
Non serve uno stadio per capire che l’irrazionalità può prendere il comando. Basta aprire le pagine della cronaca mondiale. Ma il calcio è il luogo in cui questa irrazionalità si mette in scena in modo amplificato, Una rappresentazione morale, spesso scomoda.
Così dice Jorge Valdano nella sua rubrica del sabato su El Pais – alla fine delle sue lunghe vacanze di Natale. Torna, e – ops – c’è il Clasico.
“Il calcio è un simulacro della vita che esaspera le goffaggini. Non è il posto ideale per far avanzare gli ideali più alti, perché quando la passione prende il comando non si ferma davanti all’etica. È un ambito in cui l’astuzia ha sempre goduto di prestigio e in cui diventiamo arbitrari quando dobbiamo difendere la tribù a cui apparteniamo”.
Dentro questa logica tribale, certe frasi funzionano come regole non scritte. Una delle più resistenti secondo Valdano è quella che pretende di separare il campo dal mondo.
“Quello che succede in campo resta in campo è una massima quasi mafiosa che la televisione, sempre più minuziosa, ha mandato in frantumi”.
Lo dice perché è ciò che è accaduto con Simeone, colto dalle telecamere mentre urlava a Vinicius una minaccia simbolica, più antica del gioco stesso.
“Quando si individua una debolezza nell’avversario, la provocazione è assicurata. E a Vinicius, sempre iper-esposto ed emotivo, gli avversari hanno preso le misure. Simeone, figlio del bilardismo – una scuola che non distingue tra bene e male nel suo desiderio di vincere – non ha lasciato scappare l’occasione”.
Il clamore che ne è seguito racconta però qualcosa di più profondo. Non tanto l’episodio in sé, quanto la sua lettura morale. “Per gli occhi di un rioplatense, che vede il calcio anche come una lotta di astuzie, lo scandalo morale non è stato così grande. Il fair play – dice Valdano – è britannico, la furbizia mediterranea, la provocazione forse sudamericana. Tutte le culture convivono senza scandalo”.
Ma il calcio europeo contemporaneo esige altro. E quando Xabi Alonso pronuncia un solenne “non tutto vale”, riporta la questione su un piano più alto e più scomodo. “Implicitamente riemerge il dilemma classico: i problemi a cui ti sottopone l’onestà, l’antisportivo li risolve con estrema facilità” scrive Valdano.
Da tempo il calcio non è più solo gioco, si è fatto pure teatro della morale pubblica, con tutte le sue incoerenze.
“È un luogo in cui l’etica è un lusso, ma la morale è obbligatoria. Gli stessi che commentano con leggerezza “se si fosse buttato era rigore” davanti a un contatto dubbio, si mostrano indignati per una provocazione verbale”.
Una contraddizione cronica, non episodica. “Una fede collettiva capace di generare l’amore disinteressato per un club e, allo stesso tempo, il razzismo sfrenato delle gradinate. Un gioco nobile come lo sforzo e sleale come il fallo tattico che, nel colmo del cinismo, abbiamo ribattezzato intelligente”.
Alla fine, come in ogni conflitto, tutta la complessità viene divorata dal risultato. “Una partita è piena di microstorie che meriterebbero di essere analizzate, ma basta un aneddoto per inghiottire l’intero incontro. Alla fine restano solo due parole: vincitore e perdente”.
E ora arriva l’ennesima guerra simbolica, carica di mitologia: Barça–Madrid. “Il Barcellona con il suo capitale simbolico legato al catalanismo e all’orgoglio di rappresentare uno stile; il Real Madrid che, pur non nel suo momento migliore sul piano del gioco, continua a vincere la battaglia dell’immagine. Rappresenta il potere, dice Laporta. Rappresenta la grandezza, risponde la tribù opposta. Avrà ragione chi vincerà. E solo per un po’”.
C’è un’altra cosa interessante su El Pais. Nel derby madrileno di semifinale. i 34 lanci lunghi tentati da Thibaut Courtois, un record assoluto nella sua carriera al Real Madrid. Xabi Alonso ha spiegato che quei palloni che sorvolavano il centrocampo facevano parte del piano, anche se non del tutto: «In alcune situazioni era qualcosa di cui avevamo parlato. In altre ci è mancata un po’ più di pausa per legare il gioco e arrivare meglio. Ma sì, avevamo detto che non bisognava iniziare sempre corto». Il Madrid soffre da mesi le pressioni alte e il pallone lungo diventa un modo per spostare il rischio: meglio perderla lontano dalla propria area che regalarla davanti.