Storia di Mary Lou Retton, la radice della ginnastica USA

 

 VITE OLIMPICHE

Storia di Mary Lou Retton, la radice della ginnastica USA

Nel giorno della finale del concorso a squadre di ginnastica artistica, con le USA di Simone Biles favorite per il titolo, L’Équipe è andato a scovare Mary Lou Retton, la prima americana a vincere nel suo sport. Qualche mese fa è stata messa in coma indotto per una rara polmonite. All’età di 56 anni continua a frequentare ospedali e ha dovuto rinunciare al viaggio a Parigi. Céline Nony è stata a casa sua grazie alla mediazione di Nadia Comaneci, la fonte di ispirazione della sua infanzia, divenuta sua amica. Ne è venuta fuori un’intervistona. Che più o meno fa così.

«A Nadia non potevo dire di no. Avevo 8 anni quando vinse i Giochi di Montreal e mi vengono ancora i brividi a pensarci. Sono la più piccola di cinque figli, mio ​​padre era giovanissimo e non avevamo molti soldi. Nella nostra piccola cittadina del West Virginia c’erano poche opportunità per una bambina di praticare sport, soprattutto a quei tempi. Ma grazie a mia madre ho iniziato ad andare in palestra per un’ora a settimana. In un garage. Ero molto piccina, non sono mai stata molto alta, appena più alta di Simone Biles, 1,45 m contro 1,42. Più che la mia altezza, il problema erano le mie piccole mani. Soprattutto per le parallele. Riuscivo a malapena a ad afferrarle. E alla prima gara sono caduta. Due, tre, forse anche quattro volte. Il mio allenatore era disperato quando è uscito il punteggio sul tabellone. Uno. Ho preso 1.00, non le ricorda niente?»

Un riferimento al punteggio apparso sul tabellone nel giorno del 10 di Nadia Comaneci. Era così improbabile che una ginnasta avesse 10 che il tabellone non ne contemplava la possibilità. 

«Ho iniziato a saltare in aria – riprende Retton – e a correre per la palestra. Ero commossa. Dieci, dieci, ho preso 10 come Nadia! Non è divertente?

«Non mi sono scoraggiata. Amavo troppo lo sport e le acrobazie. Non ero molto aggraziata, non lo sono mai stata. Ma ho insistito finché non ho vinto questo titolo olimpico che non avrei dovuto vincere.

«Bela Karolyi mi aveva reclutata nel 1982, a Reno, durante una competizione nazionale. Lui e sua moglie Martha avevano mollato nel 1981 e avevano iniziato a lavorare con Dianne Durham, che l’anno successivo sarebbe diventata la prima ginnasta afroamericana a vincere il titolo nazionale. Erano lì con lei. Sono venuti da me e hanno detto: – Mary Lou, ti faremo diventare una campionessa olimpica. A casa non avevamo molto cibo in tavola. Bela si è rivolto ai miei genitori: – Vostra figlia ha le carte in regola per avere successo. Mi impressionò che l’allenatore di Nadia Comaneci conosceva il mio nome. Ho implorato i miei genitori di lasciarmi andare a Houston con lui per vivere il mio sogno olimpico. Sono partita con due piccole borse e cinque body. 

«Mancavano solo due anni ai Giochi, mi sono ritrovata ad allenarmi otto ore al giorno. Bela ha organizzato per me un soggiorno presso una famiglia del posto. È stata dura, piangevo spesso. Venivo da una famiglia numerosa di origine italiana, tanto atletica quanto rumorosa. Avevo nostalgia di casa, potevo telefonare ai miei solo la domenica dopo le 17. Ma nessuno sapeva quanto fossi coraggiosa. Mi allenavo con i Karolyi da quattordici mesi, quando Bela mi portò a New York per la Coppa America al Madison Square Garden. Il giorno prima della gara venne nella mia camera d’albergo. Dianne si era fatta male all’anca. Bela si sedette su una sedia e mi disse: – Mary Lou, questa è la tua occasione, non deludermi. Nessuna pressione, eh? Ricordo di aver pensato che sarebbe stata un’esperienza folle. C’era Natalia Yourchenko, che aveva appena inventato il suo incredibile nuovo salto e c’erano tutte le ginnaste che avevo visto sulle riviste. Ho capito che non avevo nulla da perdere. Se mai avessi vinto, si sarebbe aperta una porta incredibile. E l’ho aperta. Nessuno mi aveva mai visto, ma io sapevo di poter aprire una breccia. La settimana successiva ero sulla copertina di una rivista. Era irreale. Quanto mi piaceva. Avevo bisogno di quella fiducia. La fiducia psicologica viene dalla forza fisica. Se sei ben preparata fisicamente, sei pronta. Con i Karolyi eravamo pronte per cose estreme. 

«Alcuni dicevano che avrei potuto vincere e fare la storia. Ma io non li ascoltavo e Bela è stato bravissimo a tenere lontani i media. Nel 1983 mi sono infortunata al polso e non ho partecipato ai Mondiali; cinque settimane prima dei Giochi ho dovuto operarmi al ginocchio. I medici pensavano che non mi sarei mai ripresa. Ma non avevo intenzione di arrendermi. 

«Alla cerimonia d’apertura non dovevamo esserci, Bela e Martha erano molto severi. Volevano che restassimo al villaggio a risparmiare le gambe. Allora le ragazze hanno mandato avanti me, al fronte, come al solito. E alla fine ho ottenuto il permesso. La cosa peggiore è che la squadra americana era l’ultima ad entrare al Coliseum. Abbiamo dovuto aspettare tanto ma quando siamo entrate nello stadio, che emozione. Eravamo le più piccole, eravamo in testa alla delegazione. Abbiamo affrontato tutto a testa alta. È stato emozionante. 

«Credo che i miei pochi anni fossero una forma di ignoranza, mi hanno protetto. Non sapevo che le telecamere mi seguivano, che un miliardo di persone mi scoprivano. Come ginnasta ho sempre potuto nutrirmi dell’energia del pubblico. Non ero pronta per la follia che è seguìta. Il piano era andare a Houston, provare a entrare nella squadra olimpica,e  dopo l’estate sarei dovuta tornare in Virginia per finire la scuola superiore. Magari unirsi al gruppo delle Cheerleaders. Non avevo idea di cosa sarebbe successo dopo. Ho ricevuto la mia medaglia un venerdì sera. Il sabato mattina era un giorno di riposo. Tracy Talavera e io stavamo progettando di comprare un anello che avevo visto in un negozio. Abbiamo superato i controlli di sicurezza uscendo dal villaggio olimpico e abbiamo dovuto fare marcia indietro. C’erano così tante persone che gridavano il mio nome, cercavano di toccarmi, ho capito che la mia vita era cambiata.

«Ho proseguito un po’, ma era difficile. Viaggiavo per il mondo, giravo spot pubblicitari, guadagnavo soldi. Sono stata la prima donna ad avere il suo volto sulle scatole di cereali, Michael Jordan è venuto dopo. Era un’altra vita. Ero una ragazzina a cui veniva detto cosa dovesse fare. I miei sponsor mi facevano pressione affinché continuassi. Ma quando ho vinto la Coppa America per la terza volta nel 1985, sapevo che era finita. Il mio corpo era così malmesso da dover portare una protesi all’anca. Ma io volevo essere ricordata come un campionessa, non una di quelle vecchie glorie che si ostina per niente.

«Essere considerata una pioniera mi rende orgogliosa. Non c’erano i social, ma tutti accendevano la televisione per guardare i Giochi. Ero sorpresa. Non avevo lo standard fisico di Nadia o delle sovietiche, le loro belle linee, la loro coda di cavallo. Ma credo che questo fisico abbia aperto la strada a un’altra ginnastica, più atletica, più gioiosa. Un po’ come Simone Biles oggi. Che peccato che l’Unione Sovietica abbia boicottato Los Angeles. Spesso la gente mi chiede: pensi di aver meritato l’oro: le russe non c’erano? Io rispondo di sì e ne sono convinta. Le avevo battuti tutti. Alla Coppa America, alla Coppa Chunichi. Cioè, io capisco la domanda. Ma mi spezza il cuore». 

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