#225 – Dove si legge dello sport in Italia e dell’influenza delle truppe USA nella diffusione | lo Slalom del 25 aprile

 

sabato 25 aprile 2020
#225

 

Cosa stai per leggere 

 

Quando arrivarono gli americani. Lo sport in Italia dopo la Liberazione e l’influenza delle truppe USA nella diffusione. I casi di basket, pallavolo, baseball, pugilato | Addii. La morte di Gazzoni Frascara, il presidente gentiluomo del Bologna che comprò Baggio e accusava Moggi | Ripartenze. Il tennis senza toccare le palline con le mani: ne ha parlato Paolo Lorenzi che lo ha giocato in Florida. Le conseguenze del campionato di calcio annullato in Olanda. Lo spettro dell’estate nei tribunali. In Svezia Ibrahimovic ha giocato una partitina e ha fatto gol. In Germania più di tutti rischia di saltare lo Schalke 04. Nella Formula 1 invece la Williams, Haas e Sauber. La lotteria olimpica vinta dagli squalificati per doping. C’è un duello storico sulla figura di Pivatelli | Personaggi. I problemi di salute di Guillermo Vilas e il confine della privacy. Che cosa serve sapere su Joe Burrow, prima scelta al Draft NFL

 

in mail
Un uomo chiamato Puliciclone
Come fece un calciatore a diventare un Capo Sioux

 

Perfino i fascisti aspettavano gli americani
come a Riccione oggi aspettano i turisti
Lucio Dalla

 

discussioni 
Quando arrivarono gli americani

 

Lo sport in Italia dopo la Liberazione e l’influenza delle forze USA

 

  La mattina di giovedì 26 aprile del 1945 Milano liberata si sveglia con un editoriale del Corriere della sera che avverte: “Il domani ci serba un grave compito”. Il Comitato di Liberazione Nazionale avrebbe poi imposto un mese di sospensione e il ritorno in edicola il 21 maggio con la testata Corriere d’informazione.
Anche questa è la storia di un nuovo mondo e di un nuovo sport, dopo un ventennio di divi e campioni di regime. Ne è subito consapevole Ciro Verratti, al quale tocca il compito si scrivere il primo articolo di sport dopo la fine della guerra e la cacciata dei nazisti. Ciro Verratti era stato medaglia d’oro nella scherma a squadre nove anni prima ai Giochi di Berlino. Un suo ritratto era stato eseguito a grandezza naturale nel 1932 da Lucio Fontana ed era stato esposto alla III Mostra d’Arte del sindacato regionale fascista delle Belle Arti di Lombardia. Verratti aveva fatto anche cinema e per il Corriere della sera sarebbe stato poi inviato al Giro e al Tour.
Quel 23 maggio del 1945 gli è chiarissimo cosa sta succedendo e quali parole vanno scelte. Scrive che il fascismo è stato “il grande imbonitore dello sport italiano”, ne ha fatto uno strumento della sua propaganda, “ha battuto la grancassa” attribuendosi meriti tra “spolverio e barbagli”. Lo scopo di Verratti è smarcare le vittorie italiane dalle camicie nere. “Lo sport è stato il campo in cui senza dubbio l’impostura è meglio riuscita. Ed era logico: questo era il settore delle anime semplici, degli entusiasmi immediati. Ogni nostra vittoria doveva essere una vittoria fascista. I nostri valentissimi maestri della scherma avevano preparato una generazione di campioni quasi invincibili, attraverso anni di oscuri sacrifici sulle pedane e anche questa era diventata una gloria fascista. I calciatori vincevano i campionati del mondo? Era il fascismo che aveva reso possibile questo trionfo. Carnera diventava campione mondiale di pugilato? Gli si infilava subito la camicia nera. E invece il fascismo aveva portato anche qui il suo alito greve”. 

 

  La Stampa torna in edicola più in là, il 18 luglio del 1945. A sua volta affida il primo pezzo di sport a una firma di punta del vecchio mondo. Si tratta di Vittorio Pozzo, il CT della Nazionale di calcio dei due titoli mondiali (1934 e 1938), collaboratore del giornale già durante il fascismo. Sulla sua vicinanza al regime, Giorgio Bocca scriverà (la Repubblica, 7 luglio 2006): “Era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti. Un tipo di alpino e salesiano arrivato chissà come alla guida degli azzurri senza essere né un allenatore di professione né un burocrate dello sport ma semplicemente un piemontese risorgimentale ciecamente convinto delle virtù piemontesi. Uno di quelli per cui la parola sacra è el travail”.
Fatto sta che Pozzo deve scrivere, e scrive. Disegna la sua visione del calcio post guerra. Scrive che “occorre veramente la collaborazione di tutti”. In che senso? “Ordine, disciplina, tolleranza, comprensione, spirito sereno sono condizioni indispensabili per uno sport popolare. Senza di esse, il calcio degenera in gazzarra, colla loro presenza esso diventa un passatempo dei più interessanti, un modo di ritemprare il corpo e lo spirito, una via per educare attori e spettatori al controllo di sé medesimi”. Scrive che il nuovo campionato non si potrà allontanare da una formula a carattere regionale, almeno finché le ferrovie e gli alberghi non saranno tornati a lavorare.

 

 

  Il primo evento sportivo dopo la Liberazione che si tiene a Milano – presso la Società del Giardino –  è proprio una gara di scherma, “sport di fulgida tradizione italica” scrive il Corriere della sera, con la partecipazione del capitano americano Paolo Kirschner. Sono anni in cui i militari USA hanno una forte influenza sullo sport italiano. Un manuale di 197 pagine stampato dal Dipartimento di guerra statunitense, datato 13 maggio 1942, è facilmente reperibile fra le truppe di stanza in Italia. È un librone che raggruppa le regole e le caratteristiche di tiro con l’arco, baseball, pallacanestro, bowling, pugilato, tennis, lotta, calcio e pallamano. Ai soldati viene recapitato di tanto in tanto qualche guantone da baseball, modello Frank McCormick  GoldSmith, prodotto a Cincinnati, marchiato all’altezza del polso con la scritta Special Service US Army
Sul numero 5 dell’annata 2015 dei Quaderni di Sport della Società italiana di Storia dello sport, Roberto Bugané ha scritto che “le truppe americane, sbarcate nel luglio del 1943 in Sicilia, nei loro momenti libertà si dedicarono al loro passatempo nazionale, il baseball. Un gioco così strano interessò certamente i siciliani ma non se ne ha notizia. È invece conosciuta una foto scattata dal fotografo militare Phil Stern del US Army 1st Ranger Battalion 1942-1943. Stern era sbarcato con la prima ondata di truppe a Licata il 10 luglio 1943. La foto ritrae due militari che stanno insegnando a battere una palla da baseball ad un ragazzino in canottiera e a piedi nudi alla stazione di Palermo”.
  La rivista Nuovo Mondo, un giornale di propaganda che aveva cominciato le sue pubblicazioni il 19 marzo 1945, sotto la responsabilità dello United States Information Service, scrive che “in ogni angolo d’Italia, dove c’è stato un passaggio di truppe americane, la gente ha potuto vedere i così detti paesani lanciarsi l’un l’altro, con grande divertimento, una palla bianca. Buffi, ha detto qualcuno degli spettatori. Sciocchi, han detto altri. Uomini grandi e grossi che giocano alla palla come ragazzini. Il baseball può anche darsi che sia buffo ma sciocco non lo è di certo, a meno che non si vogliano chiamare sciocchi anche tutti gli altri sport più noti, dal calcio al rugby, dal cricket all’hockey. Perché il baseball non è né più né meno che uno dei maggiori sport mondiali e negli Stati Uniti sono così numerosi i suoi seguaci che è considerato senz’altro il gioco nazionale”.
Al baseball era stato affidato un compito diplomatico, Disarmare i partigiani che a Como non volevano deporre le armi. Il colonnello Charles Poletti, italo-americano dalle origini novaresi, capo dell’Allied Military Government dal momento dello sbarco in Sicilia, si precipita a Como il 6 maggio del 1945. Bagané scrive che il suo tentativo viene sostenuto dagli articoli del giornale Mondo Libero e dal sindaco comunista di Como. Il giornale darà risalto con un servizio di 4 pagine alla partita tra le truppe di stanza in Lombardia e quelle del Veneto. Il lancio della prima palla è di Armando Marnini del PCI che amministra la città per nomina del CLN dal 28 aprile. Anche il giornale del CLN, il Popolo Comasco scrive per tre giorni di fila della partita. Una grande operazione di propaganda. Nel suo lavoro già citato Buganè scrive di una parata cittadina aperta da due vigili urbani a cavallo, una banda che esegue marcette militari, venti jeep con a bordo i giocatori delle due squadre. Un aereo aveva lanciato su Como volantini pubblicitari. 
Il baseball e il softball sarebbero stati usati come strumenti per la conquista del consenso e della simpatia presso le popolazioni italiane anche a Roma dalla sezione americana della Croce Rossa, alla quale viene attribuita addirittura la formazione di un centinaio di squadre attraverso la distribuzione di materiale per il gioco. Furono le basi militare a portare il gioco a Nettuno. Nella data del 27 giugno 1948 viene fissata la disputa della prima partita italiana, tra Baseball Milano e Yankees Milano 21-21. Scrivono Gino Cervi e Sergio Giuntini in Milano nello sport (Hoepli) che il lancio della pallina è affidato al vice console Philbert Daymon. 

 

 

  Nel basket l’influenza degli americani passa prima che in ogni altro luogo da un campo di prigionia in Libia nel 1941. Gli unici contatti tra la pallacanestro europea e gli USA si erano avuti ai Giochi di Berlino cinque anni prima. In Africa invece è detenuto Francesco Ferrero, campione d’Italia con la Ginnastica Roma nel 1931.
È lì che impara che cosa siano un blocco e un velo, da un libro americano, un manuale della Spalding, che gli passa un altro prigioniero. Ci sono anche le fotografie e le indicazioni per i movimenti del pivot. Mario Arceri in La leggenda del basket (Baldini&Castoldi) firmato con Valerio Bianchini, attribuisce a Ferrero l’invenzione della zona 1-3-1. Al ritorno a Roma dopo la guerra Ferrero avrebbe continuato a frequentare gli hangar di Ciampino, dove si giocavano i campionati interforze. Aldo Giordani racconta a Mario Arceri che la svolta per il basket italiano si ebbe sul campo dell’Apollodoro quando si tenne “la prima partita contro una squadra italiana di una formazione americana nella penisola. Chi ebbe la fortuna di assistervi, la ricorda ancora: c’erano due fuoriclasse, Cliff Randall e Al Harris, ma era un altro sport, un gioco totalmente nuovo e diverso rispetto a quello che si era giocato fino a quel momento in Italia. Dopo aver visto quell’esibizione, un gruppo di ventenni decise di imparare quel tipo di gioco così diverso, così nuovo, così lontano dalla pallacanestro che si era giocata fino a quell’epoca”. La cosa curiosa è qualche anno prima l’innovatore del basket in America era stato invece un giocatore di origini italiane, Angelo “Hank” Luisetti, che si era inventato il tiro a una mano presso l’Università di Stanford.

 

Gli americani e un futuro CT – Era da poco finita la guerra, ma gli americani erano ancora a Milano, e avevano stabilito il loro comando generale in via XX Settembre. In via Washington, al civico 33, c’era invece un campo da basket in terra battuta, ma pur sempre ufficiale, tanto che ci si giocavano partite valide per il campionato italiano, prima della guerra. Proprio lì, nell’estate del 1945, venne organizzata una partita tra la vecchia Borletti, la squadra di Milano composta da giocatori reduci dalla guerra, e i soldati americani della Quinta Armata. L’evento richiamò una gran folla di curiosi e anch’io, bambino, mi trovai uno spazio in prima fila, con il mio bel braccio al collo, reduce dalla sparatoria che mi aveva spappolato la mano soltanto pochi mesi prima. Ricordo tutto come fosse adesso. Arrivarono i nostri: erano tutti sbrindellati, con le scarpe rotte e le maglie rammendate e stinte, color rosa pallido. 
Poi apparvero gli americani e il pubblico rimase a bocca aperta. Erano completamente vestiti di rosso, da capo a piedi, con tanto di tuta ufficiale e, sotto, maglietta e calzoncini in raso. Ma quello che più mi sbalordiva era la brillantezza di quel rosso fuoco. Volevo indossare quella maglia a tutti i costi. Fu il mio primo vero contatto con il basket.
di sandro gamba. Il mio basket (Baldini&Castoldi, 2014)

 

 

  Anche la pallavolo mette radici in Italia attraverso l’opera delle truppe americane. Avevano già piantato il loro seme dopo la prima guerra mondiale. Nel Ventennio fascista il gioco si era diffuso con qualche tratto peculiare. In Storia sociale della pallavolo (Clueb, 2018) Daniele Serapiglia ha scritto: “Il regime, che vedeva lo sport come spazio formativo e strumento di controllo del tempo libero, inserisce la pallavolo fra le attività dell’Opera nazionale del dopolavoro come sport amatoriale, perché non rispondeva alle caratteristiche che connotavano una disciplina come “virile” (proprio per l’assenza di contatto fisico) funzionali alla costruzione dell’italiano fascista e alla sua “potenza”. Per i suoi aspetti meno “cruenti”, la pallavolo era considerata, già in questo periodo, come sport più adatto alle donne, ma, a causa del retaggio che le vedeva “angeli del focolare” prima di tutto, queste ultime faticavano a trovare spazi di pratica sportiva”.
Maria Canella ha infatti scritto in Donna e sport (Franco Angeli, 2019): “Lo sport al femminile risentiva ancora in Italia, anche nel secondo dopoguerra, di un pesante vincolo morale perbenista e velatamente maschilista che intendeva reiterare la funzione educativa, morale ed igienico salutista ereditata dal passato dello sport al femminile, ancorato ai ruoli propri delle tre emme, madre moglie e massaia, relegandola tra le mura domestiche piuttosto che in spazi pubblici per la pratica sportiva, attiva o anche solo passiva. Una visione ludico agonistica della pratica sportiva, oltre che ad allontanare dal focolare domestico e dai propri presunti compiti, necessitava di un genere di abbigliamento e di movenze, non consone per quella che veniva ancora percepita come la morale comune”.

 

 

  La boxe, invece, diamine la boxe si è già creata un suo spazio vitale a Napoli e in Campania da qualche anno. Il sud è stato liberato dal 1943. Gli americani sono avanti. Tullio Pironti, il leggendario editore pugile, raccontò in una intervista a Emanuela Audisio per la Repubblica del 5 gennaio 2003 come si era avvicinato allo sport della sua vita. «Incominciai a 15 anni, a Napoli, nella palestra Olimpia in via dei Mille, la palestra più elegante della città. Era il ’52, morivamo tutti di fame. Non c’è paragone con i disgraziati di oggi, magari non mangiano, ma hanno tutti la tv, sono informati, a confronto sono benestanti. Io ero il più ricco, ma ero povero. Mio padre voleva che facessi scherma, ma dove li trovavo i soldi? Ero un ragazzo di strada, non andavo più a scuola e nemmeno lavoravo. In palestra conobbi Toritore, più di cento chili di carne, viveva presso un casino di via Chiaia, faceva il pugile con tariffa, per diecimila lire andava giù alla prima, per trentamila s’ impegnava. Era anche montaguappi. Prendeva soldi per far fare nei bar bella figura agli aspiranti guappi della malavita. Me lo ricordo in porto, dopo un combattimento con un americano, camminava come una mummia, perché s’era rubato un asciugamano e se l’era rigirato tutto attorno, sotto al cappotto. Andavamo a combattere sulle navi degli americani, che ci spruzzavano con il ddt per levare le piattole, ma pagavano bene, 50 mila a incontro, quando la mia paga normale era di 5 mila. Solo che arrivo sulla nave e vedo ‘sto nero, bello, grosso, vicino al sacco. E dissi al maestro: questo no. Il maestro chiamò un altro, uno che io battevo sempre, e quello picchiò al nero, che teneva più paura di me. Io non sono mai stato un vincente. Non ero un picchiatore. Venivo definito: ‘o giocattolo c’’a molla. Colpivo e scappavo, schivavo e cercavo di non prenderle. Ero piccolino, anche se mi misi a mangiare carne di cavallo. Forse non mi ritrovavo in quel mito un po’ troppo spinto della virilità, della mazza e delle mazzate. A me piaceva la filosofia degli scacchi: prevenire, sorprendere, anticipare».

 

Negli ambienti della boxe campana è accreditata la voce che durante la guerra fossero in città sia Joe Louis sia Max Baer. Ne parla anche Patrizio Oliva nella sua biografia Sparviero (Sperling&Kupfer, 2014). 

 

  Il maestro Silvestri mi racconta del suo lavoro di tramviere e dei sacrifici fatti per mettere su la Fulgor. Mi spiega che durante la guerra gli americani avevano allestito delle palestre e regalavano i guantoni ai ragazzi per farli salire sul ring. Si combatteva per qualche stecca di sigarette. Mi dice che tra i soldati c’erano due grandi campioni del mondo, Joe Louis e Max Baer che facevano footing sui binari della Cumana a Pozzuoli. Con voce calma e pacata mi racconta che ha iniziato a praticare la boxe nel ’42, quando frequentava la Libertas, una piccola palestra arrangiata in un teatrino, con il ring incastrato sul palcoscenico. Sorridendo mi confessa che era andato lì per dimagrire, ma che a poco a poco ci aveva preso gusto.
di patrizio oliva. Sparviero (Sperling&Kupfer, 2014)

 

Quanto al ciclismo, sport popolare per definizione, prima e dopo la seconda guerra mondiale, gli americani sarebbero arrivati molto più in là. Andrea Schianchi su la Gazzetta dello sport stamattina ricostruisce: “Sulle ali di un entusiasmo finalmente ritrovato la Gazzetta decise che, contro ogni logica e ogni saggezza, avrebbe organizzato il Giro d’Italia del 1946. Armando Cougnet, lo stratega dell’iniziativa, cominciò a studiare il percorso, valutò i problemi (strade distrutte, ponti che non c’erano), fece installare speciali postazioni telefoniche, si assicurò che tutti i corridori avessero un alloggio per la notte in ogni città sede di tappa, e il 15 giugno si partì”.

 

 

addii 
La morte di Gazzoni Frascara

 

  Giuseppe Gazzoni Frascara aveva 84 anni. Era stato presidente del Bologna da giugno 1993 a settembre 2001, prima ancora il suo sponsor con lo storico marchio Idrolitina. Restò proprietario fino alla retrocessione del 2005 e poi presidente onorario. Un presidente molto amato per aver portato la squadra dalla C alla A evitando il fallimento, con campioni come Roberto Baggio e Beppe Signori. Il calcio italiano lo ricorda pure come uno dei grandi accusatori del sistema Calciopoli.
Guido De Carolis su Corriere della sera ricorda che “nonno Arturo ai primi del 900 aveva inventato l’idrolitina, la polverina che rendeva l’acqua effervescente, e la Pasticca del Re Sole. Gazzoni proseguì la dinasty di famiglia e imboccò negli anni Novanta la strada delle caramelle e dello zucchero dietetico: prosperò, prima di cedere tutto a una società svizzera”.
Nel 1995 si era candidato a sindaco, due anni dopo arrivò l’estate di Baggio
Alessandra Giardini su Corriere dello sport-Stadio ricostruisce: “Quando finalmente si decise a dirlo al suo allenatore, Ulivieri fu lapidario: «Così si retrocede». Due anni prima, quando il presidente si era candidato a sindaco, il tecnico si era schierato pubblicamente: «Io non lo voterei mai». Gazzoni aveva fatto campagna elettorale a bordo di una specie di frigorifero gigante, chiedendo strade più illuminate e piazzando Antonio Cabrini capolista: ma erano ancora i tempi in cui se ti presentavi a Bologna contro il partito (in quel caso il Pds di Vitali) potevi ambire al massimo a perdere bene. Gazzoni perse, e neanche tanto bene”. Però Baggio fece 22 gol in un anno. 

 

Mi ha regalato una delle stagioni più belle della vita  Roberto Baggio

 

Per Franco Ordine de il Giornale fu “tormentato il rapporto con gli esponenti della Bologna bene spesso seduti in tribuna, «i milordini» come li chiamò Gazzoni Frascara poco affettuosamente, segnalando il vizietto di questi ultimi nel reclamare biglietti omaggio senza astenersi da critiche velenose verso il padrone di casa”.
Andrea Tosi su la Gazzetta dello sport scrive che “Bologna, sede dell’azienda familiare, divenne la sua città dopo gli studi in Svizzera nell’esclusivo liceo Le Rosey sul lago di Ginevra, frequentato dai rampolli di molte monarchie europee, come i Savoia, e dall’Aga Khan. Persona colta, elegante, un vero gentleman per stile e buone maniere. Poliglotta, praticante di molti sport (sci, vela e tennis soprattutto), amico personale di Henry Kissinger e dell’avvocato Agnelli e di tanti personaggi del jet set internazionale, era però molto discreto e riservato nelle uscite pubbliche. «Giuseppe non sai nemmeno se il pallone è quadrato o triangolare», ridevano Lucio Dalla e Luca Cordero di Montezemolo, come ricorda Marco Marozzi su Corriere Bologna

 

Perdo un amico, una bella persona. Di recente, dopo un incontro a cena, avevamo ripreso a darci del tu Renzo Ulivieri

 

Calciopoli – Una stagione lunga e dolorosa. “Denunciò torti e malaffare del pallone – scrive il Corriere della sera – pretese giustizia. Individuò in Luciano Moggi il più acerrimo nemico. Ingaggiò una lotta durissima con le istituzioni del calcio, chiese risarcimenti milionari, mai li ottenne. Dopo tante battaglie con l’ex numero 1 della Figc, Franco Carraro, non correva più buon sangue, ma pure da lui è arrivato un ricordo positivo: «È stato un gentiluomo»”.
Giovanni Egidio su la Repubblica ricorda: “Quella retrocessione, che poi si scoprì pilotata dallo scandalo di Calciopoli, lo ferì spingendolo a lasciare il club nelle mani di Alfredo Cazzola. Da allora Gazzoni si spese in battaglie giudiziarie contro la Juventus, Moggi, Giraudo, la Fiorentina e i fratelli Della Valle che, a suo dire, lo avevano mandato in B reclamando risarcimenti milionari. Le cause sono ancora pendenti. Quando nel 2000 acquistò l’ argentino Cruz dal Psv e il fantasista Locatelli dall’Udinese, spendendo 40 miliardi di lire, finì la stagione trovando scritto sui muri della città “Gazzoni plumone“. Che in bolognese sta per tirchio. Non era vero. La verità è che il calcio lo aveva perfino impoverito”. 

 

Gli amori finiti male – Ne scrive Tommaso Rodano su Il Fatto quotidiano: “Leggendario è l’epilogo della relazione con l’ex compagna Katherine Price Mondadori, ricchissima e altrettanto affascinante signora americana, sposata in seconde nozze con Leonardo Mondadori (da cui si separa nel 94). Il rapporto tra Gazzoni Frascara e miss Mondadori va avanti per tanti anni ma non finisce benissimo, visto che il 4 maggio 2006 il presidente del Bologna dà mandato ai suoi avvocati di recuperare qualche piccolo regaluccio con cui aveva dato sostanza alla sua storia d’amore. Di cosa parliamo? L’elenco è stilato in uno straordinario articolo della Stampa: “Un pacchetto di 13 tra quadri e disegni firmati Picasso, Modigliani, Brancusi, Klee, Klimt, Man Ray, Max Ernst, Marini, Wool e Rossetti, una scultura in bronzo e un tavolino in noce del 1600, veneziano”. Quando l’amore si spegne, Gazzoni – tradendo la formazione oxfordiana – richiede indietro tutto: ballano parecchi milioni di euro. Lei però ribatte che erano regali – Natale, San Valentino, compleanni, feste della donna – e in quanto tali non vanno mica restituiti. Il tribunale le dà ragione: resta tutto alla signora. Tranne il tavolino in noce. Non è del ’600, stabiliscono i periti: Gazzoni aveva fatto un pessimo affare”.

 

 

ripartenze: se, come e quando 
L’italiano che gioca a tennis senza toccare le palline con le mani

 

  Il torneo di Paolo Lorenzi in Florida – Aspettando il decreto della presidenza del Consiglio sulle riaperture dei vari settori produttivi, atteso all’inizio della prossima settimana, il tennista Paolo Lorenzi può dirsi da qualche giorno l’unico atleta italiano in attività. Il tennis occupa i primi posti nella classifica di quella che il Times ha definito biocompatibilità sportiva. Ritiene cioè di poter tornare prima di altre discipline, con un basso rischio di contagio.
Lorenzi e altri cinque tennisti oltre il 200esimo posto in classifica oggi chiudono il mini torneo International Tennis Series messo in piedi a Bradenton, in Florida, all’interno della Academy di Nick Bollettieri. Nell’attesa che a metà maggio parta il circuito analogo di Patrick Mouratoglou dalla sua Accademia di Nizza. 
Carlo Annovazzi per la Repubblica ha parlato con Lorenzi, il quale ha spiegato di aver ottenuto l’autorizzazione dalla ATP e della Tennis Integrity Unit, l’organizzazione che vigila su giri di scommesse alterati intorno alle partite e sul rischio corruzione. «Ognuno aveva le sue palline. Hanno messo sulle palline le iniziali dei giocatori e ognuno raccoglieva solo le proprie. Alzandole con il piede e la racchetta. Senza toccarle con le mani. Così per evitare anche il minimo pericolo. Qui si suda tanto e c’era la possibilità di venire in contatto con una palla bagnata dall’altro giocatore». A fine partita niente stretta di mano. «Per me è un modo per tenermi in allenamento. Però mi auguro che non sia un modello. Io spero di poter riprendere la stagione con le solite abitudini. Vorrebbe dire che anche nello sport la normalità è tornata».

 

  Le conseguenze del campionato olandese annullato – Non è che nei campionati che si fermano, avvenga tutto all’insegna dell’unanimità e della sensibilità per il momento che stiamo attraversando. L’Olanda per esempio. Si tratta del primo Paese ad aver chiuso il campionato senza finirlo e senza assegnare il titolo, in conseguenza della decisione del governo Rutte di vietare ogni attività sportiva fino a settembre. Alex Frosio su la Gazzetta dello sport scrive stamattina che “qualcuno parla di decisione giusta, altri dicono che si tratta del «più grande scandalo nella storia del calcio olandese». Ai voti ci sono stati 16 favorevoli, 9 contrari e 9 astenuti.
L’AZ secondo in classifica protesta perché aveva gli stessi punti dell’Ajax, era dietro solo per differenza reti, e invece ai play-off della prossima Champions ci andranno gli altri. L’Utrecht va in tribunale perché il suo sesto posto lo terrà fuori dall’Europa League (sempre per differenza reti) e avrebbe dovuto giocare anche la finale di Coppa. Le squadre alla deriva sul fondo della classifica, e che non retrocederanno più, Ado Den Haag e Waalwijk, sono magicamente d’accordo con la decisione presa. Le squadre in testa alla Serie B – private della promozione – Cambuur e De Grafschaap, non sono invece al massimo della felicità, pur – si capisce – dichiarando tutti che la priorità è la salute eccetera eccetera. Henk de Jong, l’allenatore del Cambuur che aveva 11 punti di vantaggio, ha detto che si tratta di «un orribile spettacolo di marionette». Si può serenamente riassumere che nei Paesi che vogliono tornare si litiga, nei Paesi che annullano i tornei si litiga

 

  | l’opinione  L’estate in tribunale  – Se in Olanda già due club scalpitano, immaginiamo cosa può succedere in Paesi più caldi come Spagna e Italia. Siamo di fronte al rischio di una paralisi che va ben oltre il coronavirus. Il problema è che manca un tavolo comune, delle regole d’ingaggio certe, una regia europea che comprenda i governi e l’Uefa. Il guaio dell’Europa è che è un disegno sulla carta. Ognuno ha affrontato e affronta quest’emergenza a modo suo, singolarmente.
di roberto perrone, Corriere dello sport-Stadio

 

   | l’opinione  I furbi girano pure in Premier – Come tanti altri, credo che il ritorno del calcio debba essere condizionato. Nessuno ha bisogno di dirmi che la salute delle persone più vicine a noi conta di più. Mia moglie, Nicole, è risultata positiva al Covid-19. Mia zia era in ospedale con Covid-19 la scorsa settimana e si sta riprendendo. Nessuno vuole che le decisioni siano prese per ragioni sbagliate in un momento sbagliato, né in contrasto con il governo né con la comunità scientifica. Ma se la salute viene al primo posto, l’integrità dello sport viene al secondo. Nessun club dovrebbe trarre vantaggi dal fallimento di una stagione e nessun club dovrebbe essere penalizzato una volta giunto alle soglia della vittoria.Un elemento del dibattito che mi preoccupa è che alcuni dei club in pericolo di retrocessione, oppure quelli rimasti senza alcun obiettivo, sembrano essere tra i più accesi nel suggerire che non è questo il momento giusto per pensare al ritorno del calcio. Abbiamo ascoltato i commenti della vicepresidente del West Ham, Karren Brady, sull’annullamento della stagione. Il manager del Charlton, Lee Bowyer, ha dichiarato che “ci sono troppi ostacoli” per il completamento del campionato; e poi ho notato i briefing privati ​​sempre più frequenti da parte dei dirigenti dei club nella zona retrocessione o giù di lì, che sostengono sarà difficile giocare a porte chiuse. È una coincidenza che siano tutti nella seconda metà della classifica? La stagione deve finire. Ai club in zona retrocessione non si può permettere di posticipare il ritorno del calcio.
di jamie carragher, Telegraph

 

  I dubbi di Rezza – Il direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità, Giovanni Rezza, ieri è tornato sull’argomento calcio dicendo che si tratta di una decisione difficile da prendere perché non esiste il rischio zero di contagio. Anche ieri si sono confrontate opinioni diverse, Lotito per il sì e Ferrero per il no. Solo che Ferrero ha firmato il sì nel documento con cui la Lega si dice determinata a proseguire, in sostanza per opporsi a dilazioni o sconti di pagamento a Sky e DAZN. Monica Colombo su Corriere della sera stamattina scrive che la Lega “ha deciso di fatturare ugualmente l’ultima rata ai broadcaster, secondo contratto. I club sono pronti a chiedere ingiunzioni di pagamento nel caso di mancato versamento da parte delle tv”.

 

| l’opinione  Il valzerino – L’Italia ha bisogno di ricominciare altrimenti morirà di disperazione. Il calcio, lo abbiamo detto fino alla noia, è un volano di soldi e di consolazioni. La Serie A vale per tutto il resto, dalla B ai dilettanti, e questo è un discorso cinico ma indispensabile. Inutile continuare a pensare all’intero movimento, il quale non potrebbe permettersi di riprendere garantendo norme di sicurezza adeguate. Solo la serie A può farlo, con i suoi soldi e le sue strutture. Questo non significa che sia giusto forzare le barriere della resistenza scientifica, ma nemmeno assistere alla danza delle opinioni, ora di qua ora di là, come un valzer viennese. 
di alessandro bonan, il Foglio sportivo

 

Duelli storici – Su Repubblica Bologna Luca Baccolini ha contestato la ricostruzione fatta da Jonathan Wilson sul Guardian a proposito del ruolo avuto da Gino Pivatelli, oggi 87enne, nella finale di Coppa dei Campioni 1963 tra Milan e Benfica. Per Wilson venne mandato in campo da Rocco, con l’obiettivo di “segare il regista Mário Coluna. La sua missione fu così ben interpretata che il portoghese stramazzò al suolo lanciato a rete e rimediò persino la rottura di un osso del piede”. Una vecchia storia. Nel 1987 la Rai riunì in uno studio i protagonisti e Gianni Minà dovette fare da paciere per un episodio che invece Cesare Maldini tendeva a smitizzare. “Fallo sì, ma compiuto solo per interrompere il contropiede, senza cattiveria”. Baccolini trova che siano bizzarre due cose. La prima: far passare per un picchiatore Pivatelli e ignorare i suoi 105 gol segnati con la maglia del Bologna; la seconda: giudicare Pivatelli – come fa Wilson – responsabile da allenatore del Baracca Lugo della bocciatura di un giovane terzino di cognome Sacchi e di nome Arrigo

 

  Oltre le discussioni, i pareri, i propositi e le opinioni è andato Zlatan Ibrahimovic, che come aveva annunciato su twitter ieri ha giocato la partitella in allenamento con l’Hammarby, in Svezia, club del quale è proprietario al 25%. Se interessa, ha segnato. C’era una Zlatan cam che lo ha seguito per la diretta streaming sulla piattaforma Dplay, e quando tutto è finito abbiamo continuato a ripeterci che dopo, alla ripresa, il mondo sarà diverso eccetera eccetera. Sul futuro al Milan ha detto una frase che più o meno si può riassumere così: Boh, vediamo.

 

 In Germania – L’élite del calcio tedesco si è messa a cercare una vita nuova nel calcio post virus con tutta l’energia che i cliché attribuiscono, perché 13 dei 36 club rischiano di fallire nel caso in cui i campionati non riuscissero a riprendere. Lo ha scritto la rivista Kicker e più di tutti rischia lo Schalke 04, la squadra di Gelsenkirchen, la rivale più rivale del Borussia Dortmund, per la quale uno dei membri del comitato esecutivo, Clemens Tönnies, ha usato una parola in tedesco eppure chiarissima: Mega-Katastrophe. Ne scrive stamattina Francesco Caremani su il Foglio sportivo. “Ha messo la maggior parte dei suoi 600 dipendenti in cassa integrazione, mentre giocatori e staff tecnico si sono ridotti lo stipendio del 15 per cento. Club, tra i primi dieci nel mondo per numeri di soci, più di 125.000, che in questi ultimi anni, grazie a uno sponsor munifico come Gazprom, ha tentato senza successo la scalata alla Champions: un tentativo che nell’ultimo esercizio si è tradotto in un passivo di 26 milioni di euro. Frutto di una gestione sconsiderata, nonostante le stringenti regole economiche del calcio tedesco”. Lo Schalke sta considerando l’idea di staccare la sezione calcio dalla polisportiva e di trasformarla in una società commerciale.
Esiste una possibilità secondo der Spiegel che in campo i calciatori debbano portare la mascherina. Il giornale ha preso visione del documento inviato dal ministero del Lavoro alla cancelliera Merkel nel quale viene raccomandato di sistemarla in modo “da non farla scivolare dal viso in caso di scatti veloci, colpi di testa e contrasti di gioco”. Se a un giocatore dovesse cadere, la partita dovrebbe essere interrotta. Il ds del Lipsia l’ha trovata un’idea interessante, pare che invece lo staff medico della Nazionale la pensi in modo opposto. 

 

  Stamattina l’Équipe sembra decisamente più possibilista sulla ripresa del campionato francese, tanto che in copertina c’è un fotomontaggio nel quale Mbappé compare ai blocchi di partenza. Cos’è successo? Canal+ e beIN Sports hanno accettato di versare alla Lega una parte della tranche sui diritti tv non versata il 5 aprile. La Ligue1 ha messo a punto come tutti in Europa il suo protocollo sanitario e ora si aspetta il parere del governo. Resta il fatto che il giovane centrocampista del Montpellier, Sambia, positivo al virus, si trova ricoverato in rianimazione. Jérôme Dumois del sindacato calciatori ha detto: «Tutti quelli che pensano che il virus colpisca solo le persone fragili cambieranno sicuramente la loro opinione. Può colpire tutti, compresi i migliori atleti e metterli in gravi condizioni».

 

  Come vincere alla lotteria  – Il 27 marzo scorso il sito Atleticalive censiva i 231 atleti che finiscono di scontare la loro squalifica per doping entro luglio 2021 e che in maniera inaspettata si trovano in corsa per partecipare a Olimpiadi dalle quali erano certi di essere stati esclusi. Ce ne sono 40 di livello internazionale tra i quali Musaeb Balla, ottocentista del Qatar, 5° ai mondiali di Pechino ’15 e 6° ai mondiali di Portland indoor; il marocchino Yassine Bensghir, campione del mondo Under 20 nel 2002. La bulgara Silvia Danekova, tra le migliori europee nelle siepi nel 2014. Il marciatore ucraino Ruslan Dmytrenko e il mezzofondista qatarino Mohamad El Garni, l’attempato il discobolo ungherese Robert Fazekas, oro europeo e argento mondiale, 46 anni. Ma stamattina la Stampa rilancia la notizia tirando fuori il dettaglio che nell’elenco appaiono anche i nomi di alcune protagoniste della gara più sporca di sempre: i 1.500 metri femminili di Londra 2012, mandati in archivio con 6 squalificate tra le prime 9, tra cui la medaglia d’argento revocata Gamze Bulut, turca.
Giulia Zonca ha intervistato Brett Clothier, capo dell’Athletics Integrity Unity decisamente esplicito nel dire che «hanno pescato un jolly». Clothier sottolinea che l Italia è ai primi posti della classifica dei paesi che trova più dopati («Dove le regole sono dure ed esiste la volontà di perseguire chi bara, i numeri si alzano per forza») e che le ricerche dell’antidoping non sono ferme nonostante siano fermi i controlli. 

 

  I tre team a rischio – Marcel Vulpis, direttore dell’agenzia Sporteconomy scrive stamattina su Corriere dello sport-Stadio che la situazione della Formula 1 è “più seria del previsto”. Ci sono tre team che rischiamo di saltare se non si dovesse cominciare a correre. 
“Sono soprattutto Williams (ha già ridotto del 20% gli stipendi di piloti e dirigenti), Haas e Sauber, mentre Racing Point sembra in salvo dopo l’iniezione di denaro fresco che nel 2021 la farà diventare Aston Martin. Solo Liberty Media potrebbe supportarli economicamente. Purtroppo le performance borsistiche registrate negli ultimi sei mesi (il titolo è quotato sul Nasdaq con la sigla “Fwonk”) non consentono alla realtà statunitense di aiutare le scuderie più deboli. Il rischio di annullamento del Mondiale, infatti, ha raffreddato l’interesse degli investitori e le azioni hanno subito una svalutazione pari al 39%. Il gruppo americano, secondo alcuni analisti, potrebbe, tra l’altro, non riuscire a onorare il debito da 2,69 miliardi di euro assunto, nel 2017, per l’acquisizione del pacchetto della F.1 (con 9,26 milioni di euro di interessi mensili nei confronti dei creditori). Per la compagnia controllata dal magnate John Malone diventa fondamentale fissare, quanto prima, il calendario definitivo, rimodulando, nel contempo, costi e ricavi, nell’ottica della sostenibilità economica dell’intero format.

 

 

Diario dell’astinenza

 

  Non possiamo giudicare i calciatori dalle prestazioni in campo, allora lo facciamo per la loro simpatia sui social o la loro bravura ai videogiochi. Lasciatemi però dire che quei tornei in diretta tv di Fifa, Pes e Formula 1 virtuale sono l’aberrazione definitiva, l’acqua naturale in casa invece che una bionda al pub.
Adesso che la comprensibile paura del virus fa pensare a molti che sarà possibile tornare in campo solo quando il rischio di contagiarsi sarà zero (tanto vale morire di vecchiaia, o noia, magari leggendo articoli su come il Covid ha cambiato i nostri costumi), l’altro metro di giudizio con cui mettiamo i nostri campioni del cuore tra i buoni o i cattivi è andare a vedere se hanno fatto beneficenza per la ricerca. L’ex Arsenal Adebayor non l’ha fatto, e a chi gli chiedeva scandalizzato il perché ha risposto “faccio quello che voglio”. Parole dal sapore rivoluzionario, adesso che la polizia ci chiede dove andiamo ogni 100 metri e un’ app ci dirà se dobbiamo starcene buoni a casa.
di jack o’ malley, il Foglio sportivo

 

 

personaggi
I problemi di Vilas e il confine della privacy

 

  Una delle firme di tennis più note d’Argentina, Guillermo Salatino, ha confermato a Radio La Red l’indiscrezione pubblicata dal quotidiano sportivo Olé, secondo cui Guillermo Vilas combatte contro una malattia neuro-degenerativa giunta a uno stato che gli impedirebbe di riconoscere le persone. «Non ho visto l’articolo ma lo sapevamo da tre o quattro anni. Credevo fosse una cosa protetta dalla privacy. Se volessi fare un libro con le cose che conosco di Vilas, Nalbandian, Clerc o Gabriela Sabatini, sarebbe un best seller. Ma preferisco essere un amico anziché un bravo giornalista. Lo sapevamo in tanti. Ci sono momenti in cui sta benissimo, altri in cui qualcosa non va. Sarebbe imprudente parlare di Alzheimer o demenza senile. Me ne parlò agli US Open di tre anni fa e mi gelò» . 
Federica Cocchi su la Gazzetta dello sport stamattina riferisce che “dopo aver diffuso la notizia, Olé è stato massacrato sui social per la sua «indelicatezza». Il giornale è stato accusato di non portare rispetto per la sofferenza di uno degli uomini che hanno reso grande lo sport e l’Argentina”.

 

  Chi è Joe Burrow, la prima scelta NFL  – Un ragazzo di valori anche fuori dal campo che si è presentato alla prima intervista dopo la conferma della chiamata con una t-shirt con sopra semplicemente il numero 740. Il prefisso telefonico della sua città di Athens County dove, come aveva ricordato sollevando l’Heisman, troppi ragazzi non mettono assieme il pranzo con la cena. Ha concluso però con umorismo sottolineando che per il Covid 19 è da un mese che non va dal barbiere e per questo le sue foto “storiche” di questa serata le avrà per sempre con una capigliatura improponibile. Adesso lo aspetta un problema ben più grande. Una squadra, i Cincinnati Bengals che, nonostante abbiano avuto con lui 4 prime scelte assolute negli ultimi 30 anni, non vincono una partita di playoffs da 20 anni e hanno il 5°peggior record della NFL. Prima di lasciare la Louisiana lo zoo di Baton Rouge ha dato il suo nome alla giraffa appena nata, a Cincy sono pronti a fare di più se saprà cambiare la storia dei Bengals.
di massimo marianella, Sky Sport online

 

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A cura di Angelo Carotenuto e Massimiliano Gallo.
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