
Quando ormai sembrava essersi messa l’anima in pace, Houston ha ritrovato pure il corpo. Sotto 0-3, dopo tre partite passate a smarrire lucidità e fiducia, i Rockets hanno trovato una serata di lampi contro i Lakers senza Luka Doncic e senza Austin Reaves. Amen Thompson e Tari Eason hanno tenuto in piedi la stagione, LeBron James ha giocato una delle peggiori partite playoff della sua carriera, Los Angeles ha perso palloni vivi e ha tirato malissimo da tre.
Per una notte è sembrato tutto diverso. Ma rischia di essere stata solo una notte.
Houston ha evitato lo sweep, però resta davanti a una montagna che nessuna squadra NBA ha mai scalato nei playoff. E soprattutto resta davanti a un’estate che può decidere molto più di una serie persa al primo turno.
La tentazione più comoda sarebbe spiegare tutto con gli infortuni. Fred VanVleet, Steven Adams e Kevin Durant non sono arrivati a questa serie nelle condizioni giuste. Tre giocatori centrali, tre assenze o limitazioni che hanno schiacciato il resto del gruppo, allungato le responsabilità, tolto protezione a Ime Udoka. In questa versione, Houston avrebbe solo pagato la sfortuna. Potrebbe aspettare l’estate, rimettere insieme i pezzi, ripartire con pazienza.
Ma la serie contro i Lakers ha mostrato una squadra fragile, poco connessa, spesso incapace di aiutarsi. Una squadra che non ha trovato risposte ai raddoppi su Durant, che ha gestito male alcune rotazioni, e che contro una Los Angeles senza un vero playmaker si è fatta mettere in difficoltà dal pick and roll.
The Ringer si spinge a scrivere che
Qualcosa è marcio nel nucleo di Houston, qualcosa che va oltre il bisogno di un playmaker stabile, di un centro dominante a rimbalzo e di una prima opzione sana. Non c’è una vera scusa per quello che si è visto in questa umiliante serie di primo turno.
Il paradosso è che i Rockets non venivano da una stagione pessima. Hanno vinto 52 partite, hanno chiuso con il sesto miglior net rating della lega, hanno costruito una struttura difensiva vera dopo gli anni disordinati dell’era Stephen Silas. Udoka ha dato forma, durezza, responsabilità. Ha reso Houston credibile al punto da attirare nomi come VanVleet e Durant.
Ma questa stessa durezza, secondo The Ringer, può essersi trasformata in un limite. Udoka è un allenatore capace di portare disciplina, ma anche di usare una franchezza ruvida, senza protezione. Dopo Gara 3 ha scaricato pubblicamente i giocatori, e in una serie già compromessa quel gesto è sembrato un altro segnale di rottura.
La vera domanda è quanto sia vicina Houston a vincere il titolo. Se la risposta è “non abbastanza”, allora Durant diventa immediatamente il centro dell’estate. Ha ancora un livello All-NBA, ha giocato tanti minuti, può interessare a molte squadre. Ma porta con sé anche una storia recente complicata. Brooklyn, Phoenix, Houston. Tre progetti in cui il suo talento enorme non ha sempre coinciso con una crescita sana dell’ambiente.
In tutte e tre le sue ultime tappe, Durant ha finito per rappresentare una lezione che ogni squadra ha dovuto imparare e poi superare per entrare nella fase successiva del proprio ciclo.
Il mercato, però, non porta solo all’ipotesi di cedere Durant. The Ringer immagina anche il movimento opposto: tenerlo, accettare che la finestra si sia accorciata, e cercare un’altra stella. I nomi sono pesanti: Giannis Antetokounmpo, Kawhi Leonard, Donovan Mitchell. Più sullo sfondo Karl-Anthony Towns, Darius Garland, Joel Embiid.
Il nome che intriga di più è Kawhi. Anche a costo di sacrificare Alperen Sengun, Dorian Finney-Smith e due prime scelte. Giannis sarebbe più complicato, più costoso, forse più rischioso dal punto di vista fisico. Ma dopo una serie così, Houston non può più permettersi l’idea rassicurante della continuità. L’anno scorso poteva aspettare. Poteva tenere Dillon Brooks, Jalen Green, la scelta numero 10, fidarsi dello sviluppo interno. Ora la posizione è diversa: la squadra non si è fermata, ha fatto un passo indietro nel momento in cui avrebbe dovuto diventare adulta.
Nessuno è davvero al sicuro. Non Udoka, non Durant, non Sengun, non il front office. Houston ha ancora capitale, giovani interessanti, scelte da spendere e il margine per cambiare direzione. Ma proprio per questo l’immobilità sarebbe la scelta più difficile da difendere.
I Rockets non sono la squadra più disperata della lega: possono ancora scambiare fino a sei scelte nella notte del draft, e il potenziale di Thompson resta altissimo. Ma ripresentarsi semplicemente con lo stesso gruppo quasi certamente non merita di essere preso in considerazione.