Il corpo di Liston

Il corpo di Liston

 

 

Che Sonny Liston era morto, lo disse prima di tutti un portavoce dello sceriffo della contea di Clark. Era stato mandato a bussare a casa sua perché il vecchio campione dei pesi massimi non rispondeva al telefono a sua moglie, Geraldine, partita il 26 dicembre da Las Vegas, e senza più notizie del marito da qualche giorno. 

Il corpo era abbandonato su un divano ai piedi del letto in camera sua. Era vestito solo degli indumenti intimi e se ne stava riverso all’indietro, probabilmente caduto in quella posizione, perché lo schienale aveva ceduto sotto il peso del suo corpo e lo aveva mandato con una parte del dorso sul letto. Lo trovarono così il 5 gennaio del 71. Il televisore in camera era ancora acceso e in veranda se ne stavano ammucchiati giornali risalenti al 29 dicembre. Ne dedussero che era morto da cinque giorni

 

Sul corpo di Liston non furono trovate ferite. Il 26 novembre aveva avuto un incidente automobilistico, era stato ricoverato in ospedale alcuni giorni. Per una ferita alla fronte gli avevano messo una ventina di punti. I medici gli avevano suggerito una chirurgia plastica. Liston aveva dolori al torace da allora, li aveva attribuiti all’urto del petto contro il volante. L’esito dell’autopsia fu: collasso polmonare. Lo sceriffo Clark disse che in casa era stata trovata della droga. In un recipiente in cucina c’era dell’eroina, nelle tasche dei pantaloni della marijuana. Ma Liston non faceva uso di droghe. Il buco nel braccio era l’esito di un’iniezione fatta in ospedale. Non mancano le tesi che lo ritengono vittima di un omicidio

Steve Cady sul New York Times scrisse che in uno degli ultimi colloqui Liston aveva manifestato il desiderio di ritirarsi in una fattoria, «magari a Denver – aveva detto – dove è bello e pulito, una fattoria con mucche, cavalli, maiali. Nella nostra non ne avevamo, noi avevamo il cotone». 

La nostra è la fattoria nella quale era cresciuto da bambino, ventiquattresimo di 25 figli, con una madre – scrisse il New York Times – che Liston descriveva come indifesa e «un padre a cui non importava di nessuno di noi». 

Poco cibo, pochi vestiti e niente scarpe. Liston – sono ancora parole del New York Times del gennaio 1971 – non aveva mai imparato a leggere, né a scrivere qualcosa più del suo nome. Nei rari momenti di riflessione diceva: Sai cosa mi chiedo spesso? Dov’erano tutte queste persone che lavorano con i bambini quando ero piccolo?. Adorava anche per questo i bambini, lui che non aveva avuto figli. 

Nelle parole di uno dei manager – scrisse nel giorno del ritrovamento del corpo il New York Times – la sua mano sinistra era la morte e la destra la distruzione. Inseguendo un avversario, Liston sembrava il buttafuori più meschino della discoteca più turbolenta del mondo. Non gli importava essere il cattivo.

«Un incontro di boxe è come un film di cowboy», aveva detto una volta. «Devono esserci i bravi ragazzi e devono esserci i cattivi. Questo è il motivo per cui le persone pagano: vedere i cattivi che vengono picchiati. Io sono il cattivo ma cambio la trama. Non vengo battuto».

Alla boxe era stato indirizzato da un cappellano cattolico durante la sua prima carcerazione, a diciotto anni. 

 

  Il manager Umberto Branchini scrisse sulla Gazzetta dello sport che Liston si era trasferito a Las Vegas perché quella era la logica residenza di un personaggio che ricalcò in epoca moderna le leggendarie figure di un tempo remoto eppure appassionante, quello pionieristico dei Sullivan, dei Corbett, dei Johnson, dei Ketchell, dei Papke, dei campioni cioè che contribuirono non solo con le loro virtù sportive a dare al pugilato quell’aureola affascinante, che ne fece lo sport preferito degli americani. Certo non era uno stilista, ma chi ha detto che un peso massimo debba essere un ballerino o un pennellatore, per essere un campione? Era favorito 7 contro 1 quando si batté la prima volta con Clay ed era ancora favorito 7 contro 5 in occasione della rivincita. Eppure se si parla di Clay c’è un senso di rispetto sportivo, accennando oggi al valore del pugile Liston si torce il naso e si tira via. Questo è un altro mistero che accompagnerà nella tomba l’ex campione del mondo trovato morto in casa, dopo molti giorni dal decesso, quando ormai perfino la sua fisionomia stava per invadere i limiti della più atroce incertezza”

Branchini, e molti con lui, dubitava anche della data di nascita di Liston (1932). Si riteneva che avesse almeno sei anni in più. 

 

Non c’è stato prima di Tyson un corpo tra i campioni dei pesi massimi che desse più del corpo di Liston l’idea della brutalità. Eppure di Liston ricordiamo il corpo riverso ai piedi del letto e il corpo sul ring ai piedi di Ali. È la foto più famosa nella storia del pugilato. La foto preferita di Muhammad Ali. Lui in piedi, il braccio destro piegato davanti al petto, la bocca spalancata, il busto proteso in avanti su Sonny Liston per gridargli: «Alzati brutto orso, siamo in televisione». È l’immagine del ko dopo 105 secondi nel primo round del match del 1965, a Lewinston, nel Maine. La foto è di Neil Leifer, oggi 77 anni, intervistato nel giorno di Natale dal quotidiano tedesco Die Welt in occasione dell’uscita del volume che raccoglie 446 delle sue migliori foto con il titolo 60 Years of Fights and Fighters, edito in Germania da Taschen-Verlag. 

 

  «Non fui immediatamente attratto dal fotografare lo sport. Ero solito fare filone a scuola per fotografare portaerei e navi da guerra che entravano e uscivano dal Brooklyn Navy Yard, che attraversava l’East River dove vivevo. Io stesso volevo essere un pilota della Marina, era la mia prima vera passione». 

A Die Welt Leifer ha detto: «Ali mi ha reso un eroe». Quel giorno era a bordo ring per Sports Illustrated, la rivista lasciata nel 1978 per entrare a Time e poi a LIFE. Le sue foto sono state sulla copertina di Sports Illustrated per oltre 200 volte. Non quella sera

«Per la foto giusta devi essere nel posto giusto. Un esempio è l’immagine di Liston-Ali. Il fotografo che si vede tra le gambe di Ali è Herbie Scharfman, l’altro fotografo di Sports Illustrated. Non importava quanto fosse bravo quella notte. Era nel posto sbagliato. Quello che fa il bravo fotografo sportivo è trovarsi nel posto giusto, il posto da non perdere. Se sia istinto o fortuna, non lo so. La mia foto di Muhammad Ali e Sonny Liston non venne pubblicata sulla copertina all’inizio, non venne considerata una foto così bella quando l’ho scattata. È cresciuta in popolarità quando sono cresciute la reputazione e la leggenda di Ali». 

Il corpo di Liston era già scivolato nell’ombra. Ora è sepolto al Paradise Memorial Garden di Las Vegas. La casa nella quale lo trovarono dalla fisionomia incerta dopo cinque giorni è stata venduta a una società di Debbie Reynolds.

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