La notte del Bernabéu era distante meno di un anno e all’Italia persa coi pensieri dietro il pallone, questa partita parve una specie di secondo atto. Italia-Germania a Madrid, un’altra Italia-Germania in Grecia, allo stadio di Atene, con sei azzurri di Bearzot vestiti stavolta di Juventus, in bianco e nero, eroi di una parte, eppure eroi di tutti. Andava così in quegli anni, per consapevolezza e per responsabilità di uomini come Zoff e Scirea, tutto fuorché divisivi, juventini veri, verissimi, ma anti-niente, nemici di nessuno e di nulla, se non della slealtà.
Questa mezza Italia Mundial vestita di Juventus aveva in più Roberto Bettega, che c’era stato nel 78 e in Spagna no, per infortunio; aveva in più Boniek e Platini, al loro primo anno da stranieri in serie A. Una parata di stelle. Avevano fatto fatica a conoscersi e mettersi insieme. Un ritardo fatale in campionato. La Roma di Liedholm se n’era andata e non l’avevano presa più. Ma la Coppa dei Campioni non era mai parsa così vicina, finalmente. Non una vittoria annunciata contro l’Amburgo, non ce ne sono mai. Ma immaginare di vedere le mani di Zoff su un’altra Coppa era il pensiero più facile.
Bisognava capirlo dai presagi, che sarebbe andata a finire un l’assessorato allo sport del Comune “con la complicità della Fiat) ha fatto allestire il più colossale show mai visto in Italia” scrisse addirittura la Gazzetta con Piero Bianco, eppure l’anno prima c’erano stati i Rolling Stones. Accanto al monumento ad Emanuele Filiberto, era stato innalzato uno schermo cinematografico di 12 metri per 9, parve una cosa da kolossal. Ci misero due giorni a montarlo. “Si dice che sia lo schermo televisivo all’aperto più grande del mondo, con i suoi 21 pannelli modulari e una struttura in tubi metallici alta 15 metri”. Con le immagini visibili fino a 80 metri di distanza. Nei programmi. Invece al fischio d’inizio della partita, l’altoparlante in piazza annunciò che c’erano dei problemi tecnici e che la trasmissione in diretta del primo tempo sarebbe stata complicato. Così successe che in trentamila si diedero alla fuga, “la gente è scappata all’impazzata, alla ricerca di un bar o di una casa con Tv” raccontò la Gazzetta, contando nel frattempo 56 venditori ambulanti di gagliardetti, “tanti venditori di panini, di bibite, di tutto. I bar della piazza, specie quelli con dehors hanno fatto affari d’oro raddoppiando i prezzi. Centinaia di operai hanno chiesto di cambiare turno nei reparti della Fiat. Numerosi negozi hanno chiuso alle 18.30, per consentire ai dipendenti di partecipare alla gran nottata. La città è letteralmente impazzita, ha cambiato per un giorno le sue radicate abitudini”.
La mattina della partita, sulla Gazzetta, il direttore Candido Cannavò scrisse di aver ricevuto “decine di telefonate da ogni parte di questa penisola juventus-nizzata”. Gli chiedevano di ripubblicare la foto di uno striscione diventato famoso l’estate precedente, diceva: Italia, facci sognare. Era apparso sulla prima pagina del giornale per la partita con l’Argentina, la vittoria numero uno a quel Mondiale, e per scaramanzia di nuovo in occasione della sfida con il Brasile, con la Polonia, in finale con la Germania.
“E adesso – scriveva Cannavò – a dieci mesi di distanza, sulle orme di quella Italia, c’è questa Juve che si batte per la corona d’Europa. Non è necessario ritoccare lo slogan. II clima è lo stesso. Identico è il tifo di febbre. La finalissima sima si gioca alla stessa ora di Italia-Germania… Il collegamento Madrid-Atene diventa naturale, non soltanto in chiave popolaresca. Italia e Germania si trovarono di fronte per il titolo mondiale, i loro club più prestigiosi si affrontano per un trofeo che ha certamente minor risalto universale ma scatena una intensità di tifo nel quale il campanile si mescola con quel patriottismo sportivo”.
Questo è un passaggio importante. Il direttore della Gazzetta certifica che nel maggio di quarant’anni fa, esisteva “magari per soli 90 minuti – una sorta di unità calcistica nazionale. Non saranno di certo alcune stonate battute televisive in chiave romanesca (è difficile davvero stabilire quanta simpatia la TV abbia fatto perdere allo splendido scudetto giallorosso), né le stizzite repliche di qualche juventino a incrinare questo stato d’animo. Stasera la Juve sarà di tutti. Poi ciascuno potrà rientrare nella propria parrocchia”.
Sappiamo da Gianni Brera e dal suo Storia critica del calcio italiano che la Juve era nata proprio per unire, l’aristocrazia sabauda e gli immigrati meridionali, i nostalgici della monarchia e gli uomini della sinistra. La squadra di tutti. Quasi.
“Sulle direzioni del favore popolare – il tifo! – varrebbe la pena di indagare con riferimenti socioculturali e persino etnici. Il primo responso, ad ogni modo, è questo: che agli italiani – sono parole di Brera – piace parteggiare per chi vince. La Juventus gioca bene, vince sempre e non è né lombarda né emiliana né veneta né toscana: appartiene a una regione che ha innervato l’esercito e la burocrazia nazionali: di quella regione, il capoluogo è stato anche capitale d’Italia. Nel Medio Evo non esisteva se non come povero villaggio. Nessuna città periferica aveva contratto odii nei suoi confronti, all’epoca dei Comuni. Essa batteva ormai le decadenti squadre del Quadrilatero e offriva agli altri italiani la soddisfazione di umiliare le città che nel Medio Evo avevano spadroneggiato: i romagnoli andavano in visibilio quando Bologna veniva mortificata dalla Juventus, così i lombardi di parte ghibellina come pavesi e comaschi quando le milanesi venivano battute in breccia, e ancora i lombardi che avevano squadre proprie, come bergamaschi, bresciani e cremonesi, e le vedevano puntualmente vendicate dalla Juventus”
Il gol di Turone aveva acceso la brace con la Rai romana, ma vero era che la squadra del capitalismo italiano aveva il tifo dell’opposizione operaista anni Cinquanta, dentro la fabbrica. Sono stati juventini in tanti dentro i quadri del Pci. È celebre la domanda di Palmiro Togliatti a Piero Secchia: “Tu pretendi di fare la rivoluzione senza sapere il risultato della Juve?”.
Quella mattina, Mario Gherarducci sul Corriere della sera pensava che una vittoria della Juventus sarebbe stata una magnifica ricompensa per Boniperti, “significherebbe realizzare un sogno ansiosamente accarezzato per un quarto di secolo ma puntualmente sfumato, significherebbe coronare trionfalmente dodici anni di presidenza fra i più felici della lunga storia bianconera, significherebbe mettere finalmente a tacere gli amici-nemici milanesi, che ai venti scudetti juventini hanno sempre potuto opporre le conquiste continentali di Inter e Milan. Per la Juventus vincere la Coppa dei campioni è diventata ormai una questione d’onore e di principio, d’orgoglio e di prestigio.
Come finì lo sappiamo. Nel giro di due anni l’Italia passò dal gol di Turone al gol di Magath. Lo spirito Nazionale si spezzò. Gli azzurri erano in raduno in vista della partita contro la Svezia, per la qualificazione agli Europei. Solo Beppe Dossena aveva detto nei pronostici ai giornali che i favoriti erano i tedeschi.
Bruno Perucca su La Stampa analizzò: “Mentre Brio vinceva il duello con Hrubesch (praticamente è stato l’unico bianconero ad imporsi sul diretto avversarlo) e Gentile era costretto a seguire Bastrup, Cabrini si trovava praticamente senza un diretto rivale pur potendo spingere con sufficiente efficacia. Ma Tardelli e Bonini sulla coppia di sinistra dell’Amburgo hanno stentato a lungo e non hanno mal trovato la misura nelle marcature. A nostro parere meglio avrebbe fatto Trapattoni ad affidare Bastrup a Cabrini e Milewski a Gentile, lasciando i terzini al loro compito per dare al centrocampo maggior respiro. Nella ripresa, l’allenatore bianconero ha sostituito Rossi, sempre dominato da Jakobs con Marocchino, ma ormai era tardi. I bianconeri hanno avuto momenti di grande pressione, tutti nella metà campo avversaria, con Platini più avanzato e Bettega a fargli da spalla con caparbietà. Ma l’Amburgo ha saputo contenere ripiegando le manovre avversarie e poi rispondere ancora in contropiede”.
Cannavò la mattina dopo parlò di maligno incantesimo. E scrisse: “La delusione è grande, anche se molta gente che era pronta a gridare abbiamo vinto, adesso si consolerà dicendo: «Hanno perso». Il tifo «nazionale» rientra mestamente nelle sue parrocchie”.
Scirea compiva 30 anni quella sera. Zoff stava giocando la sua ultima partita in maglia bianconera, Pablito aveva perso la sua magia. La Juventus di tutti stava cambiando pelle. È cominciata un’altra storia.
Le pagelle di quella sera
di lodovico maradei, la Gazzetta dello sport
Zoff. “Nell’azione del gol ci è sembrato più sorpreso che colpevole. Magath era sbucato all’improvviso dopo aver saltato due bianconeri. Il tiro era molto teso ed arcuato. Impossibile dalla tribuna stabilire se era imparabile. Forse ci voleva la grande prodezza. Zoff non è stato capace di realizzarla. Non possiamo certo gettargli la croce addosso, nelle ripresa, anzi, ha salvato il possibile 2-0 respingendo un gran tiro ravvicinato di Hrubesch
Gentile. “Ha preso in consegna prima Bastrup e poi Von Heesen e come suo solito non li ha fatti giocare soprattutto il primo, un’ala pericolosa perché caparbia e scaltra, In Danimarca quando si erano incontrate le nostre due nazionali aveva anche segnato un gol. Il terzino bianconero è stato uno dei migliori della sua squadra. Il suo compito ha fatto in pieno.
Cabrini: “Grandi duelli sulla fascia contro Kaltz, Ora avanzava l’uno ora avanzava l’altro. È chiaro che si è trovato in maggiore difficoltà Cabrini perché sul suo lato ogni tanto Happel mandava Groh o lo stesso Bastrup. Cabrini ha combattuto con gagliardia, ha sferrato anche due bei tiri sui quali Stein è intervenuto con bravura. Forse gli è mancato l’acuto per rendersi ancora più pericoloso. Però vi è da dire anche che Kaltz, giocatore di grande esperienza, lo attendeva in zona e quindi da quella parte non era facile passare”.
Bonini: “Una gara generosa come sempre. Ma il confronto con Magath era improponibile. Il ragazzo all’inizio lo ha sofferto moltissimo e ha dovuto intervenire anche con le maniere forti. Poi pian piano è stato aiutato anche da altri bianconeri in zona e lui si è potuto dedicare di più all’appoggio dell’azione offensiva Juventina che però mancava chiaramente di idee”.
Brio. “Ha portato a compimento la sua missione che era quella di non far passare Hrubesch, il gigante dell’Amburgo non lo ha quasi mal superato, nei duelli aerei e rasoterra lo stopper bianconero lo ha quasi sempre preceduto. Solo in un’occasione Hrubesch è riuscito a liberarsi e a battere a rete, ma c’è da dire anche che Brio nel frattempo si è spostato frequentemente in attacco per tentare anche il gol del pareggi”
Scirea: “Ha giocato meglio nel primo tempo che nel secondo. Nel primo tempo è riuscito a mantenere con calma la sua posizione anche quando i tedeschi scendevano da tutte le parti. Nella ripresa, quando si è dovuto gettare in avanti e abbandonare spesso o essere abbandonato nel suo posto di libero, si è trovato in difficoltà. Non è stata certo una delle sue migliori partite”.
Bettega: “Non ha fornito una grossa prestazione, anzi ha in gran parte deluso. Aveva iniziato benissimo con uno splendido colpo di testa in tuffo: una sua specialità. Ma Stein aveva deviato il tiro. Poi pian piano è rimasto confuso nel centrocampo bianconero. Platini era davanti e non a fianco a lui e Bettega non trovava giusta collaborazione per dare inizio all’azione né per concludere in area tedesca”
Tardelli: “Ci ha messo molta grinta nella sua partita. Alla fine ha tentato anche di gettarsi disperatamente in area avversaria, ma non ha trovato mai il guizzo vincente. Nella sua zona l’Amburgo ha spesso gettato il terzino Wehmeyer con molta pericolosità e anche il piccolo Milewski. Tardelli, preso tra i due uomini, non è riuscito mai a trovare la posizione giusta per partire in sgroppate vincenti In attacco. Quindi una prestazione indefinibile.
Rossi: “La sua peggiore prestazione. In pratica non lo abbiamo mai visto. Non ricordiamo un suo tiro né un passaggio indovinato, al contrario parecchi errori di misura e anche incredibili esitazioni nel controllo della palla. Man mano che passavano i minuti si perdeva traccia di lui. Alla fine Trapattoni è stato costretto a sostituirlo con Marocchino. Evidentemente la grande ribalta internazionale che poteva riportarci il Pablito del mondiale questa volta è rimasta spenta per lui”.
Marocchino: “Ha giocato soltanto poco più di mezz’ora ed è entrato in un momento molto difficile della gara. Si è salvato con una certa abnegazione nel tentativo di trovare nuove vie per la porta di Stein, ma anche lui non ha concluso molto”.
Platini: “Anche la mezzala francese non è stata alle altezze della sua fama e della situazione. È partito molto bene con due azioni travolgenti, ma poi pian piano si è spostato in avanti in una posizione di vera punta e quindi è rimasto tagliato fuori dal collegamenti con il resto della squadra che non riusciva ad offrirgli palla giocabili e un gloco che potesse consentirgli almeno di trasformarsi in cannoniere”.
Boniek. “Molti errori, troppi per assolverlo. Qualche sgroppata nel secondo tempo più irosa che pratica, qualche battuta verso la porta avversaria senza alcuna pretesa e poi un continuo rimestare il gioco a centrocampo, una posizione che non è fatta per lui. Ha concluso anche lui male questa coppa”.