Correre con o senza hijab?

 

Mariam Mahmoud Farid, ragazza del Qatar, ha impiegato 15 secondi più di Sydney McLaughlin per coprire il suo giro di pista con ostacoli. Ha chiuso la batteria dei 400 ostacoli con il peggior tempo, di gran lunga il peggior tempo, 1’09”49. Ma Mariam era dichiaratamente ai Mondiali per altro. 
“È una grande responsabilità – ha detto al sito della IAAF di cui è ambasciatrice – non sono qui per rappresentare me stessa ma una cultura, una tradizione, le donne del Qatar, le hijabi women”. 
Ha abbassato il suo personale. “Corro per rompere barriere e cambiare la prospettiva di quelle persone venute qui dal resto del mondo e non abituate a vederci correre in hijab. Me ne accorgo dalle facce che fanno e certe volte mi domando se è così scioccante”. 

 

 

A nove anni un allenatore le disse che non ce l’avrebbe mai fatta perché aveva i piedi piatti. “Le ragazze hanno bisogno di sapere che non devono indossare per forza gli shorts se vogliono correre. In molte ne lo chiedono, sui social media. Alcune mi raggiungono in allenamento mai poi lasciano”.

 

Della stessa gara, Dalilah Muhammad è la detentrice del record del mondo. Lo ha stabilito ai campionati USA. Ha 29 anni ed è musulmana. Ha scritto Scott Cacciola su NYTimes che il record l’ha gettata in una sorta di crisi esistenziale, che la spinge a chiedersi cosa sarà di lei d’ora in avanti, o cosa farà tra 20 anni: “Muhammad ha però scoperto che sta già facendo qualcosa di grande — semplicemente essendo se stessa, una tra le più notevoli americane musulmane sulla scena dell’atletica globale. Non trasmette la sua fede né la nasconde. Lei non indossa hijab, per esempio — “Non ce l’ho nemmeno” ha detto — ma ha anche cominciato a capire la sua posizione unica dopo le Olimpiadi. La gente le chiedeva della sua religione, della politica e del presidente Trump molto di più di quello che chiedevano ai suoi coetanei. “Per essere onesti, non sempre conosco le risposte”.
Muhammad è cresciuta nel Queens, dove i suoi genitori ancora vivono nella casa della sua infanzia. Suo padre, Askia, è un imam e cappellano islamico al Department of Correction di New York. Sua madre Nadirah lavora come assistente sociale. Dalilah ha un fratello più grande, Hassan, che è sergente nell’esercito, e una sorella maggiore, Jamilah, insegnante — alla quale da ragazza teme di aver dato un colpo al cuore. “Venne a un allenamento con me e poi lasciò”.

 

Osé. Le velociste tedesche Gina Lueckenkemper e Tatjana Pinto si sono lamentate delle riprese delle telecamere posizionate ai blocchi di partenza, ritenendole «discutibili». Per la connazionale Amelie Ebert, membro della commissione atleti «se in un evento mondiale le riprese vengono effettuate da posizioni “piccanti” prima bisognerebbe consultare la rappresentanza degli atleti». ~ La Gazzetta dello sport

 

Altre donne. Nel Mondiale dei messaggi, il primo ospitato nel deserto del Medio Oriente, le super mamme e le prime volte dominano. C’è DeAnna Price, 26 anni, inedito oro americano nel martello, bullizzata perché obesa: «Sono stata di ogni taglia: magra, grassa, grassissima. La società mi ha marchiata come sbagliata. Invece è incredibile quante porte si aprano quando impari ad accettarti». C’è la tedesca Katharina Bauer, 29, che ha saltato con l’asta e con un defibrillatore nel petto: «Diciottomila battiti in più del normale, due operazioni: essere a Doha è la mia vera medaglia». E poi ci sono loro, Shelly-Ann, Allyson e Hong, tre ori nello stesso giorno (100 metri, staffetta 4×400 e 20 km di marcia) da dedicare ai figli nati da poco, perché tornare all’atletica da madri – anche se mentre allatti il mondo non smette di correre, saltare e lanciare per aspettarti -, si può. ~ Gaia Piccardi, Corriere della sera

 

Una questione irrisolta. Dove devono gareggiare le atlete intersex, che sono nate così e non hanno fatto nulla per diventare delle curiosità genetiche? Seyni riaccende la polemica: se non graffia può stare con le altre, se invece azzanna si deve tagliare le unghie. Il suo tempo in semifinale è stato di 22”77, non abbastanza per giocarsi il mondo oggi, ma lei era venuta qui per i 400 e il dirottamento non previsto non le ha portato bene. Anche lei non è abbastanza uomo, ma nemmeno donna. Però così a metà i 200 li può correre, i 400 no. Cosa diceva il famoso Comma 22? ~ Emanuela Audisio, la Repubblica

 

L’allenatrice di Davide Re. Lei ha vissuto discriminazioni di genere?
«Sono stata giudicata in quanto donna. Fino a che allenavo i ragazzini ero bravissima, poi sono passata ai professionisti e di colpo il metro di giudizio applicato agli uomini non valeva. Ho deciso di non farci caso».
Momento più fastidioso?
«Nel 2013 avevo appena iniziato ad allenare Galvan che qui fa la 4X400.Partecipo a un convegno tra i luminari dell’atletica, pochi sapevano che faccia avessi e una persona, a cui risparmierò la vergogna, dice “non sapete a chi abbiamo lasciato il nostro migliore quattrocentista”. A me».
Non ha protestato?
«No, ho lavorato. A noi donne è sempre richiesto un extra per convincere. Mi è stato dato il premio di “miglior allenatrice”, ringrazio però avrei preferito essere la numero x in una classifica mista, che senso ha una categoria a parte?».
Maria Chiara Milardi. Intervista di Giulia Zonca, la Stampa

 

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