I primi Mondiali di ciclismo in Africa: il dibattito sullo sportswashing del Rwanda

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I primi Mondiali di ciclismo in Africa

Dieci anni fa, l’idea dei Mondiali di ciclismo in Africa sarebbe stata un romanzo di Soriano. In Gabon si erano inventati la Tropicale, la corsa principale aperta ai professionisti in tutto il continente. Era l’ultimo pezzo di mondo escluso dalla festa globale della bicicletta, negli anni in cui la maglia iridata finiva in 11 paesi diversi nel giro di 13 anni, e per sei di loro si trattava della prima volta. L’Australia apriva e apre la stagione con il Tour Down Under, l’Asia la chiudeva con la Japan Cup dopo aver avuto la stella di Nakano su pista, l’America Latina aveva scoperto l’arte dei colombiani di scalare montagne negli anni Ottanta. Restava l’Africa. 

David Lappartient è stato il primo a candidarsi alla presidenza dell’UCI promettendo ai delegati africani che un giorno avrebbe portato i Mondiali nella loro terra. Sean Russell sul Times scrive stamattina che Kigali è il luogo perfetto per gareggiare in bicicletta. 

Nella terra delle mille colline, ci sono molte salite impegnative, un pubblico entusiasta e numerose strade acciottolate per chi ama il ciclismo di stampo nord-francese e belga. Si trova anche a 1.567 metri sul livello del mare, 500 metri sopra Andorra, dove vivono e si allenano molti professionisti. E come gli arrosticini spesso distribuiti ai ciclisti al Giro d’Italia lungo le strade abruzzesi, il Ruanda è famoso per i suoi spiedini di carne

Il trauma Coppi  |  In effetti Leonardo Coen sul Fatto quotidiano sottolinea che la nostra memoria associa ciclismo e Africa alla tragica circostanza della malaria di Coppi, la causa della sua morte nel 1960. Ma oggi l’Africa ospita i primi Mondiali di ciclismo del Continente Nero in quel tropicale Ruanda tanto caro a Ernest Hemingway per via dei gorilla di montagna del Parco nazionale dei Vulcani: mai avrebbe immaginato che nel Paese delle Mille Colline ci sarebbe stata una simile kermesse sportiva, anche perché ai suoi tempi di biciclette da quelle parti non ce n’erano molte e quelle che c’erano erano sgangherate e pesanti come cancelli. Adesso, il nome di Hemingway è associato in Ruanda a un marchio di alberghi e viaggi di lusso, la capitale Kigali è moderna e sfoggia strade bene asfaltate, il ciclismo è diventato lo sport locale più popolare tanto che tre dei dieci milioni di abitanti seguono il Tour del Ruanda, nato nel 2009 e da poco promosso in categoria 1 nel calendario Uci, la federazione internazionale. Dietro questo boom delle due ruote, c’è pure un intento politico: il ciclismo come cura collettiva per riappacificare la popolazione decimata dal genocidio che nel 1994 provocò la morte di un milione di ruandesi in tre mesi, gran parte Tutsi, massacrati dagli estremisti Hutu. Senza dimenticare le recenti tensioni con la vicina regione congolese di Kivu, ricca di terre rare, dove i ribelli dell’M23 combattono le forze regolari e sono foraggiati dal Ruanda.

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orizzonti

La politica

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Questo Ruanda capita tra le ruote delle biciclette di un gruppo che alla Vuelta ha fatto i conti giorno per giorno con le proteste popolari contro l’invito alla Israel Premier-Tech. Nella prossima settimana, geopolitica, genocidio e sportswashing saranno al centro dell’agenda del presidente dell’UCI che finora ha resistito alle richieste, alcune provenienti dall’interno del ciclismo e altre dal governo spagnolo, di sospendere la squadra. Come se non bastasse, Lappartient deve anche difendere la decisione di organizzare i Mondiali in un paese controverso sia per la reputazione del presidente Paul Kagame in materia di diritti umani e democrazia, sia per la recente incursione dell’esercito nella Repubblica Democratica del Congo

Il Ruanda è sotto stretto controllo delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani che considerano il regime di Kagame autoritario. Human Rights Watch ha dichiarato che le ultime elezioni presidenziali, vinte dal presidente con il 99% dei voti, si sono svolte in un contesto di repressione. Anche Lappartient ha delle elezioni alle porte e un’opposizione assai limitata. Dice che la decisione di assegnare la corsa al Ruanda è stata complessa perché lo è il mondo, «la situazione sta peggiorando sempre di più. Dobbiamo gestire questa situazione. La nostra missione è essere politicamente neutrali, ma anche invocare la pace. Serve a garantire che non veniamo usati per ragioni politiche, ma in Ruanda si può davvero percepire il sostegno al presidente. Questa corsa sarà una forza che unirà le persone, non alimenterà le divisioni. È un po’ di cielo azzurro in una giornata grigia. Credo venire qui sia stata la cosa giusta da fare. Non eravamo mai stati in Africa. Sapevamo che ci sarebbero state delle sfide, ma avremo gare meravigliose e immagini meravigliose da diffondere in tutto il mondo».  

El Pais ha invece chiesto a Sergio C. Fanjul, poeta, scrittore, sceneggiatore, docente di scrittura creativa, il senso della protesta nella società contemporanea, a partire proprio dalle manifestazioni viste durante la Vuelta. Fanjul dice che il suo carattere è stato più simile a un’occupazione cittadina dello spazio pubblico, sebbene vi siano stati occasionali tafferugli e alcune cariche della polizia ma senza alcun confronto con gli scontri del Sessantotto, quellio del movimento no-global, i gilet gialli in Francia

“Possiamo comprendere i disordini solo se siamo in grado di scoprire il movimento storico che dà loro forma e contenutoha scritto Joshua Clover nel suo saggio Riot. Strike. Riot: The New Era of Uprisings. Fanjul ne rievoca alcune di più recenti e torna alla Vuelta per sottolineare come l’etichetta rivolta è spesso usata per criminalizzare la protesta, come nel caso della corsa di ciclismo a Madrid. Su El Pais nei giorni scorsi Reyes Maroto ha definito Madrid la capitale della dignità

Eduardo Romanos, professore di Sociologia all’Università Complutense di Madrid, ha detto al giornale che l’obiettivo di chi criminalizza è sottrarre alla protesta la dimensione politica. «Questo legittima la repressione invece di indurre a considerare le condizioni che spiegano il malcontento, spesso nato da un forte senso di offesa e di umiliazione a causa di una emarginazione politica, di una privazione economica o della brutalità della polizia».

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mappe

Il Paese

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L’Equipe pubblica stamattina uno di quei pezzi che vengono definiti di fact checking su tutte le voci e i pregiudizi girati sul conto del Ruanda. Abbiamo distinto i fatti dalle bugie scrive Philippe Le Gars e parla allora di sicurezza assicurata, di livello di umidità sopportabile, raccontando delle decine di hotel costruiti negli ultimi anni in tutto il paese per rendere il Ruanda un polo turistico. Solo a Kigali ce ne sono quasi 20 a cinque stelle, oltre a numerosi lodge sulle rive dei laghi o vicino ai parchi.  Trentuno anni dopo il genocidio dei Tutsi – scrive L’Equipe – il paese si è reinventato e la capitale mostra una tale modernità che il Ruanda è soprannominato la Svizzera d’Africa. Il vaccino contro la febbre gialla non è obbligatorio. Gli europei hanno bisogno solo di una compressa giornaliera di Malarone per combattere la malaria

E se qualcuno si dovesse dolere delle condizioni, delle 33 salite del circuito e dei 5.475 metri di dislivello, sappia che non si tratta di un record o di un eccesso. La capitale del Ruanda si trova a 1.500 metri di altitudine, mentre a Duitama erano 2.500. Nove Mondiali hanno avuto un dislivello superiore, da Solingen nel 1954 a Montreal nel 1974, da Lugano nel 1996 a Utsunomiya nel 1991, fino a Benidorm 1992. Ma non ci facevamo caso, nessuno lo considerava un problema – sottintende L’Equipe – perché non era Africa.

I commenti dei lettori non sono stati tutti rose e fiori. 

In effetti a un giornalista belga che in passato aveva criticato il Ruanda, Stijn Vercruysse, è stato negato il visto di ingresso. Lavora per l’emittente pubblica fiamminga VRT, ma non è riuscito a partite. Al banco del check-in all’aeroporto di Bruxelles è stato fermato su richiesta del governo ruandese alla compagnia aerea [qui ne scrive Escape Collective]

Pasquale Coccia sul Manifesto dice che la storia del ciclismo è stata raccontata solo in chiave europea. Ci sarà un Brera nero che saprà raccontare la povertà e la storia dell’Africa attraverso le viti di una bicicletta?

Lo ha fatto in questi anni e lo fa ancora Marco Pastonesi, autore di Strade nere, 100 storie di ciclismo in Africa e di ciclisti africani [Ediciclo]. Tempo fa definì il Giro del Rwanda la corsa più pazza del mondo. Scrisse sul Foglio: La storia antica tramanda un’edizione in cui sono più numerosi i corridori all’arrivo dell’ultima tappa di quelli alla partenza della prima: un’acrobazia spiegata con l’ingresso delle squadre strada facendo. Alcune si sono presentate in tempo al pronti-via, ma senza bici, bloccate a una dogana, oppure il contrario, sono pervenute le bici ma non i corridori. Altre sono giunte in ritardo per colpa di un pullman recalcitrante, di una guerra strisciante, di un finanziamento singhiozzante. Ma sono tutte state accettate e accolte, a condizione che i corridori si allineino dal fondo della classifica. Un dettaglio, a quel punto, irrilevante. Si narra addirittura di un’edizione in cui, delle tappe, sono sempre conosciute le sedi di partenza, ma non quelle di arrivo: perché l’organizzazione avrebbe bisogno di un collaudo, di un rodaggio, di un perfezionamento impossibili a quelle latitudini, a quelle situazioni, a quelle urgenze

Pastonesi raccontò che all’edizione del 2015 era presente Valens Ndayisenga, nato il primo gennaio del 1994. Lo stesso preciso giorno-mese-anno in cui è venuto alla luce Jean-Claude Uwizeye, dorsale 55. Invece il primo gennaio del 1988 è nato Joseph Biziyaremye, dorsale 52, il primo gennaio del 1993 Jérémie Karegeya, dorsale 53, il primo gennaio del 1996 Joseph Areruya, dorsale 51, e Ephrem Tuyishirmire, dorsale 105. Sei dei 15 corridori delle tre squadre nazionali del Ruanda sono nati il primo dell’anno. Strano, ma vero. La ragione sta nel genocidio del 1994 – un milione di morti in un centinaio di giorni – che ha stravolto il Ruanda. I certificati di nascita sono stati dimenticati e gli uffici anagrafici trascurati finché, per sanare la situazione, ufficiali e genitori hanno deciso di dare il pronti-via con una data simbolica: ogni inizio anno, cioè il primo gennaio, appunto.

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panorami

Noi e loro

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Due giorni fa Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta ha descritto il viaggio di scoperta della spedizione italiana. Quella per il Mondiale in Australia del 2022 era costata 190.000 euro, quella a Zurigo dello scorso anno 270.000 per i costi della città svizzera. La trasferta a Kigali costa 290.000 euro, e la spedizione è composta da più di 40 persone in meno. A Kigali vanno in 43, 27 atleti e 16 persone dello staff, con i tecnici Villa, Salvoldi, Amadori, Velo e Scirea, 4 massaggiatori, 4 meccanici, il cuoco e due persone della federazione. Che ha chiesto uno sforzo extra ai membri dello staff: massaggiatori e meccanici lavoreranno in verticale, su tutti i ciclisti e non si dedicheranno come fanno di solito a un solo gruppo della squadra

Ricci raccontava che sono stati spediti una novantina di pezzi di bagaglio extra, cosa che da sola è costata 50.000 euro, e ogni ciclista avrà a disposizione due bici invece delle solite tre. Regole alimentari In stiva non è finito cibo. Niente di niente. Il cuoco Tiziano Brichese, titolare del ristorante Eden a Ottava Presa, Caorle, ed ex azzurro di ciclismo, non ha potuto imbarcare nulla degli alimenti che abitualmente viaggiano al seguito della nazionale perché le leggi locali impediscono di viaggiare con cibo al seguito. Sono passati solo gli integratori Enervit. La Federazione ha aggirato il problema delle scorte alimentari trovando e contattando un negozio di alimentari italiano a Kigali, Sole Luna

Sul suo Giro di Ruota, Giovanni Battistuzzi riferisce che nel Ruanda l’Uci introdurrà un sistema Gps di tracciamento dei ciclisti. Servirà ad aiutare i giudici di gara a localizzare i ciclisti in caso di caduta e di mancato rilevamento da parte degli ufficiali di gara. L’obbiettivo è prevenire possibili disgrazie, come quella che un anno fa portò alla morte della corridora svizzera Muriel Furrer ai Campionati del mondo in Svizzera. Nessuno si accorse della sua assenza in gruppo e all’arrivo per ore.

 

Sì, ma chi corre?

Oggi si comincia con le cronometro. Tra le donne partecipano in 44. Il primo colpo di pedale ai Mondiali del Ruanda lo darà una ciclista di casa, Xaverine Nirere, 23 anni, anche suo fratello Valens Ndayisenga corre in bicicletta. Sono presenti tre delle prime-10 della classifica UCI: l’olandese Demi Vollering, la svizzera Marlen Reusser, la francese Juliette Niewiadoma. Ma una maglia arcobaleno a cronometro non l’hanno mai vinto, mentre ne ha due in armadio l’americana Chloé Dygert e una l’oalndese Anna van der Breggen.

Tra gli uomini è duello fra Remco Evenepoel e Tadej Pogacar. Il belga va per il tris che è riuscito in passato a Michael Rogers [dal 2003 al 2005] e Tony Martin [dal 2011 al 2013]. IL percorso che ruota attorno a Kigali e non è per specialisti: Filippo Ganna ha scelto di non esserci. La doppietta con la corsa in linea nella stessa edizione non è mai riuscita a nessuno. I precedenti sono 8-2 per Evenepoel nei 10 confronti a cronometro. 

Ferme tutte e fermi tutti: a Kigali c’è Alexandre Roos, l’immaginifica prima firma di ciclismo de L’Equipe, pronto a raccontare il duello. 

Le sue parole: Entrambi avevano i volti chiusi, concentrati, sabato mattina, sul pavé irregolare della collina di Kimihurura. Remco Evenepoel e Tadej Pogacar hanno fatto una ricognizione del percorso, accanto a corridori che di solito non incontrano mai, come una giovane donna sudsudanese che si stava massacrando in salita, ferita dal dolore di una fitta al fianco, in un’atmosfera che ci ha immersi direttamente nella magia dei Mondiali. La salita di Kimihurura potrebbe essere decisiva, non solo perché il pavé potrebbe causare problemi meccanici, ma anche perché si trova nel finale. Quindi, bisognerà tenere da parte un po’ di carburante nel serbatoio per evitare di saltare in aria

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