Il diciannovesimo scudetto del Milan

Il Milan è un fatto culturale, un fenomeno estetico. Il Milan eccede la Materia. È celeste

Carmelo Bene

Io triumphe, alte le bandiere, alte le grida, i canti e le acclamazioni per il Milan campione d’Italia. Così attaccava il massimo celebratore delle pedate nei giorni di gloria, e questo direbbe pure stavolta Gianni Brera per il diciannovesimo titolo della porzione di città che per prima ebbe una squadra di calcio, due settimane in anticipo sull’arrivo del Novecento: la prima pure che cominciò a vincere.

È stato, anche questo, uno scudetto dell’innovazione. Milano ha inventato il libero e il catenaccio. Ha esasperato il pressing e il fuorigioco. Qui è nata una lingua moderna del calcio e la struttura economica del neo-calcio. Così da qui sono arrivati il primo titolo di una proprietà straniera (un anno fa) e il primo di una non-proprietà, il primo di un fondo di private equity.

E stato per questo uno scudetto della responsabilità diffusa, liquido, si direbbe in termini contemporanei. Uno scudetto pieno di molte cose, uno scudetto in delega, dove il ruolo di ciascuno si è sommato a quello di tutti gli altri. Dove due anni fa esisteva un passivo record di 146 milioni e dove è fiorita la squadra campione d’Italia più giovane della storia. Forse per necessità, prim’ancora che per convinzione, ma davvero importa? La necessità ha mostrato che la convinzione può avere questa strada. Uno scudetto nel quale sono mancati strada facendo per traumi e per usura i corpi dei due totem del gruppo, Kjaer dietro e Ibra davanti, ma non è mancata la loro anima in un gruppo di lavoro che in estate non si annunciava come il migliore. Di ritorno dagli Europei, il Milan aveva 4 giocatori di caratura internazionale, l’Inter ne aveva 7, la Juventus e il Napoli 8. Un gruppo nel quale poteva finire per mancare, a un certo punto, anche un terzo anello, nel mezzo, nella cinghia di trasmissione, quel Kessié andato in scadenza di contratto, eppure rimasto con la testa e con le gambe dentro la macchina e dentro il progetto, applaudito dalla folla ieri alla pari degli altri campioni, perché probabilmente abbiamo imparato non solo ad amare i calciatori, ma anche il modo migliore per lasciarsi. 

La responsabilità diffusa ha chiesto a tutti qualcosa in più di sé stessi, e più che a tutti l’ha domandato a Stefano Pioli, protagonista di una magnifica storia di riscatto, un uomo che vinse lo scudetto a 21 anni come calciatore, al secondo colpo, e soltanto a 56 come allenatore, alla fine di un percorso e di un decennio nel quale ha sommato quattro esoneri. Ha conosciuto la gioia leggera della precocità alla Juventus, e al Milan quella più profonda del desiderio coltivato. Ha vinto con suo figlio nello staff tecnico e ha portato il nipotino in braccio a spasso sul prato. Ha guidato una squadra capace di vincere 14 delle sue 19 partite in trasferta. Una squadra di cui s’è detto a lungo che fosse cresciuta nel silenzio degli stadi vuoti, in questa specie di ovatta drammatica imposta dalla pandemia al calcio dello scorso biennio. Può darsi, anche questo può darsi, di certo si tratta di una squadra che ha tremato meno delle altre dentro gli stadi di nuovo pieni, ora che intorno al rumore sordo di un piede che calcia un pallone, sono tornati finalmente i cori, i canti e i boati. 

 

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Slalom 22 maggio 2022

 

 

Paolo Condò su Repubblica lo ha chiamato allora lo scudetto della sostenibilità, la vera notizia di questo scudetto. Quante volte si è detto che con uno sforzo extra-budget, per esempio per un centravanti giovane (o per trattenere il portiere che c’era, e che oggi starà meditando su cosa si è perso), il Milan sarebbe stato un grande candidato al titolo? Dilly-ding, dilly-dong, agiterebbe la campana Ranieri: sveglia, lo scudetto è arrivato lo stesso, senza deviare dal percorso tracciato

Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport individua quella che chiama una identità granitica e scrive che ha vinto il Milan perché è stato il migliore. Come gruppo di lavoro prima ancora che come squadra, perché uno scudetto non lo vince mai un giocatore o un allenatore, lo vince sempre un progetto e il piccolo mondo che lo realizza. Paul Singer non è un visionario che fa sbarcare la squadra dagli elicotteri. Per costituzione di fondo, investe per speculare. Ma Elliott ha assicurato stabilità finanziaria e agilità di gestione attraverso la presenza elegante dell’a.d.

Ivan Gazidis

Antonio Barillà per la Stampa dice: “Undici anni, un’eternità. La dittatura della Juventus spezzata dall’Inter e il Milan a guardare, arrancare, soffrire, prigioniero di un passato glorioso, intristito da settimane vuote senza Europa dopo stagioni di dominio Champions. Undici anni, era un altro mondo. C’erano Berlusconi e Galliani, agli ultimi sussulti di un’epoca d’oro, che ieri hanno fatto recapitare due supermagnum di prosecco al presidente Scaroni e al direttore dell’area tecnica Maldini, c’era Allegri in panchina, c’erano Pirlo, Seedorf e Thiago Silva in campo.

Tony Damascelli sul Giornale commenta: Il Milan ha vinto contro tutto, ha vinto con i gol, con il gioco, con lo spirito della grande squadra, con un allenatore che non ha mai spacciato calcio, con un popolo di tifosi che ha atteso in silenzio, osservando le feste altrui, infine uscendo dall’ombra e togliendo la luce all’Inter.

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, scrive: Buongiorno, caro milanista. Ben (ri)svegliato, se tornato da Reggio o da Piazza Duomo sei riuscito a dormire. Oggi per te è un lunedì fantastico, indimenticabile. L’hai meritato: non ti sei mai fatto mancare, neppure nei momenti più spiacevoli o confusi, così distanti dalla tua leggenda. Il premio alla passione è arrivato dopo undici anni. Gran bel giorno, il tuo, perché ti sei messo l’Inter dietro ed era un’Inter più forte del Milan. Sei partito da un fondo e a un superfondo ritorni: festeggi l’ingresso di altri yankee molto più convincenti e credibili degli arabi, manager in grado di far crescere non solo il marchio ma anche il prodotto Milan. Sembra perciò finita la danza delle identità provvisorie.

Maurizio Crosetti su Repubblica fotografa lo scudetto senza maxischermo in Piazza Duomo, ma passato attraverso i tanti minischermi di una folla sola, lo scudetto ai tempi dell’OTT. Racconta: C’erano passeggini portabandiera, cani con la maglia del Milan, un tizio col numero 19 tatuato a pennarello sulla gran pancia nuda, c’erano il ragazzo che chiamava “Lello, Lellooo, interista del cavolo, dove sei finito, ti nascondiii?” e il vecchietto in bermuda che sventolava il telefono e chiedeva a qualcuno dall’altra parte “lo senti, eh, lo senti che bello?”. La festa del Milan è stata una città con tanti piccoli stadi nei tavolini dei bar, repliche del medesimo luogo del desiderio che poi è il posto dove si vince. È stato subito chiaro che la precedenza emotiva richiedeva esattezza logistica: piazza Duomo. Senza lo schermo gigante, ma con occhi e orecchie dentro i telefoni

 

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LO SPIRITO GUIDA

Hugo Tognassì

 

DI MARCO CIRIELLO

 

Il Milan francese che vince lo scudetto e la Cremonese che torna in A, evocano, a cento anni dalla sua nascita, un grande calciatore che arrivò in Italia alla Cremonese e poi giocò le sue stagioni migliori nel Milan: Hugo Tognassì (1922-1990), ala destra di Dijon, capitale della Borgogna, nella Francia orientale. Portava i calzini bassi come Sivori, generando l’invidia degli altri calciatori, era dedito alle astrazioni, come ai dribbling, riuscendo sempre a mettere in subbuglio difese e campi. Battuta pronta e grande tecnica, snodabile, un trapezista che si infilava nelle insicurezze. A Cremona era Il Federale della fascia, poi un Mostro di sponde e finte, anche se lamentava una Vita agra per le ali destre. Ma la sua Grande Abbuffata fu al Milan, dove Gianni Brera diceva che aveva il Vizietto del gol, al quale – in una indimenticabile Domenica sportiva – rispose: che ogni discesa in area di rigore nasconde uno Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada Fatto su misura. Tognassì nel suo italiano, con l’accento francese, sosteneva che segnare era come sposare La donna scimmia, una cosa fuori natura, e che il campo era una Terrazza che doveva turbarti per la visione, il pragmatismo dei calciatori per lui era più impegnativo della fantasia, portando nel calcio un mucchio di modi di dire che poi son diventati allegorie e metafore: siccome odiava essere steso, quando si rialzava diceva: Amici Miei Non Toccare la donna bianca, questa non è la regola ma dovrebbe esserlo; chiamava il tunnel l’Anatra all’arancia; e i tiri da fuori area Cattivi  Pensieri; del calcio diceva che era Romanzo popolare; e quando si vinceva per difendere il risultato urlava ai suoi: Vogliamo i colonnelli; l’attaccante troppo esigente in termini di assist diventava La Califfa; e il difensore beffato: Il generale che dorme in piedi; la ripartenza era la Marcia su Roma; e i passaggi di pregio I telefoni bianchi; la sconfitta un Casotto; e il pareggio La stanza del vescovo; un erroraccio: La tragedia di un uomo ridicolo; I viaggiatori della sera erano i calciatori delle squadre straniere in Coppa; chiamava i tiri sul palo Il Fischio al naso; e i rigori: L’udienza. 

E potrei continuare ancora a lungo, ma non serve, capite da voi come il Tognassì, detto Nené, che si è illustrato su tutti i campi migliori di calcio, era cinema naturale, una espressione artistica con palla o senza, che ebbe in Vittorio Pozzo, Marco Ferreri, Nereo Rocco, Dino Risi e Mario Monicelli i suoi allenatori migliori. Ebbe anche una parentesi norvegese, quando nessun italiano andava a giocare all’estero. L’attaccante che meglio ha beneficiato dei suoi cross da ala

destra è stato il lungagnone d’area e poesia Vittorio Gassman. I suoi virtuosismi stavano nella naturalezza con la quale costruiva le sue piste del nulla, tragedie belliche lungo la fascia e intermezzi di disobbedienza agli schemi: fuggiva fuggiva, col pallone, inseguendo un godimento segreto e perverso che Ghirelli diceva fosse «una corruzione nicciana», invece Bianciardi – per Tognassì – parlava di «nichilismo della poiana», e Pasolini «dell’ultimo calciatore-contadino:un Ghiggia della Borgogna», mentre Arpino di «un dribblomaniaco dal saltello agile che faceva ballare il chachacha ai difensori», «il ballerino irresponsabile» lo chiamava. E tutti giuravano di averlo sentito dire che stava per smettere, quando lo incontravano la sera nei night. Ma poi non smetteva mai, o così sembrava, fino a quando non si presentò agli allenamenti del Milan mandando un telegramma che diceva: «Sono stanco». 

Una volta fu visto giocare a carte con Karl-Heinz Schnellinger, ma in campo, «era una scopetta veloce nel mezzo d’un catenaccio», si giustificò così. Scrisse il manuale “Come si gioca a calcio in cucina”, cui seguirono “La mazurka dell’area di rigore”; “Johnny Dorelli Stopper”; “Gloria Guida è stata Nembo Kid”; “Il governo Zoff”; e soprattutto “Il mantenuto della fascia” (autobiografia). Tra le tante curiosità ci sono le partite in carcere con Renato Curcio, col quale fondò la Nazionale Detenuti, da lui battezzata “Tirramm innanz”, e la vittoria dei campionati mondiali di biliardo a Cannes (1981).

Sulla sua morte circolano molte ipotesi: c’è chi giura che sia morto di febbre nelle sirti di Singapore, chi tra le cosce di quasi otto (8) nere in un bordello di Bamako, e chi parla di un accoltellamento da parte di Liz Taylor. Ad oggi non si è trovato il corpo, a lungo cercato, anche perché aveva più volte chiesto di essere seppellito nei pressi dell’area di rigore del Milan, dove diceva di sentire il vento togliergli le preoccupazioni – «come a Livio Berruti che mi deve ancora centomila lire» – e da dove poteva sentire Beppe Viola bestemmiare, Enzo Jannacci cantare e Paolo Villaggio insultarlo, per i gol mancati.

 

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| il club Maldini e la sua dinastia Paolo Condò su Repubblica ricorda l’idea di Gazidis di portare a Milanello Ralf Rangnick, l’allenatore- manager tedesco creatore della filiera Red Bull (e di molto altro), era nient’affatto balzana: al di là dell’attuale fallimento al Manchester United, club peraltro ingovernabile, nel campo della gestione Rangnick resta un ispiratore fra i più evoluti, uno in grado di ridisegnare una squadra, una rosa, un vivaio, una società. Ma è proprio il valore dell’alternativa a descrivere il fiuto e la bravura di Maldini (e di Boban) nell’insistere su Pioli fino a quello che per Zvone fu il punto di rottura, mentre Paolo l’ebbe vinta un centimetro prima del crash. E siccome non lo dice mai nessuno, qualsiasi sia il vostro ambito professionale auguratevi sempre un superiore come Gazidis, capace di riconoscere che una scelta non sua sia la migliore.

Dopo gli scudetti con i capelli ricci e lunghi da calciatore, quello che è stato uno dei tre difensori italiani più grandi di tutti i tempi ha vinto pure con i capelli corti e brizzolati, nello stesso giorno in cui suo padre diventò il primo capitano di un nostro club a sollevare la Coppa dei Campioni [22 maggio 1963]. Daniel, suo figlio, ha segnato uno dei gol scudetto contro lo Spezia. Con il 27 dietro la maglia, un numero che è tre alla terza, sempre tre. Il numero di papà. Il numero dei Maldini campioni d’Italia. 

 

Carlos Passerini sul Corriere della sera sottolinea che “gli ultrà fanno partire un coro per Paolo Maldini, un gesto che sa tanto di riconciliazione definitiva, dopo i veleni dell’addio a San Siro del 2009. È anche da questi dettagli, che dettagli non sono, che capisci che questa non è una notte qualunque. Una notte che riporta finalmente il Milan dove merita, dopo tanto, troppo tempo. È una festa di popolo, la fine di qualcosa e l’inizio di qualcosa d’altro.

Gigi Garanzini dice che questa impresa del Milan nasce da più lontano: e pur se mai ostentato non è difficile riconoscervi il segno di Paolo Maldini. In generale per il carisma, la competenza, la serenità di chi è stato campione e finalmente, dopo troppi anni di oblio, si vede riconosciuto il diritto a provarci in prima persona. In particolare per come si è comportato l’estate scorsa, quando ha deciso che il gioco del portiere neo-campione d’Europa e del suo procuratore (parce sepultis) si era fatto troppo pesante. Sembra facile adesso. Ma rinunciare a un campione nato e cresciuto a Milanello proprio come trent’anni prima era successo a lui, e come lui predestinato a diventare un simbolo rossonero di generazione (destinata a prolungarsi con il figlio Daniel, anche lui campione d’Italia), era una scelta da far tremare i polsi. Non solo Maldini l’ha fatta. Ma pure a cuor leggero, visto che per la porta si era già cautelato

Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport riconosce che Maldini è cresciuto come Leao e Tonali. Ci ha messo mesi per uscire dalla pelle di ex campione ed entrare in quella di dirigente, per accorciare le distanze dalla squadra e spendere al meglio il suo carisma. All’inizio, Boban, di cui vanno ricordati i meriti, lo ha aiutato molto.

Arianna Ravelli sul Corriere della sera ha scritto che “gli screzi, lo sappiamo, non sono mancati. Ma se Ivan Gazidis, l’ad, e Paolo Maldini, il capo dell’area tecnica, hanno trovato col tempo un’intesa vera e non di facciata è perché nessuno dei due era quello che il luogo comune narrava: il freddo manager disinteressato ai risultati sportivi e l’ex giocatore condizionato dalla grandeur di un calcio che non c’è più. L’intelligenza di entrambi ha fatto il resto. E ora? Ora spetta a RedBird l’ulteriore crescita, ma la linea sarà la stessa: niente spese folli, giovani, uso dei dati, in generale un’accelerazione nel percorso di trasformazione digitale, con l’intenzione di trasformare il vecchio club di calcio in una media company in grado di prendersi il mercato dello sport come intrattenimento. Con l’idea chiara in testa che per riuscirci bisognerà però vincere ancora sul campo.

 

| la panchina Stefano Pioli Mario Sconcerti sul Corriere della sera ha scritto che non è mai stato un tecnico banale. Nel Milan ha trovato giocatori giovani, disposti a farsi insegnare, a mettere il rapporto sull’onestà reciproca. Sono parole evangeliche, ma quello che decide il calcio, fuori dalla qualità dei migliori, è il bisogno di ubbidire chi si stima. Pioli non ha mai avuto un problema con i suoi giocatori, ha gestito in silenzio anche l’autunno di Ibrahimovic, anche l’addio di Kessie, ha avuto sempre la squadra disposta a dargli tutto. In questa difficile combinazione astrale, Pioli ha sentito che era finalmente nel suo ambiente, che doveva liberarsi del suo buon senso, andare oltre ma con misura. Pioli è nato con il Milan e il Milan con lui. È questo che ha colmato il piccolo vuoto che c’era. Ora ha una squadra completa, bella e diversa, un gioco d’insieme e giocatori che da soli decidono. È nata una grande squadra, ci ha messo del tempo, ma ora è bellissima.

Antonio Barillà per la Stampa definisce l’allenatore campione d’Italia alchimista e papà, motivatore e stratega, mentre Luigi Garlando sulla Gazzetta ha scritto: Ha lavorato al capolavoro durante i silenzi del lockdown, mettendo a frutto l’esperienza maturata nella sua lunga gavetta. Ha continuato con serietà e dignità professionale anche quando tutti gli davano del trombato e vedevano già a Milanello le ragnatele del Rangnick.  Stefano Pioli non sarà mai più un Normal One”.

Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta dello sport dice che è stato bravissimo a creare una squadra non perfetta ma unita, che non ha mai perso l’equilibrio nei saliscendi di un torneo combattuto, difficile, logorante. Lo scudetto del Milan è un capolavoro. Non ha vinto chi ha speso di più, ma chi ha giocato meglio.

Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello sport-stadio considera che se il futuro è anche coraggio, il Milan è la squadra che ha dimostrato di averne di più. Non ha esibito il gioco più bello, ma quello più sfidante: mai si è chiusa in difesa dopo un vantaggio, anzi più spesso ha osato troppo, allungandosi fino a rischiare. Ha giocato a modo suo, con la libertà dell’uno contro uno di Leão e Messias, con l’intesa simbiotica dei due centrali difensivi che ha consentito a esterni come Theo e Calabria di affondare, con le intermittenti ma creative risorse del centrocampo. È qui che Pioli ha scoperto a un certo punto la formula della vittoria, quando ha capito che l’asse verticale tra Tonali e Kessie – il primo quindici metri dietro al secondo – spezzava sul nascere qualunque ambizione avversaria. Lo scudetto degli outsider è suo. Perché, rispetto al rivale interista, mostra un’elasticità maggiore e un più audace uso delle risorse. Inzaghi ha preteso Correa per tenerlo una stagione in panchina, Pioli ha scommesso sul crotonese Messias e ne ha fatto un protagonista, venendo ampiamente ripagato. Inzaghi deve cercare molti rattoppi e ricostruire, Pioli può trasformare un successo in un’egemonia

Franco Arturi, ancora sulla Gazzetta, aggiunge: Ha vinto uno degli scudetti culturalmente e sportivamente più qualificanti della storia del nostro calcio.  Pioli non ha mai parlato di corto muso, né l’avete sentito esplodere di fronte a clamorose sviste di Var e arbitri, che pure hanno penalizzato il percorso del Milan in questa stagione. Dai suoi ha sempre preteso un’anima, un gioco, la rincorsa di un sogno. Con questo ha tolto ogni alibi psicologico a ragazzi e veterani: vincerete solo se sarete i più forti, non piagnucolando né speculando

 

  La dedica è per mio padre, sono sicuro che, ovunque sia, sarà orgoglioso e felice per me. Siamo stati più continui dell’Inter | intervistato da Marco Cattaneo, Dazn

 

| antagonisti  I battuti La Repubblica: Inter, niente miracolo ma lacrime e addii” – Applausi per tutti, Radu compreso. Ranocchia e Vidal ai saluti, Handanovic resta

  ◇  La Gazzetta dello sport: Inter, orgoglio e tristezza

  ◇  Mario Sconcerti, Corriere della sera: L’Inter non ha perso il suo scudetto a Bologna, lo ha perso tra la 6ª e la 12ª partita pareggiando con Atalanta, Juventus, Milan e perdendo con la Lazio. Era un’Inter che non aveva ancora Dumfries, Calhanoglu era in chiaroscuro, c’erano spazi nuvolosi dentro il gioco, mancava continuità. Lì ha pesato molto il cambio del tecnico, eravamo in pratica ancora nell’intervallo tra Conte e la piena presa del ruolo da parte di Inzaghi

I protagonisti

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Maignan

  ◇  Paolo Tomaselli, Corriere della sera: Le mani sullo scudetto, un’impronta forte, da ricordare. Quella che ha fatto la differenza. Un anno fa il Milan gestiva in modo anche coraggioso l’addio a parametro zero di Donnarumma. Adesso alza il trofeo con i guantoni di Mike Maignan, il peso massimo che non ti aspetti, quello che con i suoi guantoni ha protetto la porta del Diavolo e con i suoi piedi gli ha indicato spesso la strada giusta, vedi l’assist per Leao nella sfida alla Samp. MM16 è stato uno degli uomini chiave, uno dei simboli: di sostenibilità economica (è costato 13 milioni più 2 di bonus) e competenza da parte della società e di leadership e talento esplosivo da parte sua

  ◇  Stefano Mancini, La Stampa: “Donnarumma chi? Ci mette un attimo a prendere le misure e a far dimenticare l’ex ragazzo prodigio cresciuto a Milanello e fuggito a Parigi inseguendo sogni di gloria e ricchezza. Oltre che un ottimo portiere nel senso classico del termine, Mike avvia le azioni e detta i tempi delle ripartenze. Come il suo predecessore, quest’ anno mette in bacheca il successo in campionato, ma con tanta serenità in più

Pietro Guadagno, Corriere dello sport-stadio: Aveva una pesante eredità da raccogliere. Ma non ha mai tremato. Anzi, ha fatto dimenticare subito Donnarumma. Spesso gli è bastata una sola parata in 90’ per essere decisivo. Gli errori e le incertezze sono stati minimi. Ha fatto di tutto pure per rientrare in anticipo dopo l’infortunio alla mano. Atteggiamento super anche nel lavoro quotidiano. E, nella seconda parte del torneo, il Milan ha fatto la differenza proprio alzando il muro in difesa.  

 

Tonali

  ◇  Paolo Condò, la Repubblica: Tonali è la nuova portaerei del calcio italiano, forse il giocatore che più ci costerà non vedere al Mondiale perché per lui sarebbe già ora di battersi con i migliori interpreti del ruolo.

  ◇  Carlos Passerini, Corriere della sera: Sandrino è il simbolo più autentico di questo Diavolo che ha saputo miscelare talento, freschezza corsa, sacrificio. Ha preso in mano la squadra, non solo il centrocampo, trasmettendo a tutti la sua voglia di vincere. La frase «Io credo allo scudetto» l’ha ripetuta anche nei momenti più bui della stagione. Il gol all’Atalanta all’andata, quello al 92′ alla Lazio all’Olimpico e la doppietta a Verona sono tutte scene cult della stagione.

  ◇  Stefano Mancini, La Stampa: Il futuro del Milan ha la sua faccia. Mescola quantità e qualità: percorre in media oltre 10 chilometri a partita ed è pedina insostituibile. Gioca 36 partite, quasi tutte a livelli altissimi. Indimenticabile la doppietta di Verona, che scaccia fantasmi lontani e regala una grossa fetta di scudetto. Classe 2000, è una risorsa del Milan, ma anche del calcio nazionale.

 

Leao

  ◇  Carlos Passerini. Corriere della sera: Non sempre «meravigliao», ma il suo contributo per lo scudetto più imprevedibile è stato eccezionale. In un anno, Rafa è finalmente sbocciato. Non che sia già al top, può crescere ancora, ma quest’ anno è diventato tutto un altro giocatore, specie davanti alla porta. La stoffa del campione c’è tutta

  ◇  Paolo Condò, la Repubblica: Per quelli che sono i movimenti in corso sul teatro internazionale, Leao verrà certamente assalito: difenderlo è la priorità del Milan per accelerare la sua riemersione anche in Europa. Il ruolo che Pioli gli ha cucito addosso cambierà ancora, nulla di strano se già dal prossimo anno diventasse un uomo da 30 gol

  ◇  Stefano Mancini, la Stampa: “Luce a San Siro. Certo, deve maturare e trovare continuità, ma vederlo giocare è uno spettacolo. È il fuoriclasse del Milan, un giocatore capace da solo di decidere una partita, un talento che l’Europa ci invidia. E che va blindato prima che gli vengano tentazioni alla Donnarumma. Lo scudetto e la nuova proprietà possono trattenerlo e affiancargli altri campioni

 

Giroud

  ◇  Stefano Mancini, la Stampa: Illumina il derby con una doppietta che si rivelerà decisiva sia per l’esito della partita sia in chiave campionato. L’impresa gli spalanca un posto nel cuore di San Siro. Non realizza reti banali: le ultime due al Sassuolo sono la firma sullo scudetto.

  ◇  Carlos Passerini, Corriere della sera: La maledizione della maglia numero 9 è stata sfatata: Oliviero ha conquistato tutti con le due reti pesantissime nel derby e quella di Napoli. Tre magie che hanno riscritto la storia di questo campionato

Pietro Guadagno, Corriere dello sport-stadio: Secondo campionato vinto in carriera dopo quello al Montpellier un decennio fa. Arrivato come alter ego di Ibra, è diventato presto il titolare. Ha firmato le vittorie contro Inter e Napoli nel girone di ritorno, avviando anche la rimonta con la Lazio. Tutte prodezze che si si sono rivelate macigni nella corsa scudetto

 

Tomori

  ◇  Carlos Passerini, Corriere della sera: Leader della difesa, alla prima stagione in Italia ha subito preso confidenza con ambiente, campionato, avversari. Sullo scatto breve è l’incubo di ogni punta. E può crescere ancora moltissimo.

  ◇  Stefano Mancini, la Stampa: Inglese con cittadinanza canadese e origini nigeriane: il mix di geni ne ha fatto un giocatore di fondamentale importanza: attorno a lui Pioli costruisce una difesa sempre più organizzata e attenta, facendo dimenticare l’assenza di Kjaer.

Pietro Guadagno, Corriere dello sport-stadio: Ormai è da considerare il Ministro della difesa. Ha giocato con Kjaer, con Romagnoli, con Kalulu e pure con Gabbia, adattandosi sempre alle caratteristiche del partner. Non che ci fossero molti dubbi, ma è difficile trovare 28 milioni di euro meglio spesi di quelli investiti dal Milan per il suo riscatto

 

Kalulu

  ◇  Carlos Passerini, Corriere della sera: Quando a gennaio non è arrivato Botman dal Lille per sostituire Kjaer, tutti erano convinti che in difesa si sarebbe creata una voragine. Tutti tranne uno: Maldini sapeva che Pierino era all’altezza.

 

Theo Hernandez

  ◇  Stefano Mancini, la Stampa: L’alta velocità scende in campo. Quando accelera fa sconquassi nelle difese avversarie. La rete che sigilla la vittoria sull’Atalanta è un coast to coast che rimanda la memoria a un certo George Weah. Nel tabellino di marcia di Theo rientrano 5 gol e 5 assist. Il suo contratto è in cassaforte: resterà in rossonero almeno fino al 2026.

  ◇  Carlos Passerini, Corriere della sera: Per quanto ormai lo conoscano tutti, in pochissimi riescono a stargli dietro. Il gol all’Atalanta è stato un capolavoro assoluto d’arte varia. E in più è migliorato moltissimo nella fase difensiva

  ◇  Pietro Guadagno, Corriere dello sport-stadio: L’asse con Leao sulla fascia sinistra ha spesso e volentieri fatto le fortune del Milan. Ma sono state anche le sue incursioni dentro al campo a far saltare gli equilibri delle squadre avversarie, avendo a disposizione anche il tiro da fuori per fare male. Si è trattato di un’idea di Pioli, ma lui l’ha interpretata alla grande.  

 

Ibrahimovic

  ◇  Paolo Condò, la Repubblica: Lo scudetto di Pioli ha in Ibrahimovic un evidente contraltare. In ossequio all’età crescente, in questi 29 mesi lo svedese ha travasato dall’interno all’esterno del campo la sua influenza, argutamente sintetizzata dal sigaro di ieri. Zlatan ha giocato al poliziotto cattivo lì dove il tecnico recitava da poliziotto buono: una separazione dei compiti che funziona sempre, a patto di trovare gli interpreti giusti. Al Milan è successo

  ◇  Stefano Mancini, la Stampa: Fino all’anno scorso faceva la differenza in campo. Con il tempo che passa (e la maturazione della squadra) resta fondamentale negli spogliatoi. Pioli lo aspetta dopo i mille acciacchi della sua vecchiaia sportiva, ma adesso riesce a farne a meno. Tenerlo come jolly può essere un’idea.

  ◇  Carlos Passerini, Corriere della sera: La leadership, il carisma, non hanno età. Il resto sì. I quaranta si sono fatti sentire, molti gli infortuni, ha giocato la metà delle partite, dimostrando però che quando sta bene sa ancora fare la differenza, almeno in campionato. Ma la sua centralità in questa impresa è sotto gli occhi di tutti. Non c’è controprova, ma ne restiamo convinti: senza Ibra, nulla di tutto questo sarebbe reale

 

Il DNA del Milan

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  pareri Arrigo Sacchi

  ➣  Il segreto di questo successo?

«Nessun dubbio: il collettivo. Il Milan ha dimostrato, anche se non sempre, di essere un collettivo sul campo. E quando è stato un collettivo, cioè spesso, ha divertito il pubblico e ha proposto un calcio europeo, finalmente lontano dalla vecchia tradizione italiana. Un calcio fatto di pressing, di entusiasmo, di spirito di sacrificio, di buon possesso palla, di sinergia. Quando si arriverà all’interiorizzazione, allora sì che sarà davvero stato raggiunto il massimo».

  ➣  Che cos’ è l’interiorizzazione?

«È più importante della tecnica e della tattica. C’è quando i giocatori fanno le cose in modo automatico.  Ecco, vorrei che questo Milan si considerasse all’inizio di un percorso. Di strada da fare ce n’è ancora parecchia». intervista di andrea schianchi, la Gazzetta dello sport

 

| voci Adriano Galliani

  ➣  È il primo titolo rossonero vissuto da esterno, da “semplice” tifoso. Era ugualmente teso?

«Molto! Mi ha invitato il presidente Berlusconi per vedere insieme la partita, come fianco a fianco siamo stati in passato per esultare per i 29 trofei del nostro Milan. Sono felicissimissimissimo e potrei andare avanti ancora. Il nostro cuore resta ultra rossonero, per questo ci siamo emozionati. Se penso a Ibra che c’era allora e c’è anche oggi… Un applauso a lui e a tutti quanti, bravissimi, ognuno ha fatto la sua parte». intervista di alessandra gozzini, la Gazzetta dello sport

 

    Questa sera il mio cuore esulta come quello di ogni tifoso rossonero. È una profonda emozione rivedere lo scudetto sulle maglie del Milan. La squadra italiana che ha più prestigio nel mondo, una squadra che mi ha dato tanto, che mi ha permesso di essere il presidente di Club che ha vinto di più nella storia del calcio | Silvio Berlusconi

 

  tifosi 

Diego Abatantuono, Corriere della sera: Sono felice per i miei figli che adesso possono godere per una vittoria del Milan. Avvertivo la loro tensione e non avrei mai voluto vederli delusi. Mi toccherà pagare una quantità di cene in ristoranti costosissimi, una volta scommesso a nastro per scaramanzia. Bene lo stesso

 

Gli scudetti del passato

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  1901 Milan-Genoa 3-0- “Ieri, sul campo di Ponte Carrega ha avuto luogo il tanto atteso match tra le squadre di Genova e di Milano. Componevano questa ultima i signori Hood, Suter, Dobbie, Lies, Gadda, Valerio, Kilpin, Davies, Allison, Negretti, Colombo; la squadra genovese invece aveva perduto i suoi migliori campioni quali il De Galleani (ammalato), l’Henman e lo Strina, né per quanto i fratelli Pasteur insieme a Ghigliotti, Passadoro, Agar, Dapples, Delamare, Calì, Rossi e Spensley facessero tutto il possibile per tener testa al brillante giuoco degli avversari, questi ebbero piena superiorità e contro zero netto dei genovesi riportarono la più completa delle vittorie. Bellissimo era l’aspetto del campo, tutto verdeggiante e popolato di elegante pubblico, che si appassionava al giuoco, eccitando col gesto e colla voce i giuocatori e sottolineando i migliori rush. Il ritorno in città si effettuò pure brillantemente verso le sei, tra un via vai di carrozze, biciclette ed automobili. Chiuse la giornata un soccolento pranzo alla Concordia, offerto dai genovesi ai soci della Milano e che ebbe fine a tarda ora, tra gli hoch e gli hurrah interminabili (La Gazzetta dello sport, 8 maggio)

 

1906 Milan-Juventus 2-0 – “Campione d’Italia il Milano F.B.C.? Non crediamo che questo risultato scontenti qualcuno, e specialmente il Milano F.B.C., che non ad una superiorità provata, bensì ad un rifiuto, in parte giustificato, di intervento della forte squadra della Juventus, deve un primato, che in fondo non è tale. Campione d’Italia il Milano? No, ciò non può essere. Il Milano non può accettare ciò che forse nel campo di giuoco avrebbe potuto meritatamente conquistare. Molte delle ragioni avanzate dalla Juventus per spiegare le ragioni del loro rifiuto, non sono di trascurabile importanza(La Gazzetta dello sport, 8 maggio)

La federazione aveva deliberato che la ripetizione della finale finita 0-0 si disputasse in campo neutro anziché al velodromo Umberto I di Torino, perché la Juventus aveva già usufruito del diritto di giocare in casa. La scelta cadde sul campo dell’US Milanese in via Comasina 6, a Milano. La Juventus protestò, propose in alternativa Alessandria o Vercelli e alla fine non si presentò. Scudetto a tavolino. 

 

1907 Andrea Doria-Milan 0-2 – “Ci telefonano da Genova: La gara finale per il Campionato italiano di foot-ball, svoltosi oggi a Ponte Carrega tra l’Andrea Doria di Genova e il Milan club, ebbe per risultato la vittoria dei milanesi con due goals a zero. Assisteva molto pubblico (La Stampa, 8 aprile)

 

1951 Milan-Lazio 1-2 – “Non si mossero, aspettarono muti sugli spalti. I paladini del Milan credevano di aver perduto tutto, anche lo scudetto. Una voce, una sottile voce incontrollata, aveva dopo il primo tempo sussurrato all’orecchio di qualcuno che anche l’Inter stava perdendo di nino oppio, Corriere d’informazione, 11 giugno

Quando l’altoparlante annuncia la sconfitta dell’Inter, una folla immensa invade il campo sventolando un nugolo di bandiere rossonere e dandosi a scene di incontenibile entusiasmo, fin quando tutti i giocatori non ricompaiono in campo protetti da una numerosa forza pubblica. Frattanto un grande pallone con bandierine tricolori e rossonere viene librato verso il cielo di leone beccali, Corriere dello sport, 11 giugno

 

1955 Milan-Spal 6-0 – “Quattordici gol in due domeniche: il Milan ha conquistato lo scudetto con uno sprint  superbo e le discussioni soffocano sotto il peso tecnico di questa doppia prodezza. la squadra rossonera ha vinto lo scudetto ieri ma è dall’inizio del torneo che si parla del Milan campione d’Italia. La squadra partì forte, ebbe un periodo meraviglioso e un vantaggio notevole, ci fu anche chi propose di escludere la formazione dal torneo per… manifesta superiorità, ma poi venne la crisi, le nubi s’addensarono anche sul cielo milanista, i dubbi sorsero attorno alla squadra. La squadra rossonera, nel corso del lungo torneo, non ha perduto mai il primato. Sarebbe inutile scoprire quello che già è noto. dire che Schiaffino, Nordahl, Liedholm, Ricagni e Soerensen sono giocatori di grande fama internazionale (Corriere della sera, 12 giugno)

 

1957 Torino-Milan 2-2 – “lo scudetto tricolore, segno distintivo del primato calcistico, ritorna a Milano, dopo una breve e fugace parentesi fiorentina che aveva creato l’illusione di uno spostamento dell’asse dei valori calcistici verso il centro d’Italia. Illusione. Gli elogi per la squadra rossonera ora vengono spontanei alla penna. Tuttavia, fra gli elogi non mancano le riserva per questo Milan che non ha dominato la stagione. Il Milan sarebbe stato campione anche se avesse perduto per l’inopinata sconfitta della Fiorentina ad opera dell’Atalanta. Ma i rossoneri, pur con il grave svantaggio dei due gol realizzati dai granata in vena di prodezze, hanno saputo agguantare il pareggio con una impennata finale degna della squadra che si è cucita sulle maglie lo scudetto (Corriere della sera, 20 maggio)

Viva il Milan, allora, viva Viani, viva Schiaffino, viva Liedholm, che del successo rossonero sono stati i principali artefici: applaudiamo i nuovi campioni d’Italia pur se bisogna ancora una volta riconoscere che sono stati agevolati nel loro compito dalla fortuna amica e dagli infortuni in serie da cui è stata ostacolata la marcia delle inseguitrici (L’Unità)

 

1959 Milan-Udinese 7-0 – “Professionismo, milioni, reingaggi, premi di partita che danno le vertigini allo statale. Il calcio è vile mercato di calci neppure eccellenti. Scetticismo, assenteismo. Tutto vero questo. Poi all’improvviso un groppo ti stringe alla gola, gli occhi vedono meno bene quello che sta succedendo in campo: la prova generale della fine del mondo. E’ l’invasione, i giocatori issati e strapazzati dalla folla delirante. E tu ingenuo, commosso come una vecchiarella, sbirci lo sconosciuto che ti sta di lato per vedere se di te ride. No, piange. E allora non vedi più nessuno e segui smarrito quel turbinio laggiù in campo, cominciato appena il gioco è finito. Con un brutto logoro vocabolo chiamano questa scena apoteosi. La prosa del calcio ha ali di anatroccolo. La folla che fa paura, che è malabestia, diventa angelica in queste circostanze di ferruccio berbenni, Corriere dello sport, 3 giugno

 

1962 Milan-Torino 4-2 – “Non sono passati neanche cinque mesi dal giorno in cui Rocco chiese di poter parlare, da solo a solo, con Andrea Rizzoli. Era disfatto. Il Milan, che tutti avevan dato per favorito, boccheggiava. La squadra era precipitata lungo la china della classifica: era all’ottavo posto, e il distacco dall’Inter era arrivato sino a cinque punti. I capricci di Greaves minavano la compattezza morale di un complesso che non aveva mai dato adito a scandali o polemiche. Intorno a Rocco, intanto, la atmosfera era diventata rovente. Che aveva creduto, il presuntuoso? Che il Milan fosse il Padova? Mezzo litro di vin rosso e bistecca: sistemi che andavano bene in provincia. … Il fischio finale di Lo Bello arriva mentre la gente batte le mani a Rocco. Lui s’alza dalla panchina e s’avvia verso gli spogliatoi. Vuole che i giocatori rimangano soli a godersi la festa. È la loro festa. Lo fermano sul primo scalino del sottopassaggio. Resiste. Lo afferrano. Dalle scalee la gente gli batte le mani. Gli dicono bravo per l’umanità, per la modestia, per l’umiltà, per la franchezza, per la lealtà. Ora è un mare di bandiere sul capo. Vi è finanche gente travestita da diavolo di gino palumbo, Corriere della sera, 9 aprile

 

1968 Milan-Brescia 1-0 – “Quando Rocco torna al Milan, dopo la lunga e non felicissima esperienza granata, Pierino Prati è militare e non può neppure allenarsi con i compagni rossoneri. Ancora una volta sembra che le circostanze cospirino contro di lui: è difficile che paron Nereo lo noti. È ancor più difficile che lo inserisca nella rosa dei titolari, è più probabile che, per la terza stagione consecutiva, lo mandino ramingo da qualche parte, benché abbia già ventun anni e si senta molto sicuro dei propri mezzi. Quasi per caso, invece, le cose si mettono bene. Un allenamento ben riuscito, una buona prestazione, i dubbi sulla piena efficienza di qualche titolare importante e reduce da grossi infortuni, un’intuizione felice del tecnico triestino. Il ragazzo non parte più. È la svolta decisiva, la campagna d’Italia di Napoleone Prati, l’avanzata su Tripoli di Pierino Montgomery” – di antonio ghirelli, Corriere della sera, 14 maggio

 

1979 Milan-Bologna 0-0 – “Alle quattro del pomeriggio San Siro aveva diecimila persone in più delle sessantamila consentite. C’è voluto un appello di Rivera per vedere lentamente la grande ammucchiata aprirsi e disperdersi come il Mar Rosso davanti a Mosè. Al termine di una partita brutta ma onesta, il Milan ha finalmente vinto il suo decimo scudetto. Senza dubbio un successo meritato. Il Milan ha probabilmente risorse tecniche che in questo campionato sono state sottovalutate. Liedholm ha trascinato allo scudetto una squadra praticamente priva di attaccanti di ruolo. Nonostante questo il Milan ha segnato 45 reti. Tanta prodigalità offensiva è spiegabile solo con una superiorità tecnica dilagante  È una squadra giovane che sa giocare al calcio. Soprattutto ha giocatori giovani nei ruoli in cui gli altri hanno talenti vecchi (e il Milan ha già dimostrato di non essere estremamente legato a Rivera). Non gli servirà cambiare molto per capire che forse è soltanto l’inizio” – di giovanni arpino, Stampa Sera, 7 maggio

 

“Io triumphe, caro vecchio Milan! Sento impazzare i clacson, indici del suo nume. Dal primo all’ultimo giorno il Milan ha comandato il torneo. Ha tenuto più a lungo la sua ruota il magnifico Perugia: poi ha dovuto arrendersi, troppo grande la differenza di forze in campo, di riserve in panchina, di mezzi in città (per tacere della Regione, cioè del retroterra). Ora, secondo che giustizia vuole, togliamoci il cappello per il Perugia e ascoltiamo con grata meraviglia il chiassoso carosello dei nostri cari fratelli cacciaviti. Il tecnico-allenatore Nils Liedholm ha finalmente ripetuto nella serie maggiore prodezze già realizzate in serie minori. È un vecchio astuto commesso di Waldemarswick (non un vichingo, dunque, bensì un ostrogoto, cioè goto dell’est). Insomma, uno svedese di campagna. Lidas si è fatta a sue spese una accorta filosofia italiota, e l’ironia lo salva, come l’astuzia, da atteggiamenti per solito fondati sulla cultura, che ha solo in senso specificatamente pedatorio (ma come appassionato collezionista d’arte è rispettabile assai). La qualità maggiore di Lidas è pedagogica; il superiority complex razziale lo aiuta poi a consolarsi, rischiosamente, di ogni possibile lacuna umanistica. Merito di Lidas, e di chi l’ha capito e sostenuto, il lancio di ragazzi che sono subito entrati nell’élite del calcio nazionale: cito Baresi e Collovati, entrambi dotati di stile troppo raffinato – a mio parere – perché non si debba guardarli con sospetto, sia pure molto amorevole Fra i protagonisti dell’anno vanno apprezzati in giusta misura Maldera, atipico di classe superba, terzino goleador della statura di Facchetti, tanto nome!, e ancora Buriani, il mio diletto Mehari, alla lunga ciucco di correre. Valido è stato anche l’apporto di Novellino, però notevolmente inferiore alle speranze di chi aveva tanto sborsato per il suo acquisto. E decisamente peggio è andato Chiodi, povero figlio. di gianni brera, Il Giorno, 7 maggio

 

L’anno di Rivera, Maldera, Bigon, di un Perugia che perde il trentenne Vannini e quindi cade in ambasce strategiche che costano punti, l’anno di una Juve retour de Baires che prima è appagata poi pentita, poi distratta, l’anno di un Torino falcidiato, è trascorso. Come farà questo stesso Milan a reggere, visto che l’amalgama tra Ufo Baresi e Chiodi e Bet e Albertosi non può certo pretendere la ripetizione del miracolo? Questo Milan rispecchia quella che gli economisti chiamano la ripresina, situabile tra Brianza ed Emilia” – di mario sconcerti, la Repubblica, 8 maggio

 

Non immagino chi al mondo possa battere la vostra squadra | papa Giovanni Paolo II (Angelus in piazza San Pietro, 13 maggio 1979)

 

1988 Como-Milan 1-1 – “Lo stadio ribolle come un pentolone troppo pieno. Oltre, lago e colline sembrano dipinti, non ci fossero elicotteri e idrovolanti che ogni tanto si librano nell’aria calda, la sensazione sarebbe di un’enorme cartolina messa lì da uno scenografo ispirato. Ne ha ingoiate tante il tifoso del Milan, bocconi aspri, amari, immangiabili, eppure li ha mangiati perché il convento in questi nove anni, di meglio non passava. Oggi – sembra dire la gente commossa – vi abbiamo perdonato tutto” – di paolo condò, la Gazzetta dello sport, 17 maggio

 

Il fatto che Sacchi, cioè un giovane allenatore italiano, abbia vinto lo scudetto con la zona, dovrebbe convincere molti suoi colleghi che adottarla non è rischioso” – di giorgio tosatti, il Giornale, 17 maggio

 

Se, come dicono, il Milan vuole davvero aprire un ciclo da grande, farà bene a cambiare subito i suoi schemi” – di josé altafini, l’Unità, 17 maggio

 

B come Berlusconi. Si potrebbe risalire a Bonaparte e a Byron, ma basta fermarsi al presidente” – di nino petrone, Corriere della sera, 17 maggio

 

Sacchi è andato a letto alle 4.10 e alle 7 l’ha svegliato il centralino Rai per un’intervista. Fa discutere la sua zona, che non è mai rigidamente uguale; a volte Baresi è in linea, a volte dietro, e poi è una zona molto verticale; scalando in avanti, il Milan attacca marcando. Farà tendenza, questa squadra, resterà ancorata agli schemi di questo campionato, si rinnoverà? E qui entriamo in un terreno minato. Sul gioco (a uomo, a zona) sembra stia nascendo una sorta di guerra di religione” – di gianni mura, la Repubblica, 18 maggio

 

«Ci terrei a essere chiaro: si può giocare al calcio in tanti modi, e in ognuno c’è del buono. Ma bisogna esserne convinti. Chi nasce in Italia, come me, non nasce con la zona. L’ho vista all’estero, l’ho studiata a Coverciano e anche prima: nel ’76 a Pievepelago seguivo la preparazione m’interessavano le idee di Radice, di Vinicio con la Lazio, poi ne ho parlato con Passarella quando stavo a Firenze, nell’82 a Brunico studiavo i sistemi di Liedholm. Io non ho inventato nulla. E non sono contento che si dica che il Milan gioca il calcio del 2000. No, gioca il calcio del 1988, nel 2000 molte cose saranno cambiate e io sicuramente non sarò più nel calcio. Un fatto è che nel calcio, e nella vita, bisogna schierarsi. Se in Italia s’allarga la zona della zona mi può far solo piacere, senza polemiche. Ho letto che la Juve prende Maifredi. Se è vero, sarà subito molto competitiva» | Arrigo Sacchi a Gianni Mura, la Repubblica, 18 maggio

 

1992  Napoli-Milan 1-1 – “Hurrah Milan, grande fino in fondo senza macchia di sconfitta: Napoli ti consacra campione. Si temeva che, alla lunga, il sapore di questo scudetto rossonero appassisse nell’attesa. Averlo, meritarlo e non poterlo possedere. Sentirselo nel cuore e sulla pelle e non poter gridare di gioia. Ma adesso, tifosi rossoneri, scatenatevi pure. Fabio Capello ha sfruttato in pieno l’esperienza di Sacchi e l’ha rifinita, l’ha superata non con misure rivoluzionarie, ma con una rivalutazione della creatività nel rigore di gruppo. Ha fruito di un patrimonio immenso: la fiducia della società. Con le spalle al sicuro, ha fatto sfoggio di psicologia intelligente nella gestione degli uomini, di coraggio e di intuizioni tecniche notevoli. L’uomo che avrebbe dovuto essere, agli occhi degli scettici, una specie di portaordini di Berlusconi lascia il campo come un gigante. Non avrà mai nulla di mitico come Baresi, non incanterà come Paolo Maldini, non avrà la popolarità di Van Basten, di Gullit e neanche del giovane Albertini, ma merita in pieno l’onore del compito più grande: gestire quel doppio Milan che il presidente ha concepito per un programma di conquista totale” – di candido cannavò, la Gazzetta dello sport, 10 maggio

 

1993 Milan-Brescia 1-1 – “Vincere due scudetti di fila, in Italia, è impresa straordinaria. L’ultima squadra a riuscirci era stata la Juventus di Boniperti e Trapattoni (1981-82). E’ stata una stagione spaccata in due: dominata, la prima, da settembre a marzo, il Milan ha sofferto la seconda, fino a cadere, non senza rimpianti, sulla mina del Marsiglia. Partiti per stupire il mondo, imbottiti di assi, ossessionati dal progetto del Grande Slam, i berlusconiani stringono in pugno un solo trofeo: il più prestigioso. Non è giusto ricordarli soltanto per il modo sofferto con cui hanno affrontato gli ultimi mesi. I record che hanno stabilito – le 58 gare d’imbattibilità in campionato, le 10 vittorie consecutive in Coppa – resisteranno chissà quanto tempo. Il Milan che vince, è anche un Milan che cambia. L’addio di Rijkaard e Gullit porterà a profondi restauri. Non sarà facile rimpiazzarli. Berlusconi e Capello sono già all’opera. Dietro a un simile squadrone, ci sono la mano degli uomini e il sorriso degli dei. Per questo ha fatto epoca” – di roberto beccantini, la Stampa, 30 maggio

 

1994 Milan-Udinese 2-2 – “Scudetto strameritato: lo dice la classifica, lo dicono i record di Rossi, le nove vittorie consecutive, sottolineare i meriti in sede di commento è fin troppo ovvio. Lo scarso contenuto emotivo di questo scudetto non è evidentemente colpa del Milan, ma delle sue concorrenti. Che hanno fatto un’ altra corsa: quella per il secondo posto, nel migliore dei casi. Nel peggiore dei casi (Inter) quella per salvarsi dalla retrocessione. In 32 partite 36 gol: è poco. E piove, questo dato, in un panorama verbale di superspettacolo. Credo che il merito maggiore di Capello sia stato d’aver intuito che, senza Van Basten e Lentini, con la vena sempre meno felice di Papin e quella acerba di Simone e Raducioiu, coi problemi d’ambientamento di Laudrup e Savicevic, non si poteva imbandire un cenone tutte le domeniche. O vincere o divertire, in parole povere. E con realismo il Milan ha deciso di rinunciare ad alcune caratteristiche da Milan, in primis il pressing esasperato che predicava e attuava Sacchi. Non sembra un Milan destinato a fare scuola, non somiglia al Milan di uno o due anni fa (lasciamo stare quello di Sacchi). Quello dell’ immediato futuro può essere molto diverso. Resta il fatto che giocatori dati per finiti hanno tenuto ancora una stagione, e possono reggerne un’ altra. Sembra certo il ritorno al Milan di Gullit. Secondo me, sbaglia. Ma che lo rivogliano dimostra che al Milan sanno riconoscere quando hanno sbagliato” – di gianni mura, la Repubblica, 18 aprile

 

1996 Milan-Fiorentina 3-1 – “La vecchia guardia aiuta Capello a navigare a vista. I vecchi non sono mai messi in discussione, problemi nascono in attacco. Tutti vogliono giocare ma i posti sono quelli che sono. Poi, per non sfiancare i tre del centrocampo, il tecnico s’inventa un Savicevic che corre. E lui, Genio, va e diventa una piacevole sorpresa. Il Milan squadra è sempre presente, più della società.  Che non copre completamente le spalle al tecnico. E’ lo stesso Capello a rivelarlo. La vicenda del contratto lascia qualche piccolo segno, semina dubbi, perplessità. Non porta tranquillità, i giocatori capiscono che Capello è destinato a lasciare e l’ambiente, una parte dello spogliatoio, ne subisce gli influssi negativi. Il tiramolla dei rinvii sa di finzione. L’impressione è che tutto sia stato deciso” – di germano bovolenta, la Gazzetta dello sport, 18 aprile

 

1999 Perugia-Milan 1-2 – “A chi gli augurava prima delle partite del suo Padova il rituale “vinca il migliore”, il triestino Nereo Rocco, il più adorabile allenatore nella storia del calcio italiano, rispondeva con una smorfia di orrore: “Speremo proprio de no”. Da tifoso milanista, io vorrei, nel giorno decisivo del campionato di calcio ’98-’99, fare mio lo scongiuro del grande “paron” del calcio: spero proprio che questo campionato non lo vinca il migliore. Essendo chiaramente la Lazio, e non il Milan, la migliore fra le due squadre rimaste in lizza” – di vittorio zucconi, la Repubblica, 22 maggio (alla vigilia dell’ultima giornata)

 

Ho avversato per anni i play-off considerandoli in qualche modo ingiusti e negativi da un punto di vista emotivo: svuotano di passione la stagione regolare. Ma quanto è accaduto nelle ultime giornate mi ha instillato qualche dubbio: troppi risultati strani, troppe squadre arrendevoli. In questo modo si toglie credibilità al calcio, si fanno crescere i sospetti su pastetti e furbizie. … Sono anni ormai che lo scudetto rimbalza dalla Juve al Milan. Pur sottolineando come quest’anno fosse già in mano alla Lazio, colpevole d’esserselo fatto sfuggire, mi sembra opportuno far notare la differenza esistente fra queste due società e le altre. sono le uniche i cui finanziatori hanno messo a capo dell’azienda uno staff di grandi professionisti, dando loro piena autonomia e pieni poteri decisionali. Gli altri club magari investono di più, hanno organici più doviziosi, ma dipendono troppo dai loro padroni. Ormai il calcio è proprio un’azienda a tutti gli effetti” – di giorgio tosatti, Corriere della sera, 24 maggio

 

2004 Milan-Roma 1-o – “Carlo Ancelotti merita un monumento per l’equilibrio con il quale ha saputo barcamenarsi fra gli ordini del Grande Capo e l’esigenza di garantire, sempre e comunque, un assetto gradevole ma efficace. Se il simbolo di Lippi era Nedved, il suo è stato Kakà: l’ultimo arrivato. Il Milan – e qui c’è lo zampino di Berlusconi – è la più europea delle squadre italiane. Cuce i talenti: non Pirlo o Seedorf, non Rui Costa o Kakà, ma spesso Pirlo e Seedorf, Rui Costa e Kakà. Nessun centrocampo ha così tanti violini. Piano piano, Ancelotti ha forgiato una scultura metà Real e metà realista. La ricerca del risultato attraverso il gioco: ecco il messaggio che il rivoluzionario Sacchi e il duttile Capello hanno consegnato ad Ancelotti, figlio un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, e nipotino di Liedholm. C’è stato il Milan di Gullit, Rijkaard e Van Basten: per me, il Milan più bello. L’attuale si identifica nel pacato magistero di un tecnico che con 79 punti è passato da perdente a stravincente”di roberto beccantini, la Stampa, 3 maggio

 

2011 Roma-Milan 0-0 – “Era ora che in un Paese di vecchi fosse una squadra di vecchi come il Milan a vincere lo scudetto. È la rivincita dei veterani e reduci con la maglia rossonera, degli ex ragazzi irresistibili. La rivincita dei veterani che da giovani divoravano titoli e coppe prima che la prepotenza interista li relegasse nella mischia per gli strapuntini in Champions, ha un gusto dolce, nostalgico e malinconico. Sappiamo tutti, anche noi seguaci di antica fedeltà sordi alla nausea per lo smaccato uso politico dei successi rossoneri, che oggi non è cominciato nessun «ciclo», come sempre sognano i tifosi. Sappiamo che questo scudetto 2010/11 è l’ultimo hurrah di una squadra di magnifici babbioni, di una generazione che ha prodotto i Seedorf e i Pirlo, i Nesta e i Gattuso, gli Ambrosini e i Zambrotta, gli Abbiati e gli Inzaghi e su di loro non potrà  costruire né un bis nel 2012 né un’altra Coppa dei Campioni, che è riservata a ragazzini sfacciati con i muscoli freschi. La fedeltà è una magnifica virtù in amore, ma nello sport, come scoprì Lippi un anno fa in Sudafrica, è una forma incruenta di eutanasia. È stata, la loro, la nobile passerella finale di un gruppo che ha vinto non perché sono stati più forti, ma perché sono stati più furbi Lo hanno chiamato il «Milan dei mediani», per come montava muraglie di scarponi a centrocampo per proteggere una difesa fatta di seconde scelte, di Yepes, di Papastathopulos, di Oddo, di Abate, di Antonini, con un solo grande, Thiago Silva. È stato definito il «Milan Ibradipendente», affidato al “palle lunghe e pedalare” di provincia che fa sembrare lo svedese grandissimo soltanto nei campionati nazionali, dove i difensori scarsi sono maggioranza, ma è stato il Milan dei superpensionati. È stato dunque lo scudetto meno «berlusconiano» di tutti quelli vinti sotto il regno di Silvio, il meno sbruffone, il più onesto. Allegri, bravissimo, e i suoi reduci hanno espulso i Ronaldinho e i Beckham, presi per buttare lustrini negli occhi, e hanno vinto quello che gli altri non sono stati capaci di vincere. Con la difesa, la madre di tutti i titoli. Se in Paradiso hanno la pay tv, Nereo Rocco, ora che ha sicuramente scontato la squalifica per tutte le saracche tirate in vita, ha sorriso” – di vittorio zucconi, la Repubblica, 8 maggio

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A cura di Angelo Carotenuto.

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