La maglia rosa, la maglia rosa, è quella cosa che mai non riposa
Professor Casamandrei, Totò al Giro d’Italia
▻ Quando il Giro starà salendo verso l’Aprica, Remco Evenepoel avrà la ruota anteriore della sua bici sulla linea di partenza a Bergen, per il Giro di Norvegia. I tre che sono davanti a lui nella classifica mondiale del ciclismo saranno invece di nuovo in strada a inizio giugno, tutti insieme al Giro del Delfinato: Tadej Pogacar, Primoz Roglic e Wout Van Aert prepareranno così il Tour de France, fra La Voulte-sur-Rhône e Plateau de Salaison. L’El Dorado del ciclismo è altrove. Si tiene lontano dall’Italia. Non abbiamo più ambizioni da maglia gialla, nelle Classiche facciamo i gregari, non ci sono squadre italiane nell’élite del World Tour e a questo punto pure come spettatori veniamo in coda a tutti. I Grandi non vengono più. Soppiantato senza rimedio dal Tour, il Giro d’Italia si sta lentamente rassegnando a scivolare al terzo posto fra le tre grandi corse a tappe. Il campo di chi parte domani da Budapest è il più povero degli ultimi dodici-quindici anni.
Nessuno dei primi cinque al mondo è qui, l’anno scorso erano assenti tutti i primi nove, dal 2017 solo una volta s’è presentato uno dei primi tre. L’ultima edizione di lusso, con cinque dei migliori sei del ranking presenti (Rominger, Chiappucci, Berzin, Casagrande e Richard) porta la data del 1995. Al Giro d’Italia la maglia iridata manca dal 2012. Dopo Cavendish, nessun campione del mondo è più tornato. Negli ultimi dieci anni solo due volte il vincitore del precedente Tour ha scelto l’Italia (Wiggins 2013, Froome 2018) e solo due volte in quindici anni s’è visto il numero 1 del ranking (Joaquim Rodriguez nel 2011, Alejandro Valverde nel 2016). I partecipanti che hanno vinto almeno una corsa a tappe in carriera sono cinque: Richard Carapaz, Tom Dumoulin, Vincenzo Nibali, Alejandro Valverde e Simon Yates. All’ultimo Tour de France ce n’erano dieci.
Non è solo una povertà di fenomeni (dei primi 10 del ranking UCI ci sono solo Almeida e Carapaz). La platea del 2022 ha una qualità impoverita anche nei valori medi. Su 176 partecipanti, solo 42 hanno vinto una tappa in uno dei tre grandi giri. Un numero inferiore sia rispetto al cast inarrivabile del Tour de France (tra i 67 e i 76 negli ultimi sette anni), sia rispetto a quattro delle ultime cinque edizioni della Vuelta in Spagna, compresa la più recente (erano 51 nel 2021). Un declino progressivo che ha la sua foto più eclatante nel podio del 2020. La maglia rosa Tao Geoghegan Hart aveva vinto due corse in carriera prima di allora e dopo mai più. Ha partecipato a 78 corse e solo una volta si è piazzato fra i primi cinque. Jay Hindley, arrivato alle sue spalle per 39 secondi, ha avuto un percorso simile: nessuna vittoria in 68 uscite successive, un solo piazzamento fra i primi cinque. Non era la scoperta di due nuovi campioni, come piaceva credere. Era il riflesso di una malinconica marginalità.
Pensavo fosse Coppi, invece era un calesse.
Il fascino si rintraccia altrove. In qualche modo ci faremo bastare quel che c’è, primo fra tutti il formidabile van der Poel, formidabile nelle Classiche – primo al Fiandre – non certo per la classifica. È uno dei candidati alla prima maglia rosa, ma pochi si illudono che sia al Giro con un’ambizione diversa dalla ricerca della condizione migliore per affrontare il Tour. Chiederemo aiuto a Girmay, l’etiope primo alla Gand-Wevelgem. Proveremo ad appassionarci al duello annunciato fra Carapaz e Almeida, capiremo se c’è strada per un risarcimento alla carriera di Landa, quanto spazio esiste per le ambizioni di un incompiuto come Bardet e di un imprevedibile come Dumoulin, se i molti anni impediranno a Valverde di tenere fino alle montagne finali, se Simon Yates potrà migliorare il terzo posto del 2021.
Celes Pietrabuena per il Mundo Deportivo ha scritto che fra le tre grandi corse a tappe, il Giro è la più imprevedibile, perché “tutti possono sfruttare l’assenza dei big”.
Gli sprint saranno una faccenda tra Cavendish, Ewan, Bauhaus, Gaviria e Démare, con il disturbo di Nizzolo, forse Dainese e Bol. Nessuno dei migliori cinque-sei cronoman al mondo è al Giro, nemmeno Filippo Ganna, il ciclista italiano dalla maggiore statura internazionale, scoraggiato dai soli 26 km contro il tempo previsti in tutto dal tracciato e invogliato a dare la caccia alla prima maglia gialla del Tour, il 1° luglio.
Ci faremo bastare tutto il resto, qualche fuga, un’impresa, l’agonismo, la scoperta di qualche bella persona e degli angoli d’Italia, insomma la magia del Giro nonostante tutto. Come diceva quella pubblicità che celebrava la menta intorno.
| voci Che cosa ci piace del ciclismo
“Il ciclismo è uno sport fatto di cose elementari. È la tragedia greca, propone i sentimenti essenziali, ci trovi dentro la fatica, la speranza, il rischio, il pericolo, ci sono il caldo e il freddo, la sfortuna della foratura, il dolore se cadi. In una corsa di ciclismo ci trovi tutto quello che sta dentro Moby Dick. Non c’è spazio per la noia. Il ciclismo invece attraversa le persone. Le bici stanno per strada, vanno per campagne. Ora si vede tutto dall’inizio alla fine, c’è meno margine per l’invenzione, gli scrittori del passato si sbizzarrivano. La corsa ai loro tempi non andava in tv e neppure la vedevano del tutto sulla strada. Dovevano lavorare con la fantasia. Io sono certo che molte cronache che ci tramandiamo, non siano veramente accadute. Però che fa?». | Lo scrittore Fabio Genovesi, voce delle dirette RAI, a L’Essenziale
| paesaggi L’anno d’oro della bici in Italia
“Complice anche il bonus mobilità, il 2020 è stato l’anno dei record, con oltre due milioni di bici vendute. Ma secondo recenti stime di Confindustria Ancma (associazione ciclo motociclo accessori) il 2021 non si discosta molto dell’anno precedente, nonostante l’assenza degli incentivi: 1.975.000 biciclette vendute, con quelle a pedalata assistita a registrare un aumento del 5%. Crescono anche la produzione – ed è sempre l’eBike a fare la parte del leone (25%) – l’import e l’export” – di luigi gaetani, la Repubblica
| figurine I viaggi da cicloturista di Maurizio Fondriest
➣ Perché si pedala per divertimento?
«La bicicletta è un mezzo che ti permette di apprezzare la bellezza. Ti consente di fermarti dove e quando vuoi, di scattare delle fotografie, di respirare a pieni polmoni. La bicicletta è economica, ecologica, sostenibile. Ti restituisce quello che le dai: è un rapporto alla pari».
➣ La pandemia ha fatto esplodere la voglia di libertà, ha fatto tornare le persone nella natura? «La bici è voglia di uscire, di respirare, di fare. Ora è diventata davvero di massa, anche grazie alle politiche di molti governi, all’apertura più consapevole verso il green. In Italia ci stiamo arrivando, è una questione di tempo».
➣ Qual è il viaggio in bici dei suoi sogni? «Mi piacerebbe tornare a pedalare in Israele, percorrerlo da nord a sud, dal Golan fino a Eilat, toccando Betlemme, Gerusalemme, Tel Aviv».
➣ Ha in mente un altro viaggio per festeggiare i 35 anni del successo mondiale a Ronse? «Sì, i 35 anni cadranno del 2023 e sto valutando due possibilità. La prima è quella di arrivare a Santiago di Compostela partendo dal sud del Portogallo e risalendolo fino poi alla Galizia. E poi ho un altro progetto, la Rotta di Enea, dalle coste dell’Asia Minore, passando per Grecia, Puglia, l’Italia meridionale per arrivare, infine, a Roma. Con qualche tratto in traghetto, naturalmente. Un viaggio al sud, molto lontano dai luoghi a cui sono più abituato». – intervista di cosimo cito, la Repubblica
Secondo Bardet c’è un’occasione per tutti
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Romain Bardet arriva a questo Giro dopo dieci giorni trascorsi in Alvernia con la sua compagna e suo figlio. Per staccare. Quasi una vacanza. Ha corso un po’ con il compagno di squadra Romain Combaud ma la maggior parte della preparazione – dice a L’Equipe – era fatta. Fedele a quanto aveva promesso in una intervista molto intensa rilasciata allo stesso quotidiano il 26 aprile (Slalom #937), non parla più dell’incidente ad Alaphilippe, da lui soccorso in una scarpata alla Liegi. È stata la sua ultima corsa. Deve togliersela dalla testa. Dopo cinque settimane senza sosta in sella, in quota a Tenerife, è uscito sconvolto dalla vista del campione del mondo in crisi respiratoria dopo essere andato a sbattere contro un albero.
Bardet parla del Giro e del suo stato d’animo indifferente alle tensioni, confidando nel fatto che noi tutti sappiamo anche perché. «Ho scoperto questa corsa un anno fa. Mi ero appena trasferito alla DSM. Avevo molte meno certezze di quelle che ho adesso. Sono stato piacevolmente sorpreso dal mio settimo posto finale, anche se non ho avuto un peso nella corsa e non sono mai riuscito a impensierire Bernal. Onestamente, guardando indietro, mi rendo conto che ricordo principalmente i giorni difficili. Non è per questo tipo di piazzamento che faccio tanti sacrifici. Voglio lottare per una posizione migliore. Per questo volevo tornare velocemente, il Giro e la grande corsa più imprevedibile, senza dubbio quello che meglio corrisponde alle mie qualità intrinseche. Vincere il Giro delle Alpi in aprile non è stata una sorpresa. So di poter battere i migliori, ecco perché sono ancora su una bici. Tuttavia, non mi vanterò mai di poter fare lo stesso al Giro. Mi presento come un grande outsider, ma a dire il vero non mi interessa affatto. Sono dentro questo frullatore da dieci anni. A 23-24 anni, questa pressione ha avuto un grosso impatto su di me. Ora. nessuno. Non mi interessa. Non voglio mancare di rispetto a nessuno ma è con questo stato d’animo che mi presento al Giro. Chissà, se un bene e se alla fine incasserò quanto l’anno scorso. Non so cosa mi aspetta. Non sento alcuna pressione negativa, nessuna paura di fare un brutto risultato. Sarà un Giro senza tappe d’attesa, con trappole ovunque. Lo vedo quasi come un susseguirsi di classiche».
Anche Bardet sottolinea il cambiamento nel quadro dei partenti e dice. «Dieci anni fa avevi 4-5 big e un grande leader, adesso ho l’impressione che ci siano 16 o 17 corridori dai quali può uscire uno che si piazza fra i primi cinque. Quelli davvero più forti, i Pogacar e i Roglic, non ci saranno. C’è una grossa densità. Il Tour è abbastanza chiuso con il lucchetto. Non è facile brillare. Il Giro offre più occasioni per gli attaccanti, con una corsa più sfrenata». Di sé, dice che troppo lungo è stato introspettivo. Si è ascoltato sempre troppo. «Oggi, l’enorme differenza è che riesco a lasciarmi andare»