Storia dell’ultima pietra uscita dalla mano di Stefania Constantini. Nell’ex piscina di Federica Pellegrini
▻ Qui una volta era tutta piscina, e da qualche parte stavano i blocchi di partenza, i cordoli delle corsie, i cronometri. Qui una volta – nei paraggi – c’erano piastre da toccare e su una si avventò la mano di Federica Pellegrini, prima di tutte le sue avversarie. L’acqua al cloro del Water Cube per i Giochi estivi di Pechino 2008 è diventata quattordici anni dopo ghiaccio per il National Aquatics Centre di Pechino 2022.
In questo cambio di stato, tra le molecole ammassate nelle loro geometrie esagonali, deve essere rimasta un’eco d’allora. Così, sull’acqua che distribuì tanta gloria a Michael Phelps e a una ragazza veneta di 20 anni, mentre l’Italia era in pausa pranzo un’altra veneta 22enne fissava ieri l’ultima pietra da far scivolare. L’ultimo tiro, il tiro di una vita. C’è chi ha scritto in giro: innamoratevi di qualcuno che vi guardi come Stefania Constantini guarda la stone. Ne ha lanciate 16 a partita per sei giorni, sempre la prima e sempre l’ultima, come previsto dal regolamento per le donne nel doppio misto, in ognuna delle manche che il curling chiama End.
La 176 esima dei suoi Giochi – rossa – valeva la medaglia d’oro. Stefania poteva provare a piazzarla di tocco al centro della casa oppure forzare il modulo e andare a bocciare una delle due gialle dei norvegesi. Stefania, come la Belmondo. Stefania di Cortina, come di Cortina saranno le prossime Olimpiadi del freddo. Un tempo giocava con gli occhiali. Non li porta più. Ha puntato sulla briciola finale della partita il suo sguardo alla Kill Bill. Una partita che era iniziata con uno 0-2, senza che fosse un cattivo presagio. L’Italia ha pareggiato subito 2-2 al secondo giro, al terzo era avanti 3-2, a metà partita 6-2. A quel punto abbiamo capito tutti l’aria che tirava, perfino quelli che parlano di scopette e di teiere, in servizio con l’arsenale del sarcasmo. Quando l’ultima pietra ha lasciato così velocemente la mano di Stefania Constantini – dopo sei giorni, diamine, era ormai chiaro – voleva dire che aveva scelto di bocciare. E tutto quello che Stefania ha deciso da mercoledì scorso è stata magia, colpo chirurgico, immagine da sigla per la Domenica Sportiva.
Sbam, e avanti curling. Un nuovo amore.
Stefania Constantini è una particella della materia composta da 333 italiani che praticano questo sport. In Canada sono due milioni, negli Stati Uniti ventimila, in Scozia 11 mila, in Svezia 7mila, in Norvegia sono 2mila. Due di quei trecentotrentatré italiani sono stamattina campioni olimpici – e se basta una coppia a formare un gruppo, come si domandava Massimo Troisi in Le vie del Signore sono infinite – allora questa squadra è riuscita laddove non sono ancora arrivati né il basket né la pallavolo.
La seconda eccezione nel paese dei calciofili si chiama Mosaner, di nome Amos, come tre azzurri presenti tutti insieme nella stessa spedizione per i Giochi di Oslo del 1952: i calciatori Mariani e Cardarelli, il giavellottista Matteucci. Per il viaggio dell’ultima pietra uscita dalla mano di Stefania e per il viaggio delle 175 precedenti, il quarto Amos della storia olimpica ha indicato la linea e spazzato la pista con bicipiti che non tutte le Nazionali possono vantare. Prima di dedicarsi interamente al curling, lavorava in un’azienda vinicola, provò a giocare a pallone e a fare ciclismo. Stefania invece lavora in un negozio d’abbigliamento, ma adesso entrerà per certo in un corpo militare, con uno stipendio garantito, la strada che lo sport italiano riserva ai suoi atleti migliori, senza saper costruire un’alternativa a questo sistema.
Ora sarebbe bello avere una pista di curling in Italia anche più giù di Ancona, sarebbe bello avere un giorno una campionessa d’inverno più meridionale di Francesca Lollobrigida. Il curling potrebbe. In fondo sono bocce su ghiaccio. Bocce, biliardo e scacchi insieme. È una nuova genesi, dopo la conoscenza col gioco fatta a Torino 2006. Questo è l’unico posto dove un inizio arriva con la End.
The End of God, si può dire stamattina.
La vittoria olimpica gli consegna un’aura di sacralità che lo innalza immediatamente nella considerazione generale. Da oggi nessuno si permetterà più di fare battute sul curling.
Massimo Gramellini, Corriere della sera
bussole Che cosa si dice in giro dell’oro nel curling
Stefano Mancini, la Stampa: “Nella coppia sportiva Amos, 26 anni, è lo stratega esperto che individua traiettorie impossibili, perfezionista («nel torneo ho sbagliato alcuni tiri, non è da me). Stefania, 22 anni, è il chirurgo che piazza il sasso nel punto esatto in cui serve per ottenere un punto o per difenderlo. Un altro mondo rispetto agli sport mediatici. Un esempio? L’arbitro, per come lo intendiamo di solito, non esiste. C’è un signore con un apparecchio meccanico sofisticato che misura la distanza delle bocce per attribuire il punto quando proprio i distacchi sono millimetrici. A tutto il resto pensano i giocatori. Il fairplay non è la regola: è essenza del gioco. Sono vietati abbracci e altri modi per esultare. Ai tecnici in panchina sono persino proibite le espressioni del volto. Stefania e Amos hanno vinto undici partite su undici senza mai stringere i pugni o abbracciarsi gioiosi”.
Guido Santevecchi, Corriere della sera: “La loro avventura ha impressionato anche il Museo olimpico del Cio a Losanna: che ha chiesto agli italiani di donare la loro scopa per la mostra, «in modo da ispirare le giovani generazioni e promuovere lo spirito olimpico». E pensare che ancora nel 2013, quando pochi conoscevano questo sport fatto di tattica, nervi saldi e tanta preparazione, i protagonisti romani del film «La mossa del pinguino» chiamavano la «stone» «er sercio»”.
Cose nuove imparate sul curling
| connessioni Il cinema e la musica
“Gli italiani hanno smesso di essere virologi per diventare esperti di curling ed è meraviglioso, soprattutto perché invece di provare a sottomettere la scienza ci lasciamo trasportare dall’ironia. La pietra ha fatto uno strano giro e adesso è il riassunto perfetto del nostro stile. Non se ne sa nulla però, ci si lascia sedurre. Il tormentone dell’estate più trionfante nella storia del nostro sport era «ci manca solo l’oro del curling». Non ci manca più nulla. Funziona così quasi ovunque, il curling ti prende di spalle, ti spinge a credere che sia avvicinabile, facile, un effetto ottico nutrito dalla cultura popolare. Dal film «Help», negli anni da leggenda dei Beatles: George Harrison tira la stone fumante dove gli svitati hanno piazzato la bomba e John Lennon la disinnesca a scopettate, è il 1965, il curling non è ancora olimpico ma è di sicuro britannico. Quindi non siamo solo noi, superficialoni cronici, a riderci sopra, a usare spazzoloni e pentole a pressione come succede nel nostrano «La mossa del pinguino», ormai un film motivazionale. Il curling è passato da un episodio dei «Simpson», al video di una band hard rock svedese, ai caustici «Griffin», ha dato una scusa a quel cascamorto di James Bond per raccogliere appuntamenti in «Al servizio segreto di Sua Maestà», ha fornito un copione alla comicità di Ficarra e Picone in «Anche se è amore non si vede». Lo abbiamo prima scoperto e poi trovato ovunque, come se fosse sempre stato qui” – di giulia zonca, la Stampa
| strumenti La tecnologia del curling
“Il nome inglese suona bene (sweep ergometer), quello italiano mica tanto: scopo-ergometro. Cos’ è? Prendete lo scopettone con cui ieri Mosaner & Constantini hanno vinto l’oro olimpico ai Giochi di Pechino e inserite nella spazzola un accelerometro a tre assi, due estensimetri, un microchip per trasmettere dati via radio a un computer. Brevettato da due ricercatori inglesi (Buckingham e Blackford), questo diabolico aggeggio ha permesso per la prima volta un approccio scientifico al curling, migliorando la preparazione. Serve a capire se l’allenamento della forza sta funzionando o a realizzare (quando la frequenza di spazzolata è più bassa del solito) se invece l’atleta ha bisogno di riposo. Per andare a punto, ieri, Stefania e Amos hanno dovuto applicare per decine di volte due tipi diversi di forza (di rotazione e di traslazione) a un pietrone di 16 chili lanciato a due metri al secondo, piegando in apnea il corpo sul pavimento (servono cosce d’acciaio ed equilibrio da trapezista) e poi rialzando in un attimo i battiti del cuore ad almeno 170 al minuto, in spazzata. Riscaldare il ghiaccio più che a pulire per terra assomiglia a piazzare una stoccata nel fioretto: ogni colpo aumenta la temperatura di 0,2 gradi e va assestato così vicino alla pietra (5 centimetri) da non permettere che la superficie si scaldi subito di nuovo ma abbastanza lontano da non bloccarla” – di marco bonarrigo, Corriere della sera