Che cosa ha fatto il barbaro Nick Bollettieri per il tennis

Il tennis degli anni Novanta era pieno di giocatori quasi. Ne uscivano in continuazione, alle spalle di Pete Sampras. Avevano abbastanza, non avevano tutto. Nel rovescio piatto di Michael Stich si incontrava una prova dell’interesse di Dio per il gioco. Andrei Medvedev era il re dei colpi di sbarramento, Thomas Muster un anomalo arrotatore mancino che ruggiva, Greg Rusedski era Mister Ace, e a ogni ace chiedeva l’asciugamano. Thomas Enqvist era la pulizia e la leggerezza. Mark Philippoussis un colosso che chiamavano Scud. Erano tutti pieni di potenzialità e tutti in prossimità di un margine che non sapevano attraversare. 

Di loro si pensava che accanto a un grande coach avrebbero fatto il passo definitivo. Delle volte succedeva. L’incantevole braccio sinistro di Marcelo Rios non arrivò mai a uno Slam ma salì al numero 1 quando di lui si occupò Larry Stefanki. Patrick Rafter cavò due titoli agli US Open dal suo dispendioso serve-and-volley e dalla sua spalla fragile, dal suo codino e dalle sue strisce di crema sotto gli occhi, quando si fece seguire da Tony Roche. Goran Ivanisevic era rimasto un battitore e basta finché Bob Brett non ne fece un cavallo da finali a Wimbledon.

Tutti i giocatori quasi degli anni Novanta potevano diventare qualcosa in più con un bravo coach. Ma solo chi era passato in adolescenza dall’Academy di Nick Bollettieri in Florida, non ne aveva bisogno. Sembrava sbarcare nel tennis subito bell’e pronto per qualcosa che stava nei paraggi della gloria. Loro non erano i quasi. Loro erano i già. 

In un numero del lontano 1980, Sports Illustrated descriveva così l’emergente Nick: Urla ai bambini, li insulta. E lavorano di più. Afferra i giocatori, gli ordina di uscire dal campo. E lavorano di più. Ai tornei juniores, quando arriva il gruppo Bollettieri, gli altri ragazzi li guardano come se fossero appena sbarcati i Marines. Sono il prodotto di un tipo di allenamento più duro

 

 

  Bradenton, Florida, diventò un nome che appaiava altri luoghi famosi e spietati. Non era Disneyland, era un altro Bolshoi. Non era il Paese dei Balocchi, stava invece in una equivalenza al posto della fatica, era il sinonimo di strada da percorrere e di una certa garanzia di arrivare, come sanno Serena e Venus Williams, Monica Seles, Jennifer Capriati, Martina Hingis, Mary Pierce, Jim Courier, Maria Sharapova, Boris Becker, soprattutto Andre Agassi, il poster più colorato del lavoro di Nick Bollettieri. 

Il Times ha scritto che i suoi rapporti professionali e personali sono stati spesso burrascosi, con rotture ben pubblicizzate. Si racconta che una delle sue otto mogli abbia insistito affinché scegliesse tra lei e la sua relazione con Agassi, il suo protetto preferito. Bollettieri scelse Agassi.

La Bbc ha detto che con la sua perenne abbronzatura e i suoi occhiali da sole, ha cambiato per sempre il volto del coach nel tennis. Alla tedesca Sabine Lisicki preme sottolineare altro: «Ha dato a tanti bambini un posto dove lavorare per raggiungere il loro sogno», ed è certamente la verità che vale stamattina, ma il padre di Maria Sharapova la chiamò la prigione del tennis e André Agassi ha parlato dei suoi compagni di Academy come di “detenuti”. Il duro regime imposto, ricorda il Times, chiedeva agli alunni di lucidarsi le scarpe per l’ispezione all’alba, prima di marciare per un miglio verso i campi

 

In una intervista con Eleonora Barbieri, su Il Giornale, Bollettieri disse qualche anno fa di aver deciso di fondare l’Academy «quando ero al militare, fra i volontari del corpo dei paracadutisti, io e i miei compagni volevamo essere là, perché pensavamo di essere i migliori. Poi un grande allenatore di football, Vince Lombardi, mi ha detto che ero bravo coi bambini. Siccome giravo per i campi degli States, ho pensato di aprire un posto per accogliere i giocatori: è stata la prima accademia sportiva del mondo. Una cosa totalmente nuova, era il ’78».

 

In un bel ricordo nella sezione obituary, il Times stamattina scrive che è parso a lungo più uno showman, un imprenditore e un motivatore, anziché un tecnico. Sebbene alcuni vedessero Bollettieri come un propagandista di sé stesso, pronto a prendersi troppo credito per i successi dei giocatori, raramente riusciva a camminare per più di pochi metri in qualsiasi torneo, senza essere accolto con affetto ed entusiasmo dagli ex studenti

Un uomo “iperattivo, con una scarsa capacità di attenzione, a meno che non guardasse il tennis, un uomo che ha mantenuto un rigoroso regime di fitness fino ai suoi ottant’anni, alzandosi alle 4 del mattino, entrando in campo un’ora dopo per la prima lezione della giornata, seguita da riunioni di lavoro. Ha tenuto una dieta rigorosa, amido e dolci, si concedeva occasionalmente un bicchiere di vino bianco. Con i suoi caratteristici occhiali da sole, con la sua pettinatura sempre in ordine, parlava con voce roca italo-americana. Era molto richiesto come oratore per le imprese, ha tenuto discorsi ad Harvard e all’Accademia militare di West Point, ha viaggiato in Iraq per parlare alle truppe americane. Per molte estati, durante il torneo di Wimbledon, ha curato una rubrica quotidiana per il quotidiano The Independent.

 

Suo padre James era un farmacista. Nick frequentò lo Spring Hill College, una scuola gesuita a Mobile, in Alabama, sostenendo che la sua prima esperienza di tennis – ancora parole del Times – è arrivata quando si è unito alla squadra del college durante l’ultimo anno, perché avevano bisogno di un sesto uomo. «Prima di allora – diceva – pensavo che il tennis fosse per femminucce». Sperava di fare il pilota, le sue difficoltà di concentrazione nella lettura gli hanno reso impossibile il superamento dell’esame. Dopo aver abbandonato gli studi di giurisprudenza all’età di 24 anni, accettò un lavoro part-time come istruttore di tennis nei parchi pubblici a North Miami Beach, guadagnava 3 dollari all’ora. 

 

Lucio Bignami sul Venerdì di 20 anni fa lo definiva un “bullo convertito a quel gioco da signorini da un cuginetto che un giorno si presentò a casa con una racchetta. Poteva sognare il baseball il giovane Nick, come tutti i ragazzi della sua età. E invece finì stregato dal tennis. Un bulletto che sognava Fred Perry.  Il gendarme lo chiamavano i primi ragazzi accorsi alla sua scuola nella metà degli anni Novanta. E un gendarme cercavano, e cercano tuttora, i genitori dei ragazzotti che vanno a svernare alla scuola in Florida

 

Stefano Semeraro su La Stampa scrive stamattina che non aveva paura di niente. Tranne che degli aghi. Per questo, nonostante i tanti acciacchi arrivati alla fine di una vita vissuta alzandosi sempre alle 4,30 di mattina, non aveva mai voluto andare dal medico. Sotto sotto era convinto che anche la Nera Signora si potesse ingannare, guardandola diritta negli occhi e parlandoci un poco. Lo hanno accusato di essere poco più di un ciarlatano, fuoriclasse dei discorsi motivazionali e mago delle pr, ma semplificatore all’eccesso

«La colpa non è mia – rispondeva Bollettieri – ma dell’evoluzione delle racchette, che ha reso molto più facile giocare da fondo e rispondere al servizio, e del fatto che ai bambini non si insegna più a giocare il doppio. E senza doppio avremo sempre meno tennisti serve&volley. Chi gioca in attacco ha più bisogno di maturare, mentre oggi si pretendono risultati immediati, già a 13 anni. Il talento non basta. Oggi ci sono almeno altri 15 fattori che devi valutare, se cerchi un campione: la famiglia, il fisico, la mentalità, l’intelligenza, e soprattutto se saprà ripetere in partita quello che impara in allenamento. Penso a Maria Sharapova: già a 10 anni al suo confronto un palo d’acciaio sembrava uno spaghetto scotto». 

Quattro anni fa, Semeraro lo aveva intervistato per La Stampa. Eccone uno stralcio. 

 

 ➣  Lei ha allenato decine di campioni, fra cui dodici numeri 1: chi le manca?

«Roger Federer. È un campione in tutto quello che fa, una qualità che hanno in pochissimi. Se ce ne fossero più come lui, vivremmo in un mondo migliore».

 ➣  Come si allena un fuoriclasse?

«Capendo di cosa ha bisogno. Boris Becker diceva sempre: “Nick è un genio perché sa trattare con ciascuno in maniera molto semplice. Ad Agassi bastava un’ora e mezzo al giorno, Monica Seles mi è costata tre mogli: voleva che stessi in campo con lei fino a mezzanotte. La mamma di Courier mi chiese di cambiare il rovescio di suo figlio, che impugnava la racchetta come una mazza da baseball. Io lo guardai un po’ e gli dissi: Jim, dimenticati il rovescio, gioca solo di diritto».

 ➣  Qual è la qualità più importante di un coach?

«Deve essere un educatore. Sono cresciuto in un quartiere di neri e italiani, mia nonna quando tornavo da scuola mi chiedeva se avevo dato retta alla maestra, e mi mandava a giocare. Oggi vedo i genitori assillati dai voti e dai risultati. Ma ai ragazzi bisogna far capire soprattutto che sono amati, e che se danno il massimo sono comunque dei vincenti. Sennò si rischia di perderli».

 ➣  Allenerebbe un «bad boy» come Nick Kyrgios?

«È il mio tipo! Sono abituato a caratteri del genere: o pensate forse che Agassi fosse uno facile? Nick lo inviterei a pranzo e per due ore io starei solo ad ascoltare, senza dire nulla. Alla gente non bisogna mai imporre le cose».

 ➣  Qual è il segreto del suo successo?

«Sono pazzo. Quando ho aperto la mia Academy mi davano del matto, poi tutto il mondo mi ha copiato. I pazzi fanno cose che la gente normale non fa: perché ha paura di fallire. Non è il mio caso».

 

FUORI CATALOGO Bollettieri visto da Gianni Clerici

Ho conosciuto Nick Bollettieri su uno di quei pulmini che trasportano gli addetti dal quartiere generale ai campi. Un’ iniziale sorpresa per ammettere che, dalla mitica Italia dei suoi avi, un cronista potesse giungere tanto lontano. Bollettieri iniziava allora ad assicurarsi qualche notorietà mondiale, dopo esser stato per anni conosciuto in Florida, come uno dei tanti iniziatori di camp, e cioè di Scuole di tennis. Era questa un’attività da sempre esistente in Usa che, dall’iniziale limitazione estiva e vacanziera, si stava espandendo full time. Sino all’avvento del professionismo, nel 1968, il tennis, in America, era stato rigorosamente monopolio universitario e alto borghese. Per esempio, il vincitore di Wimbledon 1951, Dick Savitt, si era concesso un anno di sabbatico prima di abbandonare l’attività di tennista dilettante per iniziare quella di broker a Wall Street. Nei quattro grandi sport americani (football, baseball, basket, hockey) vigeva l’obbligo di laurearsi prima di poter essere scelti (draft) quali sportivi professionisti. Nel tennis no. L’avvento del professionismo mutò quindi le consuetudini di questo gioco, relativamente poco praticato (ma sì!) in Usa. Bollettieri fu tra i primi ad annusare l’occasione, a fiondarcisi. Era stato, sin lì, uomo di mille mestieri. Sintomatico che, fra i tanti, amasse ricordarne uno solo, quello di marine.

Un marine, è noto, riassume tra le sue qualità il patriottismo, il coraggio, il senso di disciplina, lo stoicismo, ed è, al contempo, la negazione delle caratteristiche contrarie. La scuola di Bollettieri, chiamata pomposamente Tennis Academy, riepilogò fin dall’inizio tutte le caratteristiche di una scuola militare. Certo, gli allievi non erano costretti a strisciare nel fango o a lanciare “bombe al Nepal” secondo l’immortale versione di Galeazzi. Ma, come telefonò sconvolta a sua mamma Raffaella Reggi: “Mi hanno punita per aver rifatto male il letto“. Sul pulmino di Kansas City, Bollettieri mi annunciò che un suo allievo, Jimmy Arias, sarebbe entrato tra i primi 10 del mondo. Dovette intuire lo scetticismo nei miei occhi di vecchio europeo, se mormorò: “Certo, deve ancora migliorare il rovescio”. Era, credo, il 1981. L’anno seguente, senza rovescio, senza saper praticamente giocare una volée, Jimmy Arias saliva al n.20 mondiale. Nel 1983 era numero 6! Di Arias ebbi ancora occasione di parlare con il Chirone di Bradenton (Florida), per dolermi della grossolanità, dei limiti tecnici di quel giovane tanto dotato. E, mentre mi affannavo in dettagli specifici, sulla presa continentale o su quella eastern, mi resi conto che Chirone non seguiva. Per lui contavano la preparazione atletica, la concentrazione, il ritmo. La tecnica, e addirittura la tattica, li lasciava ad altri. Mentre per la delusione, non riuscivo ad aprir bocca, mi passò per la mente un’ immagine. Quella di Helenio Herrera, accanito a tempestare Picchi e Guarneri e Mazzola con i suoi rozzi princìpi del “taca la bala”. E non tardai a convincermi che, come il Mago Helenio, Nick era un vincente. Un fenomenale barbaro che, dalla sua ignoranza, traeva la grande virtù che mancava ad altri, più colti, magari più intelligenti, ma infinitamente meno determinati. Vidi così vincere, senza sfruttare i loro grandi mezzi, altri allievi di Bollettieri. Un giorno che gliene parlai, lo vidi sorridere, con una nuova luce nei suoi occhioni nerissimi, di antico, astuto mediterraneo. “Hai ragione. Erano mezzi campioni. Ma ora ho sotto le mani il campione intero!”. Andreino Agassi, diciottenne, minuscolo e piangente, gli era stato inviato da un padre anche lui sportivo (boxeur) anche lui immigrato (iraniano), anche lui desideroso di riscatto. Per Andreino, Bollettieri perse totalmente la testa, iniziò a trascurare gli altri allievi, tra i quali un irritatissimo Jim Courier, una indispettita Monica Seles. Arrivò addirittura a disinteressarsi della sua creatura prediletta, l’Accademia, i cui conti finirono in rosso, consentendo il colpaccio alla golosa Img, la ditta dell’avvocato McCormack. Per anni Nick andò giurando che Agassi era il più dotato tennista mondiale, e Agassi lo ripagò perdendo 3 finali dello Slam, intascando ingaggi e buttando partite, comportandosi come nella severa Academy sarebbe stato proibitissimo. Finché, quando soltanto Nick era rimasto a crederci, quel giovane dotatissimo balordo andò a vincere proprio il torneo più difficile, il più importante, su un fondo apparentemente ostile a chi gioca di ribattuta: Wimbledon 

da Repubblica del 13 luglio 1993

 

 

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