Il ritorno della pubblicità per le scommesse

Scommettiamo

Il Fatto Quotidiano  ricorda stamattina che tra pochi giorni la maggioranza parlamentare voterà per cancellare il decreto Dignità che prevede il divieto di pubblicità, diretta e indiretta, per le scommesse. Era in vigore in Italia dal 2018. Ci aveva provato in passato con alcuni emendamenti e poi con il decreto Cultura il 23 dicembre scorso. La misura stavolta fa parte del pacchetto chiamato “Prospettive di riforma del calcio italiano”, la lobby che insiste da tempo sullo stesso tasto, la perdita di 100 milioni di euro all’anno rispetto ai principali campionati europei per la misura introdotta dai cinquestelle quando erano al governo. 

La svolta viene attribuita a Claudio Lotito nella duplice veste di senatore di Forza Italia e presidente della Lazio, ma è stata subito abbracciata dal governo Meloni e dal ministro Abodi. La risoluzione porta la firma di Paolo Marcheschi [Fratelli d’Italia]. 

Il Decreto Dignità in questi anni è stato aggirato in ogni modo possibile. Il gioco d’azzardo in Italia è un settore che raccoglie 150 miliardi di euro [nel 2023], 3 mila euro in media a testa, ma la cifra è stata sicuramente superata nel 2024 secondo il Fatto. Una crescita legata al gioco online, passato dai 31 miliardi del 2018 al 73 del 2023 e si gioca soprattutto nelle regioni c’è più povertà

Il Fatto fa un po’ di confronti con l’estero. Ricorda che nella Premier League inglese già 11 squadre su 20 hanno un’agenzia di scommesse come sponsor principale. Uno studio dell’Università di Bristol ha calcolato che nella prima giornata di campionato 2024 ci sono stati 29 mila annunci pubblicitari sull’azzardo, il 165% in più rispetto a un anno prima. 

Edoardo Tozzi, ricercatore dell’Università di Bristol, sta conducendo un’attività di informazione a livello europeo sull’effetto delle pubblicità del betting. Le tecniche neuroscientifiche dimostrano che la pubblicità indiretta delle scommesse [un calciatore che parla d’altro, ma dentro una stanza con un marchio betting] ha molta più efficacia della pubblicità tradizionale. In un recente studio, riferisce il Fatto, Tozzi ha notato che ragazzi nella fascia d’età 11-17 anni non sono in grado per il 93% dei casi di distinguere gli spot delle scommesse dagli altri. L’Italia, pur con il suo divieto molto imperfetto – scrive il Fatto – e continuamente aggirato, si pone all’avanguardia. Ma forse, solo per qualche giorno ancora.

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