Mesut Özil, il ritorno politico: perché è entrato nell’AKP accanto a Erdogan

 

Mesut Özil scriveva nel 2017: «I calciatori non sono politici». Ma otto anni dopo è entrato nel consiglio centrale dell’AKP, il Partito della giustizia e dello sviluppo guidato dal presidente Recep Tayyip Erdogan, suo testimone di nozze. È l’ultimo passaggio di un percorso che ha smesso di essere solo sportivo. In tutto quest’ultimo anno, l’ex 10 dell’Arsenal ha iniziato a mostrarsi in pubblico come una figura politica, con presenze misurate ma simboliche. A marzo distribuiva pacchi alimentari per l’Iftar, il momento del giorno in cui i musulmani interrompono il digiuno durante il mese sacro del Ramadan. Era circondato da fotografi e giovani militanti dell’AKP. Pochi giorni dopo è apparso in un caffè Espressolab, una catena molto apprezzata dal presidente, mentre l’opposizione chiedeva il boicottaggio di quelle aziende. «Non danneggiamo i nostri marchi locali e nazionali», ha detto e ha scritto su Instagram. Tutto questo avveniva mentre la Turchia era attraversata da manifestazioni di massa a sostegno di Ekrem İmamoğlu, il sindaco di Istanbul oppositore di Erdogan, arrestato e tuttora in carcere.

A settembre Özil ha assunto un ruolo ancora più esplicito, partecipando a una missione definita diplomatica a Cipro Nord, un entità statale riconosciuta solo dalla Turchia. Ha chiesto la fine dell’embargo sportivo che impedisce agli atleti locali di competere a livello internazionale. A Nicosia, durante un incontro con i giovani, ha messo il microfono accanto al telefono per far arrivare i saluti di Erdogan e ha mostrato sullo schermo Arda Güler in collegamento da Madrid via FaceTime, la prima presa di posizione politica a sua volta del nuovo idolo del calcio turco. Una specie di passaggio di testimone tra generazioni avveniva. Sotto l’ombrello della politica. Sotto l’ombrello dell’AKP.

Una parabola che resta paradossale. Mesut Özil è nato a Gelsenkirchen nel 1988 da genitori di origine turca ma cresciuti in Germania. Quando la Turchia provò a trattenerlo nel 2008, scelse di giocare per la nazionale tedesca. Una decisione che in Turchia non è mai stata dimenticata. Disse di non aver provato alcuna emozione nel rinunciare al passaporto turco, e sono parole che ancora oggi qualcuno gli rimprovera. Un episodio che gli è rimasto attaccato come una gomma sotto la scarpa ha scritto Victor Fever in un lungo reportage da Istanbul per L’Equipe Magazine.

Özil ha conosciuto il villaggio d’origine della famiglia a Zonguldak solo all’età di 17 anni, scrivendo di non sentirsi a casa. Secondo chi lo conosce, non era una posa, ma la confessione di una distanza reale, culturale ed emotiva. Negli anni successivi, mentre la sua carriera decollava tra Schalke, Werder Brema, Real Madrid e Arsenal — la Germania è diventata definitivamente il suo centro. Con la nazionale ha giocato 92 partite e ha vinto i Mondiali nel 2014. Dopo l’eliminazione al primo turno in Russia è cambiato tutto, un collasso, un’implosione sentimentale, con l’annunciò dell’addio alla nazionale e la denuncia di «razzismo e mancanza di rispetto». La foto con Erdogan scattata pochi mesi prima a Istanbul aveva aperto una frattura profonda. Da quel momento, Özil ha progressivamente preso le distanze dal paese in cui è nato. La scelta di chiudere la carriera in Turchia è parsa la classica chiusura del cerchio. L’arrivo al Fenerbahçe, nel gennaio 2021, è stato accolto con entusiasmo, prima di scoprire che la relazione sarebbe stata piena di infortuni, forma precaria, tensioni con l’allenatore. Un’esperienza chiusa in modo amaro.

Ha avuto una fine di carriera triste, scriverà il giornalista turco Yusuf Kenan Çalk. Il successivo passaggio al Başakşehir, per otto presenze totali, ha raffreddato ulteriormente il rapporto con il pubblico. Oggi, più che un ex campione, Özil viene percepito come una figura in cerca un riscatto simbolico. Un riscatto che passa dall’Ümraniyespor, il club di serie B in cui ha investito, presentando un ambizioso progetto per l’accademia. L’obiettivo dichiarato è colmare il ritardo della Turchia rispetto all’Europa nella formazione dei giovani. Nei fatti, il progetto si muove dentro una rete politica sostenuta dal sindaco AKP del distretto, e il più grande sostegno economico viene da Erdogan. Secondo Bags Erten, osservatore del calcio turco interpellato da L’Equipe, «lo sport è il settore in cui l’AKP ha fallito: non ha mai creato nulla». A Istanbul, dove vive con la moglie Amine Gülse e le due figlie, Özil è una presenza intermittente. Una volta appare a pulire una moschea, un’altra volta si vede in moto mentre prende la patente. Partecipa a incontri e conferenze, sempre senza annunciarlo. E la sua adesione all’AKP continua a dividere. Per alcuni è opportunismo, per altri un ritorno coerente alle origini. «C’è una dicotomia evidente tra il discorso di Erdogan e il percorso di questo calciatore», osserva la sociologa Gaye Petek. «Entrando nel partito del presidente, Özil ritrova una forma di legittimità». Secondo il giornalista Murat Yildiz, il nodo è più intimo: «Si sente colpevole di aver scelto la Germania. Vuole essere accettato dai turchi. È il suo trauma e non riesce a superarlo».

Così, Özil finisce per incarnare la relazione ambigua tra la Turchia e i suoi alaman, così si chiamano i membri della diaspora cresciuta altrove, ma chiamata a dimostrare continuamente la propria appartenenza. “L’ennesima contraddizione – chiude L’Equipe – di un campione famoso per il suo approccio anticonformista.

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