Andiamo a comandare Rovazzi canta Spalletti e la Juventus
È diventato tutto ufficiale poco dopo le sei e mezza del pomeriggio, ma al mattino presto Spalletti era già alla Continassa per le visite, la firma, le foto e i selfie con quella cinquantina di persone che lo aspettavano, “un bagno di folla” si legge da molte parti. Il Corriere della sera dice che la sua missione sarà possibile solo se “comanda Spalletti”. Massimiliano Nerozzi ha scritto: “A casa Juve è ormai un via vai di tecnici, da far sembrare Zamparini un tipo paziente: via Allegri, Motta, Tudor, per l’unica panca (vincente) di Massimo Brambilla, un traghettatore al posto di un altro traghettatore, il croato, confermato per mancanza di tempo, tra il Mondiale presente e la preparazione incombente. Per non parlare dei nomi girati: da Conte a Gasperini, il colloquio di lavoro più veloce della storia. L’idea meravigliosa, per dirla con Cesare Ragazzi, sarebbe mettere una buona volta il punto a ricostruzioni e anni zero: del resto, Spalletti non ha la storia (32 anni di panchine) e il curriculum (9 trofei, tra Italia e Russia) del traghettatore”.
Eppure da nobile traghettatore viene trattato. La Juventus sceglie la migliore opzione sul mercato ma gli offre un contratto da 8 mesi e senza neppure l’obbligo della conferma in caso di qualificazione alla Champions. C’è solo un’opzione. Una contraddizione colta anche da Gianfranco Teotino nel suo pezzo per Sky Sport Insider, dove dice che è l’uomo giusto ma a queste condizioni potrebbe non bastare. Gli offre questo contratto perché questo può offrire, con altri due stipendi a bilancio da 26 milioni complessivi per tenere seduti sul divano Thiago Motta e Tudor. Emanuele Gamba descrive su Repubblica un club scottato che vuole valutare “senza ansia se sia la persona giusta per aprire un ciclo o soltanto per gestire l’emergenza”. Marco Iaria sulla Gazzetta la chiama “la voragine dei costi” e dopo un dettagliatissimo pezzo di numeri e analisi sintetizza: “Gli acquisti sbagliati più gli esoneri più Giuntoli fanno un totale di quasi 380 milioni di investimenti sbagliati nell’ultimo triennio”.
Maurizio Crosetti, ancora su Repubblica, gli dedica un ritratto composto per parole chiave. Nel lessico di Spalletti ci sono i topolini [le spie negli spogliatoi] e le vampate, c’è un mondo che viene descritto come quello del BarLume delle storie di Marco Malvaldi. E Crosetti dice: “Non sarà facile per Lucio nell’introversa Torino, luogo dove non pochi artisti uscirono di senno e alcuni di loro la fecero finita. Torino e la Juventus vogliono produzione, risultato, motori, lamiere, non aggettivi, non paradossi. Qui l’aforisma è un lusso di gente libera e fieramente marginale”.
Titolo del giorno su La Stampa: “E Lucio fu”. Marco Tardelli scrive nella sua rubrica che punterà forte su Vlahovic – e qui si dice e qui si nega – Vlahovic con Spalletti fa i buchi a terra. In una intervista col giornale torinese, Rosella Sensi parla di lui: «Nel mondo del calcio spesso l’uomo è permeato nel professionista, non è semplice distinguerli. Però ci sono due momenti di lui che conservo nel cuore. Ripenso a quanto mi fu vicino quando nacque mia figlia. Ma anche quando morì mia mamma Maria, Luciano era gia all’Inter ma pur lavorando a Milano riuscì a essere presente con grande sensibilità, ci colpì molto il fatto che fece di tutto per esserci, per salutarla».
Dentro le scarpe Luca Carboni canta il gol di Petar Sucic
Prima che il titolo di Luca Carboni potesse cantare la prodezza di Petar Sucic è stata la suola di Sucic a cantare. Un dribbling fatto a quella maniera là, come Zidane – si ripete da mercoledì sera – anche se i tifosi romanisti sono un poco risentiti perché quel gesto apparteneva pure a Totti. Paolo Tomaselli sul Corriere della sera ricorda che “Petar sa mungere le mucche, preparare il formaggio, insaccare le salsicce, mandare in gol gli altri con spunti geniali” ma avverte pure che “tutti questi paragoni affascinanti non aiutano troppo a capire questo centrocampista multiuso. Porta ancora l’apparecchio per i denti e studia italiano già da febbraio. L’infortunio di Mkhitaryan gli ha tolto la patina di timidezza da bravo ragazzo di campagna e lo ha condotto in un’altra dimensione”. E qui – parrà un’ossessione – ancora non si capisce perché a Napoli al posto dell’armeno non sia entrato lui, ma Zielinski.
Volo rovescio Leo Gassmann canta la rovesciata di Bonazzoli
Repubblica celebra invece la rovesciata di Federico Bonazzoli, il secondo gol segnato così: al Genoa dopo quello al Milan. Franco Vanni lo ha intervistato: «Le rovesciate le ho sempre fatte, fin da bambino. È un gesto naturale, poco allenabile. È istinto. Quando arriva la palla giusta, la faccio e basta, in partita e in allenamento. Da Fabio ho imparato altre cose, alcune astuzie nei movimenti in area. Adesso imparo da Vardy».
Sulla rovesciata scrisse parole definitive Gabriele Romagnoli, sempre su Repubblica, qualche anno fa: “Un’acrobazia da bustina Panini, un gesto perfetto che la memoria non sa se conservare come un brillante o gettare come un pezzo di vetro. C’è un luminoso secondo che schiude le porte del possibile e accende l’eterno interrogativo: che fare? Lasciar andare o buttarsi? Tentare il gran gesto rischiando la fetenzia da Gialappa’s?”.
Onda su onda Paolo Conte canta Stefano Pioli
Un uomo cade da una nave ma la sua compagna non se ne accorge. Adesso c’è il rischio che la Fiorentina non percepisca il rischio che sta correndo. Lo scrive Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio: “Sono giorni in cui tornano in mente le due precedenti retrocessioni. Quella del 2002 era scritta, con la società sull’orlo del fallimento e con Vittorio Cecchi Gori che non si rendeva conto di quanto stava succedendo. Ma nemmeno la stagione 92-93, che portò alla penultima retrocessione, ha dei punti di contatto con questa. Era una Fiorentina fortissima, con Batistuta, Effenberg, Baiano, Orlando e Brian Laudrup, alla tredicesima giornata era seconda in classifica, poi Cecchi Gori cacciò Radice e fu l’inizio della fine. Quella squadra si ritrovò in B quasi senza rendersene conto, fu un crollo verticale e improvviso. La Fiorentina di oggi, e qui torniamo al discorso iniziale, ha invece la possibilità di prendere consapevolezza del rischio anche solo guardando la classifica. Negli anni scorsi, sono state poche le squadre che si sono salvate quando, alla nona giornata, avevano solo quattro punti. Visione pessimistica? No, visione realistica e, per ribadire il concetto, se la Fiorentina non lo capisce subito c’è da aver paura”.