
Se oggi Gabriele Gravina raduna attorno a sé i suoi elettori per misurare cosa resta del giorno e se lo attende la notte, ieri ha avuto modo di misurare il consenso per la sua figura pubblica. Risultato: Zero. Non lo aiutano i suoi sceneggiatori. Lo hanno mandato allo sbaraglio, a rispondere in modo confuso a una domanda sul perché in Italia vincano tutti gli sport e il calcio no.
Gravina ha detto quel che ha detto, cioè che «il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici». Una risposta fuori contesto, uno scivolone maldestro. Questo succede quando arrivano i giorni della resa dei conti e non sei più abituato a rispondere, per tutte le domande che non ti sono state poste. Oggi le colonne dei nostri quotidiani sportivi sono ricche di editoriali che raccontano la sua caduta. Non ce n’era neppure uno – neppure uno – nel giorno della sua rielezione con il 98%.
Gravina ha provato a dire due cose, ma le ha messe insieme male. È più il manifesto di una inadeguatezza che una gaffe. È stata una difesa mal costruita. La prima è che il calcio vive dentro un mercato professionistico globale, molto più esposto alla concorrenza, agli interessi dei club, ai calendari, ai trasferimenti, alla forza economica degli altri campionati. Questa è una cosa vera.
La seconda è che molti altri sport italiani hanno una struttura diversa, spesso sostenuta dai gruppi sportivi militari o di polizia, quindi con una base economica e istituzionale più protetta. Anche questo, in parte, è vero. Ma dire che «gli altri sono dilettantistici» come spiegazione del fatto che l’Italia vinca lì e perda nel calcio, è come spiegare un incendio dicendo che altrove piove.
È un modo di sminuire i successi altrui invece di interrogarsi sul proprio fallimento. Come se quelle di atletica, nuoto, volley, scherma, tennis, sci fossero vittorie meno significative perché organizzate in modo diverso. È una frase che suona difensiva e sprezzante. Così l’hanno vissuta Irma Testa e Federica Pellegrini, Mattia Furlani e Gianmarco Tamberi, Pietro Sighel e Andrea Bargnani, una folta sfilata di ori olimpici e mondiali che spesso non sono andati in prima pagina neppure quando li hanno vinti, e che quando danno un’intervista si sentono chiedere per quale squadra di calcio tifano.
Gravina confonde i livelli. Il problema non è se gli altri sport siano più o meno sostenuti dallo Stato. Oggi funzionano perché selezionano meglio, accompagnano il talento, rinnovano i loro metodi, sanno comunicare, producono ricambio. Nel calcio non succede.
È un argomento debole anche sul piano logico. Proprio uno sport professionistico dovrebbe avere più strumenti e mezzi per correggersi e crescere. Un chirurgo che sbaglia un intervento non può difendersi dicendo che il bricolage è più facile. Il calcio è professionistico anche in Spagna, in Francia, in Germania, in Inghilterra. Il professionismo non spiega il fallimento italiano, semmai lo rende più grave, perché stiamo parlando dello sport più ricco, più seguito e più organizzato del Paese. Con 35 milioni di euro l’anno di contributi pubblici. Altro che deserto di aiuti di Stato.
La frase di Gravina tradisce invece un riflesso antico del calcio italiano. Pensarsi ancora come la misura di tutto, e guardare gli altri sport con una certa condiscendenza. Oggi è quasi vero il contrario. Gli altri sport hanno costruito modelli efficaci, il calcio dovrebbe guardarli con minore sufficienza.
Cosa viene dopo Gravina
Nei conclave immaginari di queste prime ore, il nome più papabile è quello di Giancarlo Abete. Lui lui, non un omonimo. L’ex parlamentare Dc ala Forlani, presidente in federcalcio dal 2007 al 2014, un uomo riflessivo, criptico, in un film sulla sua vita avrebbe avuto la faccia di Roberto Herlitzka.
È un nome che da anni sta dentro gli equilibri federali e para-federali. Un veterano del sistema, uno dei molti italiani di 75 anni a cui non piace starsene con i nipoti a guardare il mare.
Non è il segno di una rottura. Qui il punto non è nemmeno l’età in sé ma che tipo di risposta rappresenterebbe. Se dopo un fallimento di una simile portata circola il nome di Abete, allora il calcio non cerca una rifondazione, ma una messa in sicurezza, una figura di continuità abbastanza presentabile da abbassare la temperatura della crisi senza toccare i rapporti di forza.
Abete è il segno della paura del vuoto. Non importa se rappresenta il passato, anzi, proprio per questo in certe stanze sembra affidabile. È il segno di una chiusura del ceto dirigente. Se i nomi che emergono sono sempre gli stessi, appena ruotati di posto, significa che il calcio italiano vive dentro un perimetro autoreferenziale in cui non guarirà mai. I molti editoriali accorti e complici in questi anni di malgoverno, i tanti equilibri tattici e sintattici che in genere accompagnano i potenti di turno, lo definirebbero una scelta per ricucire. Ma il calcio italiano non ha bisogno di essere ricucito. Ha bisogno di essere contraddetto.
Per questo Abete, se davvero diventasse la soluzione, direbbe che il sistema non ha capito la natura della propria crisi. O peggio, l’ha capita benissimo e ha deciso che la nostalgia batte sempre il coraggio.
È buffo pure che circoli il nome di Giovanni Malagò, lui lui, non un omonimo. È buffo perché Malagò è stata una delle figure in primo piano dentro questo quadro. Da presidente del CONI ha custodito l’architettura complessiva dello sport italiano, e con essa anche gli equilibri, le continuità, le mediazioni che hanno consentito al calcio di restare sé stesso. In un sistema ripiegato su di sé e poco capace di generare un ricambio vero, Malagò non può essere raccontato come un corpo estraneo. Appartiene pienamente a quella stessa stagione e a quella mentalità.
Dopo i vecchi attriti del periodo Covid, un asse Malagò-Gravina è stato utile a rafforzare il CONI negli equilibri interni. Dopo l’eliminazione con la Svizzera agli Europei, Malagò fu duro sul tracollo [“Sembrava Scherzi a parte” disse] ma al tempo stesso attenuò il colpo su Gravina, dicendo al Corriere di aver percepito che il presidente “si è sentito tradito dai calciatori”.
Quindi, se fosse il nome di Malagò a diventare la risposta al dopo-Gravina, il segnale sarebbe altrettanto chiaro: non una rifondazione, ma una ricomposizione interna. Un uomo di grande esperienza, felice certo, ma anche un uomo che appartiene fino in fondo al ceto dirigente sportivo che ha accompagnato questo lungo ciclo. Più che il contrario di Gravina, sarebbe una sua versione più autorevole e più spendibile dentro lo stesso recinto. E pure questo direbbe che il sistema preferisce mettersi in sicurezza invece di emendarsi.
Cosa serve dopo Gravina
Dopo tre Mondiali saltati, con tutte le cause e le conseguenze che ci siamo detti, non serve un principe di Salina che gestisca la continuità e la comunità nel declino. Serve un visionario, un irregolare, uno scompaginatore, uno che sembri persino esagerato finché non costringe il calcio italiano a vedere quello che non sa più immaginare: un professor Keating, il Robin Williams che ne L’attimo fuggente entra in una stanza codificata e costringe tutti a salire sul banco, per guardare le cose da un’altra prospettiva.
Il Robin Williams de L’attimo fuggente aveva 38 anni. Ci sono dei quarantenni così, appassionati di calcio, in Italia? Di 45 anni? Facciamo al limite cinquanta? Se anche ci fossero, il calcio italiano non li vedrebbe come una risorsa naturale di governo.
Il calcio dispone di soldi e offre visibilità, un prestigio simbolico, una rete di relazioni. Per un manager bravo, in astratto, il calcio sarebbe un mondo molto seducente. Ma è un sistema che ti vuole dentro solo se impari le sue liturgie, i suoi compromessi e i suoi equilibri interni. Per questo molti profili forti fanno altro, lavorano per le aziende, sono consulenti, si danno a sport meglio organizzati, alla tecnologia, entrano nei fondi, gestiscono grandi eventi. Sono luoghi in cui il merito magari non trionfa sempre, ma ha percorsi più leggibili.
Nel calcio italiano, un manager quarantenne rischia di trovarsi in una terra strana, con troppa responsabilità e senza un vero potere, tanta esposizione pubblica e troppi stakeholder informali, troppa politica minuta. Non basterebbe neppure saper innovare. Devi saper sopravvivere a un ecosistema che premia la conservazione più della competenza. Può risultare poco interessante.
Un bravo manager quarantenne è cresciuto in contesti dove contano tempi, dati, processi e reputazione. Il calcio italiano continua spesso a funzionare per mediazioni opache e rendite di posizione. Se hai davvero qualità, puoi anche pensare: perché dovrei andare lì a consumarmi?
Il calcio in Italia è pieno di giovani dirigenti esecutivi, molto meno di giovani dirigenti decisori. Quelli che fanno davvero carriera, spesso avanzano di fianco a un santo patrono, da cooptati. Senza poter cambiare la cultura dell’organizzazione. Il sospetto è che se pure arrivasse il professor Keating a fare il presidente in federcalcio, gli direbbero che per spostare i banchi serve un parere della commissione impianti.
I dinosauri
Nel 2025 La Stampa scriveva che oltre due terzi dei presidenti federali avevano più di 60 anni e che circa il 30% era over 70; nelle elezioni CONI 2025, gli otto candidati alla presidenza avevano un’età media di 71,3 anni.
Nei vertici d’impresa, un’altra ricostruzione di settore del 2025 indicava che i CEO in Italia vengono nominati in media a 54,5 anni, e un’analisi richiamata da Bankitalia sulle PMI parlava di manager italiani attorno ai 60 anni di media, più anziani dei loro omologhi europei. Sempre nel 2025, dati riportati da Manageritalia indicavano per i propri associati un’età media di 59 anni.
La pubblica amministrazione italiana resta anziana, con un’età media dei dipendenti pubblici attorno ai 49 anni secondo una ricerca FPA/Astrid del 2025. Ma i vertici dello sport italiano sembrano più anziani della media dei vertici aziendali e politici, lo sono finanche dei senatori, che avevano un’età media di 56 anni nel giorno dell’ultima elezione e ora sono a 59. Il punto non è solo anagrafico. Nello sport federale italiano l’età alta coincide con mandati lunghi, un ricambio debole e cooptazione. In Inghilterra l’ultima volta hanno messo alla guida della federazione Debbie Hewitt, una signora, 57 anni. Ha la stessa età di Rafael Louzan in Spagna. Bernd Neuendorf in Germania e Philippe Diallo in Francia ne hanno 61. Rispetto ai nostri sono dei ragazzini.
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