Tra Gjader e Durazzo ci sono meno km di quanti oggi debbano farne in bicicletta questi 184 uomini per spostarsi da Durazzo a Tirana. Sono 88 contro 160. Chi parte per il Giro d’Italia è dunque più vicino ai migranti rinchiusi nel CPR voluto dal governo in Albania che al traguardo della prima maglia rosa. L’11 aprile le porte del centro di Gjader sono state aperte con un decreto-legge a un primo gruppo di persone come se fosse un qualsiasi altro centro in Italia, dopo mesi nei quali era stato presentato invece come un luogo d’accoglienza per migranti intercettati nel Mediterraneo e in attesa della valutazione della loro richiesta d’asilo.
L’avvocata Anna Pellegrino e l’eurodeputata Cecilia Sala ci sono state nei giorni scorsi per verificare come sono le condizioni di vita. Ne ha scritto il Post riferendo che dall’11 aprile si sono verificati 35 eventi critici, qualcosa cioè che resta dentro un ventaglio che va dalle proteste agli atti di autolesionismo e ai tentativi di suicidio.
“Strada ha parlato di persone che si sono tagliate, di una che ha tentato di cucirsi le labbra perforandole con un filo metallico e di un tentativo di impiccagione che le autorità del CPR hanno classificato come un’azione dimostrativa, di protesta, più che un tentativo effettivo di suicidarsi. Sono tanti, per così pochi giorni di permanenza nel CPR”.
Cecilia Sala ha pure denunciato l’assenza di misure di prevenzione. Ogni cella ospita un letto a castello e un tavolo inchiodato al pavimento. Pare sia molto semplice attaccare corde o lenzuola al soffitto. Il Post scrive che nei CPR in Albania “sono state portate anche persone che si trovavano da anni in CPR italiani, noti tra le altre cose anche per come fiaccano le condizioni psicofisiche delle persone al loro interno”.
“A rendere il CPR albanese un posto particolarmente difficile – si legge – è anche l’isolamento, che è maggiore e diverso rispetto a quello di un CPR italiano. In alcuni di questi si può portare con sé un cellulare, per navigare su internet o chiamare i familiari, ricevere pacchi con vestiti o cibo, o visite del proprio avvocato: in quello di Gjader non è possibile utilizzare il cellulare, ricevere pacchi e i colloqui con i legali, che sono italiani, sono più sporadici perché il centro si trova in un altro paese. Non è stato inoltre ancora attivato un conto corrente per ricevere soldi e poter comprare generi alimentari aggiuntivi, o sigarette, come avviene in carcere”.
Luciana Cimino sul Manifesto ha raccontato che nell’ultimo mese al CPR di Gjader è stata anche la deputata Rachele Scarpa con altri membri dell’opposizione e con il supporto del tavolo asilo e immigrazione. “Per quanto fuori dai confini, il centro di custodia di Gjader si configura come cpr italiano pertanto le persone trattenute dovrebbero essere sottoposte a una valutazione di idoneità alla custodia da parte di un medico del sistema sanitario nazionale che escluda seri problemi di salute fisica o mentale. Questo non è accaduto per tutti i migranti trasferiti in Albania portando il loro diritto costituzionale alla salute, tanto che su 41 persone trasferite, almeno 12 sono rientrate in Italia per incapacità medica o mancate convalide del trattenimento. Senza dimenticare che il viaggio verso Gjader comporta l’uso di navi della marina militare non attrezzate per gestire persone con problemi di salute”.
A 88 km da tutto questo comincia oggi una corsa di biciclette che la Gazzetta chiama “il Giro dei sogni” [“Ogni partenza del Giro d’Italia porta con sé qualcosa di magico. Il Giro andrebbe letto come romanzo popolare”, Pier Bergonzi] ed è la stessa corsa che il 1° giugno si presenterà in Vaticano, per “un omaggio” a Bergoglio e “un saluto” a Prevost, il primo sepolto con la definizione di papa degli ultimi, il secondo apparso ieri al balcone con frasi che invitano all’accoglienza e alla costruzione di ponti, non di muri e fili spinati.
Se le parole hanno ancora un senso, dovremmo aspettarcene almeno una sui migranti così vicini anche dal Giro dei sogni, oppure qualcuno prima o poi avvertirà il bisogno di raccontarci come si possano tenere insieme la carne di Gjader e lo spirito del Vaticano.
Sì ma chi vince?
Ci sono a questo Giro cinque ciclisti che un Giro lo hanno vinto già: i colombiani Quintana e Bernal, l’ecuadoriano Carapaz, l’australiano Hindley e lo sloveno Roglic. Solo l’ultimo pare in grado di ripetersi, uno dei tre al via fra i primi-10 della classifica UCI. Gli altri sono Mads Pedersen e Wout van Aert: Eurosport France si domanda quale possa essere l’obiettivo del belga al Giro [lui dice la cronometro]. Adam Yates, Mikel Landa e Thomas Pidcock sono altre figure che troveremo davanti quando la strada sarà calda, ma davanti troveremo soprattutto Juan Ayuso, lo spagnoletto di 22 anni che ha già mandato segnali di insofferenza verso le gerarchie della UAE: l’estate scorsa doveva fare da gregario a Pogacar sulle strade del Tour, adesso siamo già alla separazione delle carriere. Dove c’è l’uno non c’è l’altro.
Ne ha scritto Alessandra Giardini su Domani: “Al collo ha la medaglia d’oro del Sacro Cuore di Gesù che gli hanno regalato i nonni, porta ancora i segni dell’acne sul viso ma ha molto chiara la sua idea di futuro. Vuole diventare il corridore migliore del mondo. C’è soltanto un problema: il corridore migliore del mondo esiste già, è addirittura un suo compagno di squadra e ha appena quattro anni più di lui. Gli altri del gruppo sembrano essersi ormai arresi al potere assoluto di Tadej Pogacar. … Se sei contemporaneo di un campione epocale, le tue occasioni di vittoria diventano inevitabilmente più rade. Aspetti che lui non sia al via o, appunto, che si stanchi di vincere e smetta. Ma in questo periodo di assolutismo il destino ha scartato di lato e ci ha inviato Juan Ayuso”.
Carlos Arribas su El Pais ne ha raccontato metodi di allenamento e alimentazione, scrivendo che “la vita del ciclista non è la stessa. Se la ciclicità dell’ultimo decennio è definita come il fallimento dell’efficienza del glucosio e del metabolismo, questo periodo post-pandemico è caratterizzato da un sovradosaggio di carboidrati che forniscono energia. Le squadre e i loro allenatori cercano di controllare ogni dettaglio. I runner pesano il loro cibo al grammo, inclusa la proporzione di lipidi, carboidrati e proteine, e rispettano la regola che vuole meno competizione e più allenamento: più allenamento di squadra e più soggiorni in quota. I ciclisti non trascorrono più il loro tempo al paese con i genitori o le mogli, percorrendo le stesse vecchie strade e parlando con i vecchi amici”.
Vanno ad Andorra, in Sierra Nevada o sul Teide in ritiro. “Anche nella loro città li conoscono solo attraverso i social media. La programmazione dei ciclisti della UAE prevede quest’anno 60-70 giorni di corsa, la maggior parte degli altri giorni di viaggio, 15 giorni a dicembre e altri 15 di ritiro tra Calpe e Benidorm, almeno 30 di altitudine a tempo debito. In tutto: 180 giorni minimo fuori casa”. Arribas dice che è difficile anche immaginare di trovare il tempo per avere un figlio e che “in certi momenti, quando le cose non vanno bene, tanto sacrificio a volte ti fa chiedere la famosa domanda: ne vale la pena?”.
Dinanzi a questo Giro che parte, L’Équipe si domanda se l’assenza di Pogacar e Vingegaard non sia una buona notizia per l’interesse della corsa. Nel senso: se li hai tutt’e due come al Tour wow, ma se ce n’è solo uno sai già come finisce. Il favorito dei francesi è Roglic con ★★★★★ stelline, Ayuso ne ha ★★★★☆, poi viene Carapaz con ★★★☆☆, landa ne ha ★★☆☆☆, con ★☆☆☆☆ ci sono pure Ciccone e Tiberi. È l’ultimo grande giro per Bardet, che lascerà le corse al Delfinato. Ma ci sarà tempo per dirselo meglio.