Ciao Bardet, ci porti via un altro pezzetto di ciclo-ricordi

   

Ciao Bardet, ci porti via un altro pezzetto di ciclo-ricordi

Corpo di mille balene, direbbe a questo punto il marinaio Braccio di Ferro. Che fine ha fatto il cuore, che fine ha fatto tutto quel romanticismo che il ciclismo ci ha contrabbandato attraverso i suoi nobili cantori. Romain Bardet sceglie il Giro del Delfinato per mettere fine alla sua carriera, sceglie di lasciare con la sua corsa preferita, e nessuno che lo lasci andar via per vincere una tappa, prendersi i fiori sul palco, salutare la folla. Due volte ha tentato di scappare dal gruppo durante questa settimana, due volte sono andati a riprenderlo perché la corsa è corsa, la maniera migliore di rispettarlo fino all’ultimo km, era trattarlo con cinismo. Ci ha provato alla fine sul Col de la Madeleine, lui dice «non so se sia stata una mossa disinvolta o forse più disperata. Ma quando puoi divertirti, devi cogliere il momento. Andare in testa alla corsa è stato anche un modo per ringraziare tutti per l’affetto che ho ricevuto, sia questa settimana sia nel corso degli anni». 

Buon ritiro allora, buona vita con il tuo Master in gestione aziendale, gli augura Escape Collective scrivendo con Kit Nicholson che probabilmente i suoi pantaloncini marroni vivranno per sempre nella memoria collettiva degli amanti di questo sport. Non è stato un collezionista seriale di vittorie, undici in tutto. È arrivato poulidorescamente secondo per 41 volte e terzo in altre 32 occasioni. Infatti così lo chiama Le Figaro per l’ultimo tributo, il Poulidor del XXI secolo. È stato per diversi anni uno dei corridori preferiti da Gianni Mura al Tour, non solo per il secondo posto del 2016 e il terzo nel 2017 in due edizioni marchiate a fuoco da Chris Froome, ma anche per il suo rifiuto di portare gli auricolari in corsa, le famigerate oreillettes. Mura gli diede la tessera numero due del partito degli oppositori. La numero uno era la sua. 

Sono stati tutti questi piazzamenti, dice Escape, a rendere i grandi giorni di Bardet ancora più grandiositipo al Tour dell’anno scorso, quando poche settimane dopo aver annunciato tempi e modi del suo addio gli capitò di mettere la prima gialla della sua vita. In Italia. 

Il fatto che sia accaduto durante una Grand Départ dall’estero è un’allegoria che descrive poeticamente la sua carriera: sembrava correre con maggiore libertà fuori dalla Francia. Bardet ha attraversato diverse epoche. È emerso durante il dominio del Team Sky, gli è stato affidato il ruolo di prossima speranza francese con Thibaut Pinot, ha osservato dalla media distanza una nuova generazione di prodigi prendersi le luci della ribalta mentre lui si rifugiava nel ruolo di cacciatore di tappe, e allo stesso tempo il suo personaggio sbocciava. [Le sue foto più belle]

 

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La maglia gialla di Bardet. Quando non ci pensava più

Romain Bardet si era stancato di salire su una bici e andar su e giù, su e giù per la Francia, su e giù per l’Europa, su è giù tra la storia e le aspettative di un paese che non vince il Tour da 40 anni. Un anno e mezzo dopo quel romantico di Thibaut Pinot, un altro pilastro della generazione 2010, qualche giorno fa ha detto a L’Équipe che questo sarebbe stato il suo ultimo Tour, che fatica smettere, certe volte che fatica andare avanti, ma lui ha deciso. Ha guardato il calendario e ha scelto il Delfinato del 2025 come sua ultima corsa. La sua preferita |  Segue qui

30 GIUGNO 2024

 

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Una carriera di vittorie e frustrazioni, così lo saluta Ouest France. La sua squadra gli ha confezionato uno di quei video-tributo che da una certa età non bisogna guardare per non finire in una valle di lacrime, soprattutto se ormai basta un record italiano di Giada Carmassi per commuoversi. Ecco, come dice Lucia Mora su Bicisport, forse non siamo pronti.

Rimpiazzare un pedaleur de charme che ha corso più con la testa e con il cuore che coi misuratori di potenza, con modestia e fair play più che con aggressività e slealtà, non sarà facile. Per niente.

C’è. Ma certo che c’è anche l’immaginifico Alexandre Roos nel giorno del congedo di Bardet. C’è e scrive su L’Équipe che il modo più bello, il posto migliore per salutarlo è proprio questo altopiano del Moncenisio, un luogo magnifico per un tramonto. Molti piccoli cuori si sono spezzati quando lo hanno visto arrivare al traguardo, dopo una carriera in cui è riuscito a perseguire la sua ossessiva ricerca del Tour de France senza perdere l’anima. Bardet ha incarnato il connubio tra ascetismo e brio, tra scienza e romanticismo, e nel momento in cui la prima ha preso il sopravvento sul secondo ha preferito fermarsi. Ma sarà lieto di vedere che la continuità è assicurata, che gli eredi sono sbocciati.

Roos dice così non perché Tadej Pogacar sia francese. È stato lui a vincere la classifica del Delfinato. Per la prima volta nella sua carriera. Dice così perché l’ultima tappa è andata a Lenny Martinez, un Under-22: solo una dozzina di ciclisti nella storia della corsa sono stati più precoci di lui. Martinez era arrivato al Delfinato per puntare alla classifica ma nelle prime due tappe alpine è stato vittima di una cotta [non si dice più tanto questa cosa della cotta, era una bella immagine, associava un ciclista in crisi su una salita a un innamorato, in fondo si sa che è la stessa cosa]. Forse una cattiva digestione, forse fare classifica non è arte sua, e Lenny dovrà trasformarsi in un cacciatore di tappe, ma chi lo sa, chi può dirlo, lo scopriremo col tempo. Magari già al Tour de France

La Francia celebra pure l’ottavo posto in classifica generale di Paul Seixas, 19 anni ancora da compiere [a settembre]. Se si eccettua il Juan Ayuso del 2022 al Romandia e al Giro di Catalogna, non c’era un teenager fra i primi-10 di una corsa a tappe di una settimana da decenni, dai tempi di Heinrich Trumheller al Giro di Svizzera 1992 [sesto], di Greg LeMond al Delfinato 1981 [terzo] e di Giuseppe Saronni alla Tirreno-Adriatico 1977 [terzo]. Come sia finita con LeMond e Saronni è chiarissimo, cosa abbia fatto Trumheller per perdersi non è invece di dominio pubblico. Una volta disse solo di aver dovuto provare l’EPO per disperazione perché dopo aver corso sempre in modo pulito si era accorto che gli altri andavano forte come se provenissero da un altro pianeto. Ora vive a Norimberga e gestisce un negozio di specialità gastronomiche dell’Europa orientale.

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