisce immagini di partite da tutto il mondo. 
Gianmarco Nicosia, portiere, 21 anni, enfant prodige. Gioca da quando ne aveva 10. Per contrastare la diffidenza dei professori di scuola, per anni è andato ad allenarsi alle 7 del mattino prima di entrare in classe. Romano, gioca a Busto Arsizio.
Gonzalo Echenique, attaccante mancino, 29 anni, detto El Chalo, argentino di Rosario con cittadinanza spagnola e naturalizzato italiano grazie ai nonni di Castiglione di Sicilia. Ha giocato per tutt’e tre le nazionali. Porta tatuato dietro la schiena il nome della squadra per cui fa il tifo: il Newell’s. Per lui Messi, rosarino, ha preso la tessera di socio della Pro Recco. La numero 1010.
Stefano Luongo, 29 anni, ligure, figlio e fratello di pallanuotisti. È rientrato nel giro della Nazionale vincendo la classifica cannonieri 2019 con 81 gol. È stato squalificato nell’aprile scorso per una giornata per aver criticato un arbitro sulla sua pagina facebook. Nel dicembre 2013, quando giocava a Napoli nell’Acquachiara, prima del derby con la Canottieri accusò forti dolori all’addome. Al Pronto soccorso gli diagnosticarono un’enterite e lo dimisero. Era una peritonite. Fu operato d’urgenza e di nuovo nei giorni successivi per due sacche di sangue formate dalla complicata suturazione. Tre mesi dopo era di nuovo in acqua ma restò fuori dalla squadra per i Giochi 2016 e voleva prendere la cittadinanza georgiana. 
Matteo Aicardi, 33 anni, ligure. A febbraio in una intervista a Sky raccontò la dura vita del centroboa. Una gomitata gli spaccò il naso alla prima partita olimpica giocata. Un morso al collo lo costrinse a prendere antibiotici per qualche giorno. Un altro morso in partita l’ha sventato ai testicoli.
Niccolò Figari, 31 anni, ligure. A giugno scorso ha lasciato dopo 11 anni la Pro Recco per giocare più minuti a Brescia, in previsione delle Olimpiadi. Super fan di Radio Dee Jay, dopo il titolo mondiale scattò un selfie e lo mandò ai conduttori che erano in diretta. 

 

Vincenzo Dolce, 24 anni, salernitano. Gioca a Busto Arsizio nel ruolo di difensore. Al rientro nella città d’origine dai genitori dopo il titolo mondiale, fu accolto da uno spettacolo di fuochi artificiali nel suo quartiere, il Torrione. 
Vincenzo Renzuto Iodice, 26 anni, napoletano, con l’azzurro delle giovanili campione del mondo e d’Europa. Nel 2017 si è regalato l’esperienza di fare un anno da straniero nel campionato croato, giocando per lo Jug Dubrovnik e vincendo lo scudetto.
Alessandro Velotto, 24 anni, napoletano, difensore. Ha lasciato la sua città per il piacere di andare a lavorare a Recco con Ratko Rudic, ex ct della Nazionale italiana. Anche lui prese il morbillo come Del Lungo alla vigilia dei Mondiali di due anni fa.
Francesco Di Fulvio, 26 anni, abruzzese, centrovasca. Gioca nel Recco dopo essere stato a Roma, Firenze e Brescia. Anche Andrea e Carlo, fratelli maggiori, giocano in Serie A. Sono tutti figli di Franco, 9 campionati da protagonista nel grande Pescara che si aggiudicò scudetto e Coppa dei Campioni con Manuel Estiarte. Di Fulvio è stato appena eletto miglior giocatore al mondo. 

 

Di Fulvio, quando il Settebello vinse l’ultimo Europeo, nel 1995, lei aveva appena due anni. È forse la volta buona? «Siamo un bel gruppo, forte e coeso, ce la possiamo giocare con tutti. Andiamo lì per vincere. L’Italia se lo meriterebbe. Anche se l’appuntamento a cui stiamo lavorando da 4 anni è un altro».
Ovvio: Giochi Olimpici. Sapere che a Tokyo la finale si disputerà il 9 agosto, nello stesso giorno dell’ultimo oro di Barcellona ‘92, che effetto le fa? «Devo ammettere di averlo scoperto soltanto pochi giorni fa, non lo ricordavo. Ma io non sono così scaramantico. Se vogliamo puntare all’oro dobbiamo dare tutto ogni giorno e ad ogni allenamento. Serve la rabbia e la convinzione di tutti, non abbiamo bisogno di affidarci al caso o alla fortuna. Certo di quella c’è bisogno sempre. Ma è soltanto col duro lavoro che si può ottenere qualcosa di importante». | Intervista di Sergio Arcobelli, il Giornale, ieri

 

Pietro Figlioli, brasiliano di Rio, 35 anni, figlio di José Sylvio Fiolo, ex nuotatore brasiliano di origini abruzzesi, vincitore di due medaglie d’oro ai Giochi panamericani ed ex detentore del record del mondo dei 100 rana. Sua madre Marta è di Comacchio. Si è trasferito da ragazzon nello stato australiano del Queensland e ha iniziato la sua carriera lì, prendendo la cittadinanza e giocando in quella nazionale fino al 2009 quando poi ha optato per l’Italia. Gioca nel Recco.

 

Michaël Bodegas, 32 anni, marsigliese di nascita, un bisnonno piemontese e una nonna emigrata bambina da Rivalta Bormida. Bodegas possedeva una galleria d’arte moderna a Marsiglia e un bar a Parigi. Suona la batteria, il piano e il basso. Studia composizione. Campiona suoni al computer. Nel suo locale organizzava eventi e serate, offrendo il palco a musicisti esordienti. Ha venduto tutto per concentrarsi sulla pallanuoto. Quando smetterà, farà il produttore musicale. Sa giocare da difensore centrale e da centravanti nel corso della stessa azione. Sua moglie è galiziana. Da quest’anno gioca per il Barceloneta.

 

Fino al 2014 era il capitano della Francia, come si sente davanti ai suoi ex compagni. «Ho spiegato la mia scelta, sono fratelli: sanno che il livello di questo sport in Italia è diverso e sono felici per me».
Non è una scelta opportunistica? «Io sono nato italiano. Mia nonna è piemontese, di Rivalta Bormida, e poi sono cresciuto a Marsiglia dove ci sono italiani, spagnoli, immigrati di ogni genere. Non ho i confini nella testa. Mi chiamano tutti Mike, all’inglese. Darò tutto per la bandiera italiana, per restituire ciò che mi è stato dato anche se so bene che ci sono persone convinte che io stia rubando il posto».
Perché ha scelto la pallanuoto? «Da bambino nuotavo, alla fine di un allenamento ho visto arrivare la squadra: hanno piazzato la porta, preso la palla. Non si può stare da soli in una corsia se dall’altra parte si gioca. E l’acqua è il mio elemento, Marsiglia significa mare». | Intervista di Giulia Zonca, la Stampa, 11 gennaio 2016
Andrea Fondelli, ligure, 25 anni, gioca nel Recco. È l’unico tra i convocati a non aver vinto il Mondiale l’estate scorsa. Ha preso il posto in squadra di Di Somma. Suo padre Massimo, detto Mamo, è stato campione del mondo col Settebello a Berlino nel 1978 e una leggenda del Camogli. 
I tre titoli europei nella storia
~ Montecarlo 1947. Pasquale Buonocore, Emilio Bulgarelli, Mario Majoni, Geminio Ognio, Ermenegildo Arena, Aldo Ghira, Gianfranco Pandolfini, Tullo Pandolfini, Luigi Raspini, Umberto Raspini, Cesare Rubini. Ct Giuseppe Valle.
Il portiere Buonocore si era potuto presentare solo grazie alla licenza matrimoniale: per liberarsi dagli impegni di lavoro, s’era sposato con qualche mese d’anticipo. «Nessuno voleva andare in porta, perché sott’acqua c’erano gli scogli. Ho iniziato così – racconta Buonocore – ma sono stato il primo professionista. All’ora di pranzo passavano dal circolo notai, avvocati e medici. Ci tenevano a dire d’aver giocato con me. Mi sfidavano ai rigori, le paste erano la nostra scommessa. Ne ho vinte parecchie». | Sportweek, 14 giugno 1997

 

Gildo Arena, un luciano come ce n’erano di degnissimi a quei tempi, da Carlo Pedersoli a Luciano De Crescenzo, era un fuoriclasse già a diciott’anni. Aveva inventato la beduina, un tiro spalle alla porta roteando da sotto il braccio, una saetta improvvisa a sorpresa. Fu il primo italiano applaudito dagli inglesi dopo la guerra. È stato il genio, la fantasia, la sorpresa gioiosa della pallanuoto, un Maradona d’acqua, un personaggio unico. | Mimmo Carratelli. La leggenda del Settebello (Lito-Rama edizioni, 2000)

 

I fratelli Pandolfini. La pallanuoto dei pionieri, gente di cuore, animata da enorme passione, soldi niente, piccoli rimborsi e punto. … Gianfranco Pandolfini opera nel ruolo di difensore, non disdegnando quello di centro vasca. Marca duro, è poderoso, tosto, aggressivo. Diciamolo chiaro, usa le buone e le cattive maniere, quando servono. Un marcatore cattivo, attento, puntuale. Tullo è il manuale della pallanuoto. Centroboa, non nel senso pesante dell’espressione. Kiri è scelto, rapido di gambe e di mani. Un centro moderno, veloce, capace di numeri anhe da funamnolo | Franco Esposito. Nel nome del padre del figlio e dello sport. (Absolutely Free, 2012)

 

~ Sheffield 1993. Francesco Attolico, Marco D’Altrui, Alessandro Bovo, Pino Porzio, Sandro Campagna, Paolo Caldarella, Mario Fiorillo, Franco Porzio, Amedeo Pomilio, Nando Gandolfi, Massimiliano Ferretti, Carlo Silipo, Roberto Calcaterra, Paolo Petronelli, Gianni Averaimo. Ct Ratko Rudic.
La rivoluzione di Rudic e il suo ciclo d’oro. Come fu possibile? «Giocatori intelligenti e grandi motivazioni. All’inizio c’erano conflitti. Io venivo dalla cultura jugoslava: lì il tecnico è un dittatore e la preparazione fisica durissima. Sa cosa dissi loro appena arrivato?».
Che cosa? «Che con la Jugoslavia ero sempre contento di incontrare l’Italia perché fisicamente non reggeva il colpo…».
Ci è andato leggero… «Ho spiegato che non bisognava essere alti per forza 2 metri. Sei 1,70? Lavora per alzarti di più sulle gambe. Da voi però ho imparato il dialogo. A Barcellona c’era chi vomitava per la tensione. Ho detto: calmi, se sbagliamo è colpa mia. Si sono rilassati».
Ha detto: «I giocatori mi devono odiare». «L’allenamento deve imitare la partita, la sua durezza e i suoi conflitti. È adattamento per evitare sorprese».
Funziona anche nella vita? «Naturalmente. Non a caso tanti miei giocatori hanno ottenuto ottimi risultati pure fuori dalla piscina». | Intervista di Alessandro Pasini, Corriere della sera, 28 giugno 2018
I fratelli Porzio. “Frolla o riccia?” domandano a Napoli quando chiedi la classica sfogliatella. Dentro è uguale, sapore delizioso. Ma sono due dolci alla fine molto diversi. Diversissimi i grandi fratelli, non solo perché uno attaccante e l‘altro difensore. Mancino, eclettico, imprevedibile e geniale talvolta bizzoso Franco, capace d’inventare esaltando, nel momento più critico di un match. Destro, grintoso, costante, una sicurezza difficilmente scalfibile Pino, un lottatore silenzioso, un riferimento per la squadra e per lo stesso allenatore. | Carlo Verna. La leggenda del Settebello (Lito-Rama, 2000)
~ Vienna 1995. Francesco Attolico, Francesco Postiglione, Alessandro Bovo, Angelo Temellini, Roberto Calcaterra, Alessandro Calcaterra, Alberto Angelini, Amedeo Pomilio, Paolo Petronelli, Leonardo Sottani, Carlo Silipo, Alberto Ghibellini, Fabio Bencivenga, Luca Giustolisi, Marco Gerini. Ct Ratko Rudic.

 

Carlo Silipo. È diventato un gigante, il pallanuotista col maggior numero di presenze in azzurro (482), dall’alto dei suoi due metri è più che mai un gigante delle piscine. … Una straordinaria acquaticità, un tiro potente e preciso, un’eccellente velocità di esecuzione, una difesa arcigna sui centroboa, un carattere trascinante ea volte anche irruento, Silipo ha un hobby distante anni luce dalla pallanuoto: lo sci. Ha un cestista come modello: Michael Jordan. | Franco Carrella. La leggenda del Settebello (Lito-Rama, 2000)

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