Ciao, mister: preferisco mio figlio

  

Il padre è sempre altrove

Aldo Busi

 

Ciao, mister: preferisco mio figlio

Erling Haaland aveva appena segnato il suo dodicesimo gol stagionale quando gli hanno chiesto il segreto di questa forma scintillante. Dopo aver deciso la partita del Manchester City contro il Brentford, ha sorriso e ha risposto che tutto è cominciato con la nascita di suo figlio. «Puoi essere pronto fisicamente, ma devi esserlo anche mentalmente. E con un bambino, lo sono di più: mi disconnetto dal calcio come mai prima», ha spiegato a Sky Sports. «Quando torno a casa, mi rilasso davvero. Credo di dover ringraziare mio figlio».

Come scrive Tom Burrows su The Athletic, la paternità e il calcio, due mondi spesso trascurati, si intrecciano nella vita della maggior parte dei giocatori. Danny Hollands, ex centrocampista del Charlton, disse che alla nascita delle sue tre gemelle nel 2011 — Sofia, Annabella e Mia — era arrivato «il più duro della mia vita». La moglie Natalie si caricò gran parte del peso, lui cercava di dormire quando poteva, persino negli spogliatoi prima delle partite. «Era tutto molto regimentato, come in un campo militare». Eppure quella stagione, fra biberon e allenamenti, fu una delle migliori della sua carriera: Charlton vinse la League One, Hollands non perse un minuto.

Anche per Curtis Jones, del Liverpool, diventare padre è stata una rinascita. «Gioco con il sorriso, è una gioia diversa», disse dopo un gol contro il Chelsea. Alex Kenyon, oggi vice allenatore del Fylde, racconta che l’equilibrio è sempre precario. La prima figlia nacque nove giorni dopo il suo trasferimento in Scozia: «La bambina faceva avanti e indietro in macchina fino a Ayr. È stato durissimo». Quando è arrivata la seconda figlia Penelope, lui era di nuovo in campo dopo 48 ore. «Lo staff mi diceva che sembravo uno zombie, ma volevo esserci. Come allenatore, non ti fermi mai».

Cameron Brannagan, capitano dell’Oxford United, ricevette la chiamata mentre stava uscendo dal campo. «Appena sono stato sostituito all’80°, mi hanno detto che stava nascendo. Ho preso la borsa e sono corso via dallo stadio». Arrivò in ospedale in tempo: il piccolo Leo nacque cinque minuti dopo mezzanotte.

Non tutti i racconti hanno un lieto fine. Ben Gibson, difensore del Norwich, ha vissuto l’angoscia di una figlia nata prematura, Mylie, rimasta 44 giorni in terapia intensiva. «Mi dissero di chiamare subito casa. Mia moglie mi riferì che la bambina aveva smesso di respirare otto volte. Sono corso in ospedale. In quel momento ho capito: il calcio non è importante rispetto a questo».

Questo pezzo di The Athletic incrocia un reel che l’algoritmo sta facendo girare sui feed dei malati cronici di pallone, l’intervento di Maurizio Ganz a una trasmissione della tv svizzera di lingua italiana [si vede qui]. In sostanza Ganz riferisce il suo sospetto: Arrigo Sacchi da cittì gli avrebbe negato l’esordio in Nazionale, anche solo il minuto che lui desiderava, anche sul 5-0 contro Malta, perché quando gli nacque un bambino lui corse da sua moglie. Non era stato calciatore fino in fondo. Era stato anche un pochino uomo, compagno. 

The Athletic dice che le cose nel tempo sono cambiate. Speriamo. Martin Allen fu multato nel 1989 per aver saltato una partita del QPR e aver assistito al parto di suo moglie. «Vedere un bambino venire al mondo è stato il momento più speciale della mia vita», raccontò. Oggi giocatori come Kingsley Coman, Phil Foden o Ryan Gravenberch lasciano senza esitazione il ritiro per la nascita di un figlio, e gli allenatori lo accettano.

Ma come accade in certe aziende, dove se chiedi il congedo di paternità diventi un nemico del popolo, quella resta una frontiera che non si oltrepassa. È previsto anche nel calcio inglese, ma nessuno lo chiede. «Dopo la nascita di Penelope – racconta Kenyon – mi mandavano dei meme di Roy Keane che diceva: non è lui che ha partorito, no? Tutti ci scherzavano, ma è così che funziona questo mondo».

La paternità, nel calcio – conclude The Athletic – è ancora una partita da giocare: contro l’idea che fermarsi per essere padri significhi smettere di essere calciatori. L’anno scorso Walter Benitez lasciò il ritiro del PSV prima di una partita di Champions contro la Juventus per tornare a casa. Mentre nasceva il bambino, gli saranno fischiate le orecchie per le critiche ricevute. 

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