La discussione In Spagna sulla retromarcia della Liga da Miami

 

Dopo la marcia indietro su Villarreal-Barcellona a Miami, il gran capo del calcio spagnolo Javier Tebas ha dato del provinciale a tutti, questo siete, siete gente che vuole giocare a pallone nel cortile di casa anziché andare in tour per il mondo con un recital. Così da provinciale gli risponde Rafa Cabeleira da El Pais, dicendosi provinciale da molto prima che a Javier Tebas venisse voglia di parlare come quei tuiteros del barrio di Salamanca, dice, gente senza strada. Si dice provinciale,e  con orgoglio. Dice che ci vorrebbe ben più di un appartamentino in affitto al centro di Madrid, o di una partita di Liga in uno stadio pacchiano di Miami, per togliergli l’orgoglio di essere di provincia, essere nato in un angolo del mondo dove i bar aprono prima delle scuole e il calcio si comincia a sentire tra le pozzanghere, proprio lì dove suo cugino Marcos si ruppe due denti con un pallonata. Quel posto, racconta Cabeleira, dove un tifoso non viene classificato in base al prezzo del biglietto e dove la passione non si riduce a una presentazione in PowerPoint. 

Insomma: una gran rivendicazione di quel bel calcio di una volta. Ecco. Cabeleira chiede a Tebas di spiegare in cosa consista esattamente quell’occasione perduta per il calcio spagnolo nel suo insieme, dove stia il beneficio collettivo nel portare una partita di campionato nel cortile del vicino ricco che vive a migliaia di chilometri dallo stadio più vicino, e come si possa capitalizzare la delocalizzazione. In che modo – domanda – migliora l’esperienza dei tifosi se Lamine Yamal e Gerard Valentín devono attraversare un oceano per farsi una foto con qualche dirigente? Gli pare che invece la Liga si riduca così a una franchigia con l’anima di una pizzeria australiana – dove peraltro certe volte la pizza è davvero buona. 

A mancare, scrive Rafa Cabeleira su El País, non sono le luci ma gli argomenti: L’unica occasione che sembra aver perso il nostro calcio è quella di non essersi coperto di ridicolo su scala intercontinentale. Di quell’avvocato di Huesca che conosceva la Segunda B a memoria – conclude l’editorialista del giornale spagnolo esprimendo il suo punto di vista – non resta più nulla. Ora, dal suo balcone di marmo, ci impartisce lezioni di modernità, globalizzazione e futuro. Ma il calcio si regge sulla nostalgia, sui luoghi comuni e su quei rituali che dobbiamo ripetere ogni fine settimana. E se essere provinciali significa preferire il ruggito di San Mamés o di Riazor, qui resteremo, fermi e orgogliosi: c’è chi sogna Miami, e chi sogna di non farsi rubare la domenica”. 

El País ha condotto una campagna critica anche nei giorni precedenti la decisione. Nella sua rubrica del lunedì, Manuel Jabois aveva scritto che una Liga intenzionata a sbarcare a Miami non era un passo verso il futuro, ma un remake tropicale di Scarface, dove Tony Montana e Javier Tebas condividono la stessa ambizione: fare affari. Queste cose non si fanno per amore, ha scritto Jabois su El País: si fanno per milioni, sacrificando identità e appartenenza – il suo pensiero – in nome di un marketing che traveste la nostalgia da modernità.

Al di là di come ragionano Cabeleira e Jabois, o quel che si pensa qui o là, conta che fossero contrari i calciatori. Gli attori dello spettacolo. 

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