L’Europa vista dalla Ryder Cup

Ci sono cose in cui gli americani sono più bravi di tutti, non c’è niente da fare. Un tempo eccellevano nell’esportazione della democrazia, oggi stanno diversificando il prodotto e stanno ampliando l’offerta di beni e servizi, ma immutabile resta la vocazione allo show. Prendiamo la cerimonia di apertura della Ryder Cup. Solitamente in Europa è vivace quanto il pensiero di un filosofo danese, il Guardian l’ha definita uno degli eventi più dolorosi per uno spettatore. Quando la Ryder Cup si svolge in Europa, la cerimonia di apertura non si svolge. Si infligge. 

Vuoi mettere invece con quella di ieri, a passo svelto, con la colonna sonora dei Beastie Boys e Jay-Z, riempita da un roboante volo di elicotteri programmato per introdurre l’inno nazionale e da una squadra di paracadutisti atterrata poco fuori il fairway della diciottesima buca. Questo passaggio – ehm, in effetti – poteva venire meglio. Ci hanno messo un tempo lunghissimo per scendere dal cielo, nonostante andassero a 130 km orari, e dunque c’è stata una consistente attesa da riempire mentre tutti stavano con il naso all’insù a a guardare. Un momento di confusione e di distrazione dentro la perfezione dello show, uno di quei momenti nei quali sei attraversato da un pensiero solo, dalla speranza che il responsabile non sia la stessa persona che custodisce la famosa valigetta con i famosi codici. Ma dura giusto un attimo, è solo il pensiero intrusivo di un istante. 

La Ryder Cup è uno dei pochi posti nello sport in cui l’Europa ha una squadra e un nome. La sua vicinanza con la Laver Cup induce a credere per una manciata di giorni che l’Europa esista davvero, come durante le Olimpiadi, quando spuntano con una certa regolarità i calcoli su quante medaglie vincerebbe una squadra unita. Solo che la somma dei podi di Francia, Germania, Italia eccetera, non tiene conto del fatto che prima ci sarebbero delle selezioni, chiamiamoli Trials all’americana, e dunque in alcuni sport tre europei ai primi tre posti non li vedremmo. 

Dettagli. Questo luogo con una bandiera e senza un esercito, con un Parlamento e senza una vera capitale, con una moneta unica che circola ma con cento facce e cento simboli diversi; questo posto che possiede un inno ma nessun popolo a cantarlo, nessun atleta con la mano sul cuore, nessuna Nazionale in campo, si ritrova periodicamente su un campo di golf e su un campo di tennis, per due manifestazioni che si danno il cambio. 

Entrambe portano il nome di due signori che cittadini europei non sarebbero. Uno è Samuel Ryder, mercante di spezie britannico figlio di un giardiniere. L’altro è Rod Laver, australiano, nato da una famiglia di agricoltori ai tempi in cui – dopo la seconda guerra mondiale – era permesso ai ragazzi intraprendenti di mettersi a caccia di canguri. Si era costruito con il papà e con i suoi fratelli il primo campo da tennis nella loro tenuta, usando per il fondo nidi di termiti triturati. Ryder si era invece appassionato al golf per motivi di salute, voleva fare l’insegnante, il medico gli disse di stare più spesso all’aria aperta.

In queste due Coppe che flirtano allo stesso tempo con il Vintage e con l’Innovazione, dentro una formula dove si alternano agonismo e show, due sport popolari ma a lungo non del popolo danno forma a un’Europa altrove inesistente. Mai come in questo tempo ansioso viene da pensarci. 

Qualche anno fa Pasquale Coccia se ne occupò per il Manifesto domandandosi: Perché l’Europa non ha una squadra di calcio? Una nazionale di calcio dell’Europa potrebbe dare maggiore impulso al processo di identità dei cittadini europei? L’Uefa è più potente dell’Europa politica, dovrebbe cedere il suo potere a una Federcalcio d’Europa?”. 

L’UNIONE INCOMPIUTA E LO SPORT

Affrontò l’argomento dialogando con Nicola Sbetti, ricercatore presso l’Università di Bologna, storico dello sport, autore del saggio Le identità europee nello sport (recuperabile anche in rete e per intero qui). La tesi di Sbetti è che l’Europa politica sfrutti poco il grande potenziale dello sport. Primo: perché la struttura dello sport globale mette da sempre i singoli paesi in competizione tra loro e la politica sa quanto lo sport sia decisivo nella costruzione delle identità nazionali (Le élite dominanti non hanno esitato ad adottare lo sport nei processi di nation building). Secondo: perché la UE si è occupata più di integrazione e inclusione – una volta sociale, una volta più finanziaria – anziché costruire una identità, politica ma pure sentimentale. Quando ne scrisse, peraltro, Sbetti era scettico sul fatto che una qualche Nazionale europea o un’Europa alle Olimpiadi sarebbero state in grado di limitare xenofobia e nazionalismi. Figuriamoci adesso. 

In Nation and Nationalism since 1780: Program, Myth, Reality, Eric Hobsbawm ha scritto che “le comunità immaginate di milioni sembrano più reali in una squadra di undici persone. L’individuo, anche quello che fa solamente il tifo, diventa un simbolo della nazione stessa”. Qualche tentativo è stato fatto, non per caso nel dopoguerra, quando il nazionalismo era ancora vissuto come un trauma perché aveva condotto le città a un cumulo di macerie. Sbetti ricordava nel suo studio che alcuni quotidiani proposero nel 1946 lo svolgimento di un Giro ciclistico d’Europa, con partenza e arrivo a Parigi, con tappe in Svizzera, Italia, nella zona di occupazione francese (l’Austria o la Baviera), il Lussemburgo, il Belgio e l’Olanda. 

Nel giugno del 1947, alla vigilia dell’ultima tappa del Giro d’Italia, dopo uno sconfinamento a Lugano, il poeta Alfonso Gatto che seguiva la corsa come inviato per l’Unità scrisse: Se cominciasse adesso un Giro di Europa immaginatevi che bazza! Bartali penserebbe ai Carpazi e Coppi sognerebbe ancora una volta di essere incoronato sul Pindo; Malabrocca sarebbe pronto ad accumulare settimane di ritardo e Corrieri sacchi di valuta per tutti i traguardi”.

Effettivamente nel 1954 si corse, attraversò alcuni luoghi simbolici, seguì una seconda edizione e poi arrivederci. Trent’anni più tardi le istituzioni della CEE abbozzarono un progetto di Giochi della Comunità Europea (European Community Games), uno studio di fattibilità venne commissionato alla Diners Club International, la quale indicò quattro criteri – racconta Sbetti – intorno a cui costruire l’evento: “I Giochi avrebbero dovuto avere una chiara connotazione comunitaria; (2) sarebbero dovuti essere complementari ai principali grandi eventi sportivi già esistenti; (3) sarebbero dovuti essere economici, facili da organizzare e auto-finanziati; (4) avrebbero dovuto utilizzare i media – e in particolare la televisione – in maniera efficiente”.

La prima edizione venne immaginata per il 1989 tra Amburgo, Atene, Charleroi, Dublino, Glasgow, Hillerod, L’Aia, Lisbona, Lussemburgo, Malaga, Siena, e Vittel. Molto prima degli Europei itineranti dell’estate scorsa. Solo che nel 1989, bicentenario della Rivoluzione Francese, l’Europa ebbe altro per la testa. Il rinvio al 1991 segnò il destino di un evento simbolo dell’incompiutezza sportiva di un’utopia chiamata Europa. 

L’Europa è esistita in certe manifestazioni alla Buffalo Bill. È esistita come raccoglitore di sportivi europei, ecco. “Un’Europa più geografica che politica” sintetizzava Sbetti nello studio citato. L’Europa era nelle selezioni di calcio che sfidavano in amichevole il Resto del Mondo o il Sudamerica, in una partita di hockey su prato contro l’India (agosto 1952), in un confronto di taekwondo con l’Asia (2012), in qualche staffetta che per ragioni organizzative si è rivista ai Giochi Olimpici Giovanili. Esisteva un contenitore con l’etichetta Europa pure nella bellissima Coppa del mondo di atletica leggera. 

“L’Europa sportiva – ricorda Sbetti – era significativamente vestita di blu, tuttavia quella cromatica è apparsa l’unica concessione ai simboli dell’Europa politica, se si considera che molte vittorie sono giunte grazie al contributo decisivo degli atleti russi ed ex sovietici”. 

LA CONTESTAZIONE A LUKE DONALD

Solo quattro anni fa il Washington Post scriveva che le quattro sconfitte degli USA nelle ultime cinque edizioni della Ryder Cup andavano spiegate con una minore coesione di squadra, quasi come se la vera nazione fosse l’Europa e non gli Stati Uniti d’America. 

L’aria che tira nei luoghi della politica deve aver inciso sull’imbarazzante coda alla cerimonia di ieri, o forse no, forse erano solo gli effetti di qualche birra di troppo. Certe volte diamo alle cose più importanza di quanta ne meritino. Poche ore dopo le parole di Donald Trump all’ONU contro l’Europa rammollita dall’immigrazione, un altro Donald – Luke Donald – capitano del team Europa, è stato fischiato durante il discorso tenuto a Bethpage. Dall’inizio alla fine. Il Guardian ha scritto che la circostanza dimostra quanto sia difficile essere oggi europei in America. Ma è la seconda cosa peggiore possa capitare a Bethpage questa settimana. I fischi ricevuti sono stati un caloroso benvenuto rispetto alla contestazione riservata alla governatrice dello Stato di New York, la democratica Kathy Hochul, fischiata così forte che il suo breve discorso è stato quasi coperto.

Donald si è tolto qualche pietruzza dalle sneaker parlando dei soldi garantiti a chi gioca per gli USA, ma erano così sottili che bisognava parlare un inglese diplomatico per coglierle spiega il Guardian stamattina. Ha detto che i golfisti europei sono alimentati da qualcosa che il denaro non può comprare – e anche in questo passaggio veniva da pensare alla distanza con l’Europa politica senza un collante. 

Il momento più alto e più rumoroso dell’Europa nello sport resta legato a Elisa Di Francisca. Dopo l’oro olimpico di Rio, una volta giù dal podio, prese tra le mani la bandiera dell’Europa. Erano i giorni del terrore dopo gli attentati a Parigi e Bruxelles. «L’Europa esiste – disse – ed è unita contro il terrorismo. Non diamola vinta a chi vuole farci chiudere dentro casa. Viviamo nella paura, negli aeroporti e negli ascensori. C’è meno Europa di prima, ma possiamo convivere tutti insieme con amore.  Il mio è stato un atto di amore, mi è venuto dal cuore. Non c’è un messaggio politico ma solo di coscienza: vogliono che abbiamo paura uno dell’altro, noi invece dobbiamo rispondere con l’amore. Ci teniamo alla vita, per chi crede è un dono di Dio da rispettare».  

Aldo Cazzullo per il Corriere della sera scrisse: “Ha fatto più per l’Europa Elisa Di Francisca in pochi secondi, che la burocrazia in vent’anni. Ora paradossalmente si discute qui a Rio se il regolamento non sia stato violato comunque: gli atleti possono mostrare la bandiera del loro Paese, non altre; e l’Unione Europea non è un Paese, non è una confederazione, non sa neppure lei chi e cosa è”. 

Una squadra di golf. Ecco cos’è. Per giunta pure con degli inglesi in squadra. 

[rielaborazione di un pensiero fatto quattro anni fa, e ancora più attuale di quattro anni fa]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.