La retromarcia della Liga su Miami

 

La protesta riuscita dei calciatori in Spagna

La Liga si è arresa. Quattro anni dopo la Superlega, un’altra sollevazione ha prodotto la marcia indietro dello Zeitgeist del pallone. Stavolta sono stati i calciatori stessi a mobilitarsi, per far cancellare il viaggio intercontinentale verso Miami di Villarreal-Barcellona. Javier Tebas è uscito scornato dalle minacce e dalla censura alle immagini della protesta. La missione è stata cancellata proprio mentre le due squadre interessate giocavano le loro partite in Champions. Florentino Pérez è riuscito a far dire al suo ufficio comunicazione che il calcio è del popolo. Florentino. Il popolo. 

I media spagnoli hanno accompagnato la protesta con simpatia. Luis Nieto su AS scrive che bisogna festeggiare. La posizione feroce assunta da Tebas contro quasi tutti ha spaventato il promotore dell’evento [Relevant, ndSl], preoccupato per l’incertezza generata. A Tebas vanno riconosciuti i suoi successi come chirurgo. Ha curato la ferita sanguinante del calcio spagnolo e ha portato i club a una logica economica che la loro fallita trasformazione in società per azioni non era riuscita a realizzare. Ma a volte non si rende conto dell’utilità della sua mano sinistra. Gli era venuto comodo vendere un’unanimità che non è mai esistita

Come la sollevazione dei tifosi britannici contro la Superlega aveva avuto le spalle coperte dal governo di Boris Johnson, così la protesta del sindacato calciatori di Spagna ha avuto una sponda silenziosa e ancora inespressa presso il ministero dello sport, dove stavano studiando le carte per trovare violazioni al regolamento. Non si può escludere – dice AS – che ci l’influenza del governo nel cambio di rotta della Liga. 

Anche il parlamento europeo si era detto contrario e il vento di una certa aria romantica ha soffiato nelle vele dei vascelli usciti in mare per la protesta. Il calcio non è solo gioco, non è solo spettacolo, e nemmeno un catalogo di virtù morali aveva scritto José Luis Pérez Triviño su El Pais, aggiungendo che la popolarità e la passione che suscita tra i tifosi non risiede nelle qualità tecniche dei calciatori, né nella bellezza e nell’emozione del gioco stesso. Non è nella velocità, non è nei dribbling, non è solo la magia dei gol a conquistare. C’è qualcosa di più profondo e imprendibile. La partita a Madrid era per Triviño un colpo simbolico al cuore del calcio come fenomeno sociale e culturale di un quartiere, di un paese o di una città. Il calcio che si esporta come merce – ha sostenuto nel suo editoriale – amplia il proprio pubblico, certo, e crea pure una sorta di lealtà lontana: tifosi in Africa, Asia, America che comprano maglie e abbonamenti per sentirsi parte di una storia. Ma ogni passo in questa direzione – come una partita di Liga a Miami – è un salto qualitativo verso il predominio del profitto sugli interessi dei tifosi. Un club che non appartiene più ai suoi tifosi rischia di diventare un club senza anima, come una qualsiasi azienda che ha clienti ed è redditizia. Disgiungere il calcio dal territorio non è solo un’emorragia geografica. È anche emotiva, e le vittime sono i tifosi.

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