Come siamo arrivati alla sospensione della Russia nel calcio

O dove il mondo è avere solo un pallone, dargli un calcio, farlo volar via

Così in alto che si vede la scia, nell’incanto della notte

Lucio Dalla

 

     scenari

Come siamo arrivati alla sospensione della Russia nel calcio

 

   ▻   Il segnale che lo sport aspettava è arrivato da chi doveva mandarlo. Le Nazioni Unite hanno cominciato a preparare una risoluzione sulla guerra che possa raggiungere almeno 100 voti per isolare Mosca e far venire allo scoperto chi sarà contro. Il suo diritto di veto non porterà all’approvazione di nulla, ma questo è l’esito della prima riunione speciale di emergenza dopo 40 anni, segnale di una diversità e della rottura di uno schema applicato finora. Così, il CIO ha sfilato la prima carta dal castello. Ha aperto l’ombrello sotto il quale le singole federazioni hanno potuto trovare un argomento per mettere al bando lo sport della Russia. Lo spunto giuridico è la violazione della carta olimpica, con l’invasione di un paese durante il periodo dei Giochi. Il CIO ha ritirato l’onorificenza dell’Ordine olimpico al presidente russo Vladimir Putin e ha messo sul tavolo un suggerimento, l’esclusione dalle manifestazioni. Non un imperativo: ciascuna organizzazione sportiva è stata lasciata libera di declinare l’invito come credeva. Un paio d’ore dopo, UEFA e FIFA hanno preso il tram al volo. La Nazionale russa di calcio è stata esclusa dai play-off per i Mondiali. Lo Spartak Mosca è fuori dall’Europa League. Zenit, CSKA e Kazan lasciano l’Eurolega di basket: sono la quinta, la sesta e l’ottava in classifica, tutte in posizioni da play-off. Avrebbero avuto difficoltà a spostarsi e viaggiare per la chiusura degli spazi aerei. 

Fuori anche dalla pallamano fino a nuovo avviso: il Nantes aveva già dichiarato che non avrebbe affrontato il Cechov. Nella pallavolo la Russia è fuori dall’organizzazione delle due fasi della Nations League, eppure i Mondiali maschili programmati in agosto in sei città del paese sono ancora là, in calendario. Russia e Bielorussia sono fuori invece dal prossimo Mondiale di hockey su ghiaccio, a maggio in Finlandia. Nel biathlon è stato concesso a russi e bielorussi di gareggiare sotto una bandiera neutrale, ma le federazioni hanno rinunciato, mentre il pugilato non riconoscerà i verdetti dei match WBA, WBC, IBF e WBO in Russia. 

Qui la faccenda è anche economica, come spiega Dario Torromeo sul suo blog

L’International Boxing Association presieduta dal russo Umar Kremlev, è legata a doppio filo alla Gazprom con cui ha firmato a fine marzo 2021 un accordo di sponsorizzazione per due anni (al tempo l’acronimo era ancora AIBA, anche se la ragione sociale erà già International Boxing Association), con chiusura fine dicembre 2022. Un accordo segreto per quel che riguarda la cifra pagata dal colosso internazionale. L’entità economica del contratto è sconosciuta anche al Comitato Olimpico Internazionale a cui l’IBA ha negato la possibilità di esaminare i documenti che la legano alla Gazprom, anche nel caso in cui il CIO avesse accettato di firmare un accordo di non divulgazione.

Il ciclismo non ha ancora fatto sapere come intende regolarsi, con una squadra che si chiama Gazprom-RusVelo nel circuito ProTeam, il secondo sotto il World Tour. 

 

 

  ✘  La decisione si può chiamare sia storica sia irrituale, figlia di una sensibilità nuova. Non ha precedenti, come dicevamo ieri su Slalom. Alan Binder sul New York Times la definisce “altamente insolita, un’escalation nell’isolamento di Russia e Bielorussia. Putin aveva invaso la regione dell’Ossezia in Georgia a pochi giorni dai Giochi di Pechino del 2008 e si era annesso la Crimea dall’Ucraina a ridosso dei Giochi di Sochi del 2014. Il CIO non si era mosso. Così come è rimasto neutrale sulle accuse alla Cina per il genocidio della minoranza uigura o nel conflitto in corso tra Armenia e Azerbaigian

È il sipario definitivo sulla illusoria separazione tra sport e politica. È la partecipazione della comunità sportiva alla strategia di massima pressione sul popolo russo, per agevolare una sollevazione contro il potere dell’oligarchia. Chi non poteva agire da solo, FIFA compresa, ha trovato questa inedita breccia in cui muoversi. Il CIO ha dovuto spiegare perché stavolta si è regolato così, “con il cuore pesante”. Il comitato olimpico ha sottolineato che di solito non si puniscono gli atleti per le decisioni di un governo, ma la guerra in Ucraina è stata giudicata una circostanza eccezionale. La decisione – si spiega – è stata presa per proteggere l’integrità delle competizioni sportive e la sicurezza di tutti i partecipanti. Il prezzo da pagare è la rinuncia a una serie di libertà e di diritti individuali, in passato protette, stavolta represse.

Per questo motivo Tariq Panja sul New York Times considera che non è ancora chiaro se la decisione di escludere la Russia dovrà affrontare il giudizio di qualche tribunale. La Russia, così come alcuni dei suoi atleti, negli ultimi anni ha combattuto con successo l’esclusione da altri eventi, compresi i Giochi Olimpici, ottenendo punizioni annacquate attraverso ricorsi alla Corte arbitrale dello sport. A quel punto l’UEFA non ha potuto fare a meno di rompere i suoi legami con la Russia. Ha rescisso l’accordo di sponsorizzazione con il colosso energetico Gazprom da 50 milioni di dollari all’anno. 

 

  ✘  Nel pieno del dramma vero – che restano l’invasione di Kiev e i morti (oltre 300 tra i civili) – il quadro delle restrizioni sportive è molto confuso e per nulla univoco. Tra le pieghe emergono paradossi e ingiustizie. Nella rosa dello Spartak Mosca sono presenti un olandese, uno svedese, un giamaicano, un nigeriano, un brasiliano, un lussemburghese, un francese, un belga, più un italiano in panchina, Paolo Vanoli, ex terzino di Verona Parma Fiorentina e Bologna, alla sua prima esperienza da capo allenatore dopo essere stato nello staff tecnico di Antonio Conte al Chelsea e all’Inter. Anche loro penalizzati, assimilati ai russi. Aleksandr Sobolev è fuori dall’Europa League perché gioca a Mosca, Aleksei Miranchuk è dentro perché gioca a Bergamo. Eppure russo è uno, russo è l’altro. Sette cestisti della CSKA Mosca hanno rescisso il contratto. Cercheranno una squadra. Tra loro c’è Daniel Hackett. Cosa accadrebbe se facesse altrettanto un russo? Potrebbe continuare la sua stagione altrove? 

 

Sconvolgente la decisione di escluderci, lo sport deve costruire ponti, non bruciarli

Spartak Mosca

 

I commenti | Sally Jenkins sul Washington Post analizza gli effetti possibili della messa al bando nello sport, citando le parole dell’ex campione di scacchi Garry Kasparov: «Potrebbe avere un enorme impatto su di molti russi. La maggior parte delle persone comuni ha un’immagine molto limitata e distorta di ciò che sta accadendo in Ucraina. Provvedimenti come questo della FIFA li farà guardare intorno. Lo sport è stato per il suo potere più essenziale di quanto la maggior parte degli opinionisti abbia riconosciuto».  

L’analista russo David Satter, espulso dal paese dopo la pubblicazione del libro The Less You Know, The Better You Sleep, crede che tutte le guerre di Putin siano state tentativi strategici di placare i russi per la sua cleptocrazia. Ritiene che l’esclusione delle squadre russe farà «irruzione nel dibattito pubblico e parlerà alla popolazione in un modo straordinariamente potente, anche se deplorevole». 

L’editorialista del Washington Post sottolinea che in questo modo lo sport lascia scoperto Putin, ricordando ai russi la sua sgradevolezza agli occhi del mondo. Ma proprio lo sport ha avuto la sua dose di responsabilità nell’accrescere la figura di Putin in Russia, continua il giornale che fece cadere Nixon. La decisione della FIFA è correttiva – scrive Jenkins – tocca al CIO rimediare agli imperdonabili Giochi di Sochi del 2014 che lo hanno rafforzato. È una questione aperta se Putin stia davvero cercando il ripristino di un’identità russa trionfalista e imperialista in Ucraina, o se abbia bisogno di un’altra ondata nazionalistica macchiata di sangue, per coprire la criminalità del suo regime. Quando uno dei suoi confidenti, Roman Abramovich, è entrato in Premier League con il Chelsea, ha fatto sembrare di dimensioni globali la rachitica economia russa. Sochi non era solo un progetto di vanità o una scusa per costruire palazzi. Bisogna ringraziare il CIO per aver fatto crescere i deboli indici di gradimento per Putin, passati dal 54% del 2013 a un massimo storico vicino al 90% dopo le Olimpiadi, rafforzando la sua strategia in Ucraina.

Per questo motivo, sostiene il Washington Post, non c’è niente di banale nel cancellare il sudore di Vladimir Putin dal palcoscenico sportivo internazionale. Le sanzioni contro di lui in campo sportivo hanno una portata diversa dalle altre perché lo lasciano esposto all’unico pubblico che davvero teme o corteggia: i russi della strada. Con il suo marchio di bellicoso patriottismo a torso nudo – il suo nazionalismo machista – è stato a lungo un imbroglione. Non è cosa da poco buttarlo giù dal podio delle medaglie o strappargli la cintura da judo e mostrare la sua pancia flaccida. Indebolisce la sua influenza. La cosa più irritante degli uomini forti è che cancellano la cultura e la sostituiscono con il culto della personalità. Putin ha cassato le belle arti del suo paese con la sua enfasi sulla forza bruta. Posizioni come quella della FIFA penetreranno nel suo controllo totale dei media e faranno sì che i russi lo guardino più da vicino. Non potrà fare propaganda con l’ostracismo sui campi di gioco, non potrà spiegare il rinculo del mondo dello sport. Le sanzioni bancarie sono un controllo di un certo tipo, ma nel divieto di frequentare le grandi arene del mondo c’è una profonda emozione che raggiungerà non solo gli oligarchi, ma la gente comune. Ci vuole una rabbia speciale per rifiutarsi di giocare con qualcuno.

 

  ✘  L’Equipe esce stamattina con la sua più tipica prima pagina dal grande respiro internazionale, con il titolo “Cartellino rosso” e il colore così vistoso di conseguenza. Nel suo editoriale, Vincent Duluc dice che al quinto giorno della sua invasione dell’Ucraina, la Russia ha perso su un terreno che ai suoi occhi è sempre stato essenziale. Questa esclusione è un gesto forte, insospettabile e dalle conseguenze sconosciute”. Senza precedenti, sottolinea l’Equipe, ricordando che le esclusioni di Sudafrica e Jugoslavia avevano la copertura di una risoluzione dell’ONU. 

L’analisi di Duluc è molto interessante, centrata sull’unicità impensabile di questa mossa, senza nascondersi incongruenze e storture.  

Tutti sanno – dice Duluc – che la FIFA e il CIO non sono sempre stati dalla parte della democrazia, marciando allegramente al fianco di alcuni dittatori, con una costante propensione alla codardia e al compromesso. Nel 2010 la FIFA ha scelto di regalare il Mondiale a Russia e Qatar con un unico voto, uno dei più corrotti della storia, visto che l’80% degli elettori di allora è caduto. Gianni Infantino, che ha scelto di vivere in Qatar, non è diverso dai suoi predecessori. Non ha il profilo di un uomo con l’intenzione di cambiare il mondo. Sotto la pressione della UEFA e soprattutto sotto la pressione dei governi occidentali, la FIFA rompe con la cultura dell’elusione dei problemi, delle mezze misure, della mancanza di coraggio e dell’indifferenza per le persecuzioni inflitte dai potenti. Lontani dall’Occidente, paesi e nazioni martorizzati da altre guerre, sosterranno giustamente di non aver mai visto le grandi organizzazioni sportive schierarsi dalla parte delle vittime. Di fronte ai conflitti, la FIFA ha diviso il mondo in figli e figliastri: Israele, considerato invasore da molti paesi membri, gioca nella zona europea, nel calcio e nel basket, per non dover affrontare i suoi vicini. Lo sport ha sempre contato molto per la Russia. Vladimir Putin non avrebbe sicuramente invaso l’Ucraina un anno prima del suo Mondiale 2018, né prima che le ultime Olimpiadi invernali di Pechino fossero finite. Questo bando generale dello sport russo, in un momento in cui il mondo ha paura, sembra una risposta e una resistenza necessaria, oltre che un atto di solidarietà. Ma inevitabilmente sarà un’altra cosa, a lungo termine: la FIFA ha appena rinunciato a rifugiarsi dietro il suo apoliticismo, la sua neutralità e la sua vocazione originaria. Lo sport ha lasciato il suo campo e non sa se dovrà pentirsene in seguito, quando sceglierà di risparmiare altri Paesi invasori, ad altre latitudini. Certo, l’urgenza può giustificare il fatto che stia dimenticando i suoi principi e quale sia il suo posto, o che li ridefinisca. Ma possiamo anche sperare che questo nuovo coraggio lo ponga finalmente all’altezza di ciò che rappresenta, e che d’ora in poi non lo dimentichi più”

Duluc è esemplare anche nel non-detto. Ci sta chiedendo se a questo punto sia giusto e coerente, se siamo proprio sicuri sicuri che sia il caso di giocare i Mondiali di calcio in Qatar. 

 

  ✘   In Italia, Giulia Zonca su la Stampa scrive che stavolta l’unica occasione spendibile per una futura pace sta nella linea dura. Per quanto ingiusta sia. Tanti sportivi russi hanno espresso opinioni contro il conflitto, punirli non è certo il migliore dei mondi, ma quello non è un posto disponibile al momento. Anche i cittadini soffriranno delle sanzioni economiche e non se le meritano, restano inevitabili così come il bando sportivo. I signori del calcio sono pronti a modificare provvedimento in caso di un cambio di scena, però sanno dove sono arrivate le proteste dei protagonisti. E quanto hanno contato. È un precedente, in una situazione estrema che si spera di non vivere più, ed è anche una presa di coscienza che invece servirà ancora

 

Le prossime mosse | Oggi il World Motor Sport Council della FIA terrà una riunione speciale per discutere della crisi in corso e del futuro di Nikita Mazepin, a rischio espulsione e già estremamente incerto nella sua posizione da quando la Haas ha rimosso il marchio Uralkali dalla livrea della sua vettura durante i test a Barcellona della scorsa settimana. Il padre di Mazepin, Dmitry, è un oligarca dai legami stretti con il presidente russo Vladimir Putin. È il proprietario e presidente della società russa di fertilizzanti Uralchem, che possiede in parte l’Uralkali. Le sicurezze di Mazepin sono legate al finanziamento che suo padre ha garantito al capo del team Gunther Steiner, il quale nelle ultime ore ha ammesso che il 22enne potrebbe essere sostituito. I nomi che si fanno sono quelli di Pietro Fittipaldi o del campione australiano di Formula 2 Oscar Piastri, attualmente riserva all’Alpine. 

Anche domani è un giorno chiave, con la riunione del comitato paralimpico internazionale che dovrà decidere come regolarsi per i Giochi invernali che iniziano a Pechino venerdì. Alan Binder sul New York Times scrive che nonostante la raccomandazione del CIO, esiste la possibilità che bielorussi (una dozzina) e russi (una settantina) siano presenti, per la mancanza di un congruo preavviso. I russi peraltro sono già dentro in deroga alla sanzione che scontano per il doping di Stato. Gli sarebbe così concesso di partecipare giovandosi di una doppia eccezione.

 

       LA DOMANDA DI STAMATTINA  | E allora Medvedev?

Sulla stampa inglese, la più schierata contro la FIFA anche in ragione dei Mondiali assegnati alla Russia e al Qatar nel 2018 e nel 2022 anziché al proprio Paese, appare un commento che difende il diritto di Daniil Medvedev a giocare. Lo firma Simon Briggs sul Telegraph

Punire questo tipo eccentrico per la follia del suo presidente sarebbe controproducente. Medvedev è tutt’altro che un portabandiera del regime tossico di Vladimir Putin. Come il suo collega Andrey Rublev, che ha scritto No war please sull’obiettivo di una telecamera mentre si avvicinava al titolo la scorsa settimana a Dubai, Medvedev ha snobbato il progetto di vanità omicida di Putin. Ha pubblicato un commovente messaggio sui social che si chiudeva con la richiesta della pace nel mondo

 

  I bambini nascono con una fiducia interiore verso il mondo. Stiamo insieme e mostriamo loro che è vero, perché ogni bambino non dovrebbe smettere di sognare | Daniil Medvedev

 

Scrive il Telegraph che Medvedev e Rublev sono diventati i simboli dell’altra Russia, dei molti milioni che provano rabbia e vergogna. Se Putin dovesse sopravvivere a questa crisi, o se gli succedesse un altro nazionalista intransigente, le loro posizioni saranno danneggiate dalle dichiarazioni rilasciate. Hanno messo l’etica prima dell’interesse personale, seguendo una bella tradizione di liberi pensatori del tennis: da Arthur Ashe che protestò contro l’apartheid a Billie Jean King e Martina Navratilova icone per la comunità LGBT. Giocando questo sport così solitario – dice Briggs – impari a prendere le tue decisioni. Il tennis è particolarmente privo di nazionalismo. Le bandiere e gli inni appaiono raramente, tranne che in occasione di eventi negli Stati Uniti. I tifosi sostengono i giocatori per la loro personalità vivace o la loro grazia, non per la nazionalità. Questo spiega come mai Roger Federer sia il preferito del pubblico nella maggior parte del mondo, anche quando affronta un avversario locale. Punire i tennisti russi sarebbe quindi molto diverso – e molto meno giusto – che escludere la Nazionale di calcio russa, un vero e proprio simbolo di orgoglio nazionale. Sarebbe anche giuridicamente viziato. I giocatori di tennis sono soggetti individuali. A meno che non abbiano violato il codice di condotta, gli organizzatori non possono escluderli per motivi di nazionalità. L’unica misura pratica potrebbe essere quella di penalizzare chiunque sostenga pubblicamente Putin

 

in tv oggi ore 11.30 Supertennis: WTA Lione | 24 Supertennis: WTA Monterrey | domani ore 12 Supertennis: WTA Lione | 1 Supertennis: WTA Monterrey

 

Che ci fa Roman Abramovich ai negoziati di pace

 

     Secondo il Jerusalem Post che ha raccolto la versione dei collaboratori fidati del proprietario del Chelsea, sarebbe stato invitato dall’Ucraina a fare da mediatore con Putin. Luigi Ippolito sul Corriere della sera spiega che da più parti, nei giorni scorsi, si erano levate richieste a favore di una confisca dei beni di Abramovich, che possiede anche una magione da 150 milioni vicino a Kensington Palace: Il coinvolgimento di Abramovich nei colloqui di pace sarebbe avvenuto su richiesta di un suo amico, il produttore cinematografico ucraino Alexander Rodnyansky, che vive a Mosca: lui sostiene che è stata la comunità ebraica di Kiev a fare appello all’oligarca, che è di origine ebraica e ha la cittadinanza israeliana, oltre a quella russa.

 

Antonine Bourlon su l’Equipe riprende un tweet che segnalava come si fossero alzati in volo contemporaneamente i sei aerei privati di Abramovich. Uno è atterrato a Riga, in Lettonia, domenica sera, un altro ha sorvolato Mosca ieri. Dov’è lui, nel momento in cui gli ucraini si nascondono negli scantinati, imbracciano le armi e preparano molotov e barricate per resistere all’esercito russo?

Il quotidiano sportivo francese spiega perché Abramovich abbia accettato, nonostante per tutta la vita abbia cercato di prendere le distanze dalla politica su larga scala. Quali sono le sue motivazioni? L’oligarca, la cui fortuna ammonta a circa 15 miliardi di euro, è stata costruita non senza stranezze e non senza conoscenze politiche negli anni ’90. Ma non ha mai tradito il Cremlino. Alla fine dello stesso decennio fu uno dei primi finanziatori della campagna elettorale di Putin, a cui è sempre stato più o meno legato. Sono queste connessioni che lo hanno reso un bersaglio, quando si è trattato di imporre sanzioni alla Russia e ai suoi uomini forti: giovedì il parlamento britannico lo ha inserito tra 35 persone chiave del governo Putin.

Ma Abramovich è legato all’Ucraina per le origini della sua famiglia, di parte materna. Una famiglia di Kiev. Nel 1941, quando l’esercito tedesco invase la città, sua nonna e sua madre fuggirono in Russia, il resto della sua famiglia morì lì. Questo ruolo di  mediatore – conclude l’Equipe – è in ogni caso un’altra svolta per lui.

 

    Il Telegraph considera i risvolti della crisi sul Chelsea, dove due membri della Fondazione benefica a cui Abramovich aveva lasciato l’amministrazione del club, hanno minacciato le dimissioni e rigettato l’assegnazione dell’incarico. Jason Burt scrive allora che se Roman Abramovich avesse davvero a cuore il Chelsea, venderebbe il club ora. Se Abramovich non condanna pubblicamente Vladimir Putin e l’invasione russa, dovrebbe accettare di non essere più idoneo a possedere il club. Tutte le misure e tutti i suoi movimenti sembrano essere sforzi strategici per evitare l’ovvio

L’ovvio sono le sanzioni nel Regno Unito, il congelamento dei suoi beni. Il clima intorno al Chelsea – sostiene il Telegraph – potrebbe diventare tossico. Abramovich ha debiti per 1,5 miliardi di sterline. Gli acquirenti fiutano da anni la situazione. Nel 2018 ha incaricato la banca d’affari statunitense Raine di dare un valore al club, avendo già rifiutato un approccio di Jim Radcliffe, il fondatore del gruppo chimico Ineos che avrebbe offerto 2 miliardi di sterline. Gli amministratori del Chelsea valutano la possibilità di dimettersi perché il piano di Abramovich rischia di precipitare nel caos

 

Che cosa fanno gli atleti e le atlete dell’Ucraina

 

      ATP e WTA non hanno ancora dato seguito alle indicazioni del CIO. Elina Svitolina ha preso il comando degli eventi e ha annunciato ieri che non giocherà nessuna partita contro una avversaria russa o bielorussa. E non sono poche nel circuito femminile. Due bielorusse fra le prime 15 (Sabalenka e Azarenka), tre fra le prime 100 (aggiungiamo Sasnovich). Nessuna russa è fra le top-10 ma ce ne sono tre entro le 30 (Pavlyuchenkova, Kudermetova, Kasatkina), più altre entro la centesima posizione (Samsonova, Gracheva, Kalinskaya). Una prima o poi ti capita. Infatti. Al primo turno del torneo di Monterrey, Svitolina, moglie del francese Monfils, avrebbe dovuto affrontare la russa Anastasia Potapova. Si è ritirata. 

 

L’Equipe ci aggiorna sulla situazione delle sorelle Yastremska, di cui aveva raccontato ieri la storia (la trovate su Slalom #881). Con una wild card al torneo di doppio di Lione, la quindicenne Ivanna è arrivata in campo avvolta in una bandiera del suo paese per l’esordio assoluto nel circuito, mentre la maggiore Dayana indossava un completo giallo e blu. Avversarie: la spagnola Georgina Garcia Perez e la svizzera Xenia Knoll.

Ci sono partite che vanno ben oltre la semplice cornice dello sport. La posta in gioco non era il tennis, tutt’altro. Le sorelle hanno perso 6-2 6-4. Ivanna non è ancora a questo livello di gioco,  ma la cosa importante – scrive l’Equipe – era un’altra, erano questa bandiera ucraina che Ivanna portava sulle spalle e il vestito di Dayana. Due manifestazioni di resistenza un po’ futili ma dal fortissimo significato simbolico”

«Non possiamo concentrarci sul tennis, ma il mio paese e la sua gente – ha detto Dayana – sono un’ispirazione. Stanno combattendo per le loro vite, il minimo che io possa fare è combattere nel mio lavoro. Ma onestamente non ho progetti per il futuro. Quando siamo arrivati ​​al confine rumeno, a mio padre non è stato permesso di passare. Mia madre, che doveva venire con noi, ha deciso allora di restare con lui. Questo mi ha rassicurato, non volevo che mio padre fosse lasciato solo. Improvvisamente sono diventata responsabile di mia sorella»

Alla frontiera le ultime parole del papà sono state: «Costruitevi la vostra vita, inseguite i vostri sogni e prendetevi cura l’una dell’altra». 

Dayana racconta al giornale francese che «questa è la prima volta che io e mia sorella viaggiamo insieme. È una grossa responsabilità, perché è impossibile prevedere il futuro. Ho 21 anni e di solito sono io che viaggio con i miei genitori. Sono loro che prendono in mano la situazione e che controllano le cose. Ora, con uno schiocco delle dita, sono io a badare a mia sorella. Non è solo per un torneo e poi si torna a casa. Non sappiamo quanto durerà, né come andrà a finire». 

Quando Ivanna ha messo un ace, non è stato facile evitare di commuoversi. 

 

Con un videomessaggio su Instagram l’ex ciclista belga campione del mondo Johan Museeuw ha raccontato la telefonata ricevuta da Andrei Tchmil, suo avversario negli Anni Novanta. «Vado a combattere. Volevo solo sentirti di nuovo, Johan. Non so se ci sarò domani o dopodomani, lo spero, ma ti do un bacio grande». Tchmil ha vinto un Fiandre, una Roubaix, una Sanremo con un epilogo che inventò un nuovo modo di interpretare l’arrivo: uno scatto micidiale a un km dal traguardo. 

Pier Augusto Stagi sul Giornale lo descrive come un apolide in bicicletta e Ciro Scognamiglio sulla Gazzetta ricorda come Tchmil sia nato nell’ex Unione Sovietica – a Chabarovsk, nella zona estremo-orientale di quella che ora è la Russia – ma si può considerare un vero e proprio cittadino del mondo. Ha avuto quattro cittadinanze: russa, moldava, ucraina e belga. Ed è stato anche ministro dello sport della Moldavia: vive nella capitale Chisinau, non distante dalla frontiera con l’Ucraina. I combattimenti erano lontani da lui un centinaio di chilometri, e per questioni di sicurezza avrebbe mandato la moglie e il figlioletto Alexander (14 mesi) «a 250 km da qui, dall’altro lato della frontiera con la Romania»

Altri protagonisti dello sport continuano ad arruolarsi. Ha raggiunto l’esercito il pugile Vasily Lomachenko, ex campione del mondo dei pesi leggeri. Gira una foto in cui indossa la mimetica e porta un fucile a tracolla. Così come è andato al fronte Jurij Vernydub, 56 anni, l’allenatore dello Sheriff Tiraspol che ha vinto in Champions al Bernabéu contro il Real Madrid, avversario dell’Inter nel girone e appena eliminato ai sedicesimi di Europa League. 

In Coppa del mondo di tiro a segno, invece, Nicolò Campriani, tre ori olimpici in carriera con la carabina ad aria compressa per l’Italia, coach della squadra olimpica dei rifugiati, ha raccolto dietro uno striscione pacifista giallo e blù tutti i partecipanti al Cairo. C’erano anche i tiratori russi. 

In un tweet Campriani ha scritto: I migliori tiratori sportivi del mondo condannano l’uso delle armi contro persone innocenti e affermano di farlo in nome della pace. I nostri pensieri vanno non solo ai nostri compagni atleti ucraini, ma all’intera Ucraina. La ragione deve prevalere, la pace per l’Ucraina

 

    voci Roberto De Zerbi è tornato a casa

«Ho visto cose bruttissime, adesso ci saranno tre o quattro giorni di decompressione, deve venire fuori tutto quello che abbiamo vissuto. Siamo rimasti sempre in albergo, ma le bombe le abbiamo sentite».

  ➣  Trovarsi di colpo in mezzo a una guerra che impressione le ha fatto? «Quello che ci ha veramente colpito è come si è unito il popolo ucraino. Sta dando una lezione di orgoglio e dignità a tutto l’Occidente».

  ➣  E il viaggio verso la salvezza? «È stato infinito, però avremmo fatto ancora qualche giorno in più per venire a casa, se fosse stato necessario. Partiti in treno, la seconda parte l’abbiamo fatta con il pullman tutti insieme, poi abbiamo cambiato per passare la frontiera e siamo andati all’aeroporto di Budapest dove abbiamo preso l’aereo messo a disposizione dallo Shakhtar. Tutto il viaggio è stato possibile grazie a Aleksander Ceferin, presidente dell’Uefa: l’ambasciata italiana oltre che consigliarci non poteva fare altro, invece Ceferin è stato determinante. Ci ha dato una grande mano anche Gabriele Gravina: è stato molto bravo».  

  ➣  Come mai la federcalcio ucraina aveva detto che avreste giocato venerdì scorso? «In Ucraina tutti ritenevano impossibile un attacco della Russia. Noi qualche domanda in più ce la siamo fatta: quando Putin ha invaso il Donbass, quando in Bielorussia continuavano ad arrivare carrarmati, quando portavano sacche di sangue».  – intervista di luca bertelli e wilma petenzi, Corriere della sera

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