La Prospettiva Messi

Tre partite per la corona 

 

Due squadre europee, una sudamericana e la prima africana nella storia. Tre partite ancora per conoscere il nome della Nazionale campione. I Mondiali di calcio mettono in scena stasera e domani le semifinali. Delle quattro possibili finali, una l’abbiamo già vista quattro anni fa [Francia-Croazia]. Solo Germania-Argentina è stata la partita per il titolo per due edizioni di fila [86, 90] e tre in tutto. Due finali anche per Italia-Brasile [70, 94]. Francia-Argentina è stata al massimo un ottavo di finale [2018], Marocco-Argentina è inedita ai Mondiali, Marocco-Croazia l’abbiamo appena vista nel girone eliminatorio. 

 

 

  I MONDIALI SONO D’ESTATE

La Prospettiva Messi

 

DI PAOLO GALASSI

per Slalom da Buenos Aires

 

Ci siamo. Ora che il cerchio si sta chiudendo, a Buenos Aires c’è chi fa presente – ma sottovoce, con circospezione – che all’Argentina potrebbero mancare due-partite-due, contro le due finaliste dell’ultimo mondiale: le nazionali che in Russia le hanno rifilato la bellezza di 7 gol tra gironi e ottavi di finale (Croazia 3-0 e Francia 4-3).

All’epoca del titolo dei bleus, il volenteroso inviato Marcelo Benedetto tentò di rendere meno amaro quel fracasso, rimarcando che in fondo la Selección di Sampaoli aveva perso con i campioni e i vicecampioni del mondo, mica gli ultimi arrivati. Dall’alto dei suoi tre mondiali (‘86, ‘90, ‘94), il sempre cinico Oscar Ruggeri lo invitava allora a celebrare questo gran risultato all’Obelisco, in riferimento all’usanza porteña di cantare i trionfi nazionali nel m centro nevralgico di Buenos Aires.

Alla vigilia dei recenti quarti con l’Olanda però, lo stesso Ruggeri – passato per l’Ancona di Agostini, Caccia e Centofanti tra Italia ‘90 e Usa ‘94 – ha finto una certa sorpresa nell’apprendere, per bocca di Mario Kempes, che cosa César Menotti avrebbe detto allo spogliatoio prima di giocare la finale del 1978: “C’è lo scalino che conta e quello di cui non si ricorda nessuno, che è quello di chi arriva secondo”. Conclusione: c’è un po’ di Carlos Bilardo in ognuno di noi. Ce n’era probabilmente nell’esteta Menotti, e ce n’è stato sicuramente un po’ nello stratega Luis Van Gaal, alla cui pretattica si deve almeno parte della bagarre postpartita che pare aver indignato parecchie tastiere, nostrane e non.

 

◇  LA PRO-SPET-TI-VA  Tastiere ben presto inciampate in una foto assai suggerente, già entrata nella storia dei Mondiali: argentini che irridono olandesi dopo l’ultimo rigore di Lautaro Martinez. Un’istantanea tentatrice, almeno quanto un’altra foto, altrettanto potente, ma vecchia di 40 anni. Scattata al Camp Nou di Barcellona il 13 giugno del 1982, la sera in cui l’Argentina inaugura il Mundial di Spagna contro il Belgio: Maradona da solo contro sei avversari.

Un gioco cromatico tra il verde dell’erba, il rosso striato d’oro delle divise dei belgi, e la testa mora di Diego, che riceve il pallone con il piede sinistro aperto e l’iconico numero 10 nero sulle spalle albicelesti. La genesi di tale composizione è però tutt’altro che trascendentale:

una punizione sulla tre quarti campo, su cui stazionano Daniel Passarella, Mario Kempes

e Osvaldo Ardiles, che appoggia corto su Diego. Stop di sinistro, tocco da sotto

intercettato da un belga e azione che sfuma. Quando lo statunitense Steve Powell coglie

l’istante in cui i nazionali belgi rompono la linea della barriera per andare a marcare

Maradona, la sua posizione teoricamente non favorevole – in platea – ci regala l’effetto ottico di un impietoso accerchiamento, la sensazione che si prova all’osservare una volpe circondata dai cani. Niente di meglio e niente di più maradoniano, nel mondiale delle Malvinas e della marcatura a uomo di Gentile. Da un’azione innocua, dispersa in una partita tutt’altro che memorabile (se non per l’inaspettata sconfitta dei Campioni del mondo in carica), salta fuori una delle immagini più rappresentative del Diego-solo-contro-tutti, eroe e trascinatore di una Nazionale che in quelle ore è anche Paese. Una schiacciatura bidimensionale ingannevole, come quella famosa foto aerea dei cammelli nel deserto del National Geographic. Nel nostro caso non è un miraggio, soltanto una sequenza sul cui prima e dopo – come nel caso del Diego accerchiato – è lecito farsi due domande.

 

 

◇  BISOGNA SAPER VINCERE | Questioni di prospettiva, appunto. Se guardata integralmente dall’alto e per tutta la sua durata, la rigorata tra Argentina e Olanda di venerdì potrebbe suggerire talune speculazioni riguardo un certo bilardismo degli Orange, che in panca vantavano il DT più esperto del torneo, scalzato da quello più acerbo. Forse esasperati dall’aver veramente camminato sull’orlo dell’eliminazione, sicuramente disposti a molto, pur di vincere.

Un’attitudine che a parti invertite – sospettiamo – non avreste esitato a bollare come

“sudamericana”, alla pari della tanto menzionata garra (nota al margine: “sudamericane”, viste da qua, potrebbero sembrare anche le storie del rambo-spacciatore-designatore di arbitri, o degli incentivi qatarioti al Parlamento Europeo). Insomma, a un eventuale ed eccessivo agonismo arancione, ci par di capire, non bisognava proprio rispondere. Men che meno dopo aver vinto. Dare l’esempio, sempre, prima di tutto. Come la nazionale tedesca con la Gaucho Dance del 2014 a Berlino (fraintesa, per carità), o come l’Inghilterra a Russia 2018 con la Colombia. O perché no, agli ultimi europei, con l’indegna medaglia d’argento subito sfilata dal collo. Morale: bisogna saper vincere. Prendiamo nota, leggendo certe note scolastiche e paternali, capaci di coniugare persino la ESMA e i desaparecidos con De Coubertin: “bulli, smargiassi, volgari, meschini”. Abbiate pazienza, sono paesi giovani, democrazie giovani, impareranno. Come dite? Ma no, i figli vostri lasciateli stare, che non c’entrano, ma che andate a pensare.

 

◇  TRA TOPO GIGIO E GIGI MERONI | A partire da quanto successo, e da quanto letto sui social e sui media italiani, il giovane esperto di relazioni internazionali Federico Larsen, hincha del Estudiantes di La Plata, collaboratore di Limes e Manifesto e corrispondente per La Stampa durante le ultime elezioni brasiliane, si è preso la briga di produrre un esauriente thread, che vi consigliamo, sulla relazione tra Luis Van Gaal e il fútbol argentino, dove non poteva mancare il Topo Gigio di Leo Messi a pochi metri dalla panchina olandese. Come si è detto, un omaggio-citazione a Juan Roman Riquelme. Un gesto andato in scena per la prima volta nell’aprile del 2001 alla Bombonera di Buenos Aires, sotto il palco di Mauricio Macri, allora presidente del club e non ancora del paese, colpevole di ostacolare il suo trasferimento a Barcellona. Dove, dopo un solo campionato, Van Gaal lo inviterà ad accomodarsi al Villareal.

Il ninguneo – da ninguno, nessuno – più sprezzante che il fútbol argentino ricordi, in Qatar ha finalmente trovato la sua nemesi. Una vicenda così radicata nell’immaginario futbolero rioplatense da indurre Leonida Scaloni a riassumere il match con una parafrasi della sentenza più famosa di Van Gaal: «Quando Messi non aveva il pallone, non abbiamo giocato con un uomo in meno».

Sia chiaro, ciò non toglie che Riquelme, di detrattori, ne abbia avuti (e ne abbia ancora) anche su queste sponde. A coloro che lo paragonavano a un peaje, un “pedaggio” che interrompeva la circolazione del gioco tenendo il pallone per sé, Jorge Valdano rispose che in un’epoca di velocità e autostrade, un numero 10 come lui andava apprezzato proprio per le sue pause, per il suo procedere lungo sentieri secondari, prediligendo il viaggio alla meta, disegnando curve e paesaggi invece di bruciare in linea retta la distanza tra due punti. Un po’ come succede

nel racconto Aurora di Alessandro Baricco, con la descrizione (fatta attraverso gli occhi di un bambino) di una larga, solenne e inutile veronica di Gigi Meroni nella sua ultima partita, un Toro-Sampdoria del 1967, vinta 4 a 2 dai granata con tre gol di Nestor Combin. Che qualcuno – ci dice Baricco – nei distinti centrali pronunciava Combén, alla francese, anche se era nato a Las Rosas, in provincia di Santa Fe. Combin emigrato in Francia adolescente senza fare il servizio militare o colimba (acronimo di corre-limpia-barre, “corri-pulisci-spazza”). Combin che la domenica dopo la morte di Meroni segna altri 3 gol nel derby con la Juve, sua ex squadra; Combin pestato alla Bombonera di Buenos Aires e finito in cella la notte di Estudiantes-Milan del 1969. Certe volte le cose belle accadono lungo le strade meno battute. Come recita uno Slalom dello scorso luglio, è il bello delle deviazioni, per questo li chiamiamo viaggi, altrimenti sarebbero solo dei trasferimenti.

 

◇ EDIPO REY | Argentina-Olanda rimane perciò un grande libro che parla di stili e scuole, dove i conflitti più interessanti tra alunni e professori – si chiamino Johan, Cesar, Diego, o Riquelme, Saviola, Van Gaal e Rijkaard- sono sempre avvenuti in Catalogna, dove il pecho sarà sempre più frio che nel resto della Spagna. Argentina-Olanda rimane una partita edipica, in cui c’è un padre a cui fare la pelle, per essere liberi. Senza le legnate prese dall’Arancia Meccanica nel 1974, forse l’Argentina di Menotti non avrebbe avuto la stessa aura di rivoluzione e di intoccabilità, con le 3 G (ganar, gustar, golear) importate dall’Huracán e quell’eterno credito concesso al Flaco, nonostante le sue scarse successive vittorie. Quell’Olanda sarà la scusa perfetta dei menottisti, vincitori morali anche in caso di sconfitta. Pulci e capibara han dunque fatto le scarpe a cigni e profeti con una partita schizofrenica, in cui, alla faccia del futbol totale, l’Argentina è andata in gol con un difensore lanciato in porta da un passaggio impossibile da vedere e da sentire (Lele Adani), battezzato Made in La Masia da qualcuno, e da altri rivendicato come riquelmiano, in un’epoca in cui i club olandesi da queste parti vengono a pescare in primo luogo difensori e terzini, come Nicolas Tagliafico e Lisandro Martinez. Durante Argentina-Messico, in uno degli exploit che l’hanno fatto conoscere anche qui, Lele Adani s’era lasciato scappare una richiesta di rispetto per Leo Messi.

Che piaccia o meno Adani, e che piaccia o meno Messi, a leggere le cronache nostrane di questo mondiale (in parte sovrapponibili con quelle di 4 anni fa), un po’ di ragione viene da dargliela. “Più una larva che una Pulce” (2018), “più una larva che un condottiero” (2022). “Una pulce non un drago”, “fama da soprammobile”, “nessuno slalom da Dios”. Alla domanda “Vogliamo parlare dei suoi tatuaggi?” poi, avremmo sinceramente risposto di no, presentendo che la mancanza sulla pelle sua di un Fidel e di un Che Guevara lo avrebbe inevitabilmente relegato nel polo negativo della dicotomia con Diego. Una partita persa in partenza, un divario incolmabile. Che da venerdì, forse, è stato in minima parte (e temporaneamente) ridotto. Salvo suscitare allarmi di una possibile bipolarità e schizofrenia della Pulce, della quale apprendiamo con ansia dalle pagine rosa di sport.

 

◇  BANDIERE | In questo mondiale fatto di sorprese e di oriundi 2.0, di continenti rappresentati come non mai, di panafricanismo, di una bandiera proibita (arcobaleno) e di un’altra uscita dall’ombra (Palestina), vale la pena ricordare come l’Argentina sia probabilmente il primo paese fuori dai Balcani in cui la bandiera della Croazia venne sventolata (e strattonata) prima ancora della guerra che porterà alla disgregazione della Ex-Jugoslavia. Quando? Nell’agosto del 1990, al termine della finale mondiale di basket vinta dalla nazionale jugoslava su quella sovietica. Dove? Al Luna Park di Buenos Aires, lo storico stadio della boxe che nel novembre del 1989 aveva ospitato il matrimonio tra Diego Armando Maradona e Claudia Villafañe. Un luogo emblematico della cultura popolare argentina, dove sono passati Pavarotti e Frank Sinatra, Giovanni Paolo II e Carlos Monzón, i funerali di Carlos Gardel e il più grande evento nazi al di fuori dell’Europa, nell’aprile del 1938, per l’annessione dell’Austria al Terzo Reich. Il dato ahinoi non è minore, perché quella bandiera croata apparsa nel 1990 presentava uno stemma diverso da quello attuale, con un ordine invertito degli scacchi biancorossi. Era la bandiera dello Stato Indipendente di Croazia (1941-1945), governato dal poglavnic Ante Pavelic, alleato di Aldolf Hitler, fondatore del movimento fascista ultracattolico degli Ustascia, riparato in Argentina nel 1948 con un passaporto della Croce Rossa. 

Il momentaneo parapiglia andato in scena sul parquet, passato pressoché inosservato a Buenos Aires ma diventato affare di Stato tra Zagabria e Belgrado, è il nucleo del documentario di ESPN Once Brothers, Mai più fratelli, sull’amicizia interrotta tra due pilastri di quella nazionale, il serbo Vlade Divac e il croato Drazen Petrovic. Due perni di una squadra eccezionale, ci raccontò un paio d’anni fa Sergio Tavcar, storica voce di Tv Capodistria, perché capace di riunire “le formichine pessimiste slovene, i serbi sbruffoni e i geniali croati, forse i più intelligenti tra i popoli slavi. Un equilibrio tra la strafottenza balcanica e la sostanza mitteleuropea”. I Balcani non come regione, ma come sentimento. Alla vigilia dei Mondiali di calcio del 2018, dove l’Argentina affronterà Islanda, Nigeria e Croazia, il cronista sportivo Andrés Burgo prova a rintracciare l’anello mancante di quella storia, uno sconosciuto e baffuto tifoso spuntato al Luna Park di Buenos Aires con una vecchia (ma sospetta) bandiera. L’epilogo è degno di un altro documentario: Tomas Bilanovic Sakic, nato a Rosario da immigrati croati, vive a Santa Teresita, un paesino sulla costa Atlantica, 300 km a sud di Buenos Aires. Suo padre Dinko, unico ustascia rifugiato in Argentina a essere estradato, era stato il responsabile del campo di concentramento di Jasenovac, sul confine bosniaco. Nel 2001 la rivista croata Globus aveva ricostruito la sua mediazione nel traffico d’armi tra l’Argentina di Carlos Saul Menem e la Croazia di Franjo Tudman durante la Guerra nei Balcani.

 

 

ARGENTINA-CROAZIA  Gli ultimi reduci del club Pallone d’oro

Quattro Palloni d’oro sono arrivati ​​ai Mondiali in Qatar, due sono rimasti senza gloria. Lo scrive David Alvarez su El Pais. “Karim Benzema, l’ultimo vincitore, è tornato in Francia senza nemmeno salutare i compagni e senza esordire nel torneo. Cristiano Ronaldo è partito piangendo, da solo, senza aspettare nessuno, con la sola compagnia di una telecamera che ha registrato le sue lacrime”. Stasera sono di fronte gli altri due. Messi o Modric, uno va in finale, l’altro finisce qui la sua corsa. Repubblica presenta il faccia a faccia come l’Elfo contro la Pulce, mentre Emanuele Gamba scrive che “al mondo ci sono molti campioni e un paio di fuoriclasse ma uno solo è qualcosa di più e di diverso da un virtuosista del pallone, è il sistema circolatorio della squadra, il suo tessuto connettivo: Luka Modric detto Lukita è un minuscolo atleta dall’enorme importanza. All’apparenza non ha niente di speciale, se non quei colpi d’esterno che dirottano la palla da una parte all’altra del campo con millimetrica precisione e impareggiabile visione, ma è speciale perché non ha niente di normale. Quello che fa lo potrebbero fare in molti, quello che è non potrebbe esserlo nessuno. Modric è un gigante alto come uno scricciolo e con l’aria dell’elfo”.

Michael Butler sul Guardian ci avverte: “Ai croati non interessano le probabilità stabilite dai bookmaker o la narrazione di Messi GOAT, la loro non è una storia da sfavoriti. Parliamo di una delle migliori squadre internazionali al mondo. Ora possiamo concentrare la nostra attenzione su come la Croazia fermerà il numero 10 dell’Argentina. Ma sarebbe più prudente concentrarsi su come l’Argentina fermerà Modric e i suoi compagni a centrocampo”.

Lugi Garlando sulla Gazzetta scrive appunto che “la faida si risolverà a centrocampo dove i croati schierano l’argenteria più preziosa: Modric, Brozovic e Kovacic che hanno ipnotizzato la Seleçao. Enzo Fernandez che non dovrà intimidirsi ai piedi dell’ex Pallone d’oro Modric, attenzionato da Mac Allister”.

Potrebbe trattarsi dell’esordio storico del verbo attenzionare in una cronaca sportiva, ma Opta non lo segnala. Non ancora, almeno. 

 

  SPECCHI  MARALEO  ► Al povero Messi tocca vivere tutto questo nel perenne confronto con un’ombra, un calciatore che ha smesso di giocare 25 anni fa e che da 2 riposa sotto gli alberi pizzuti del Jardín Bella Vista di Buenos Aires, dopo aver lasciato il cuore in custodia al dipartimento di anatomia patologica della polizia scientifica. Santiago Segurola su El Pais ne parla stamattina da una prospettiva nuova, confrontando il Messi 2022 con il Maradona 1990.

“Leo – dice – trasforma la sua condizione di camminatore in una risorsa mimetica. Il ritmo della competizione a Italia 90 lo ha imposto Maradona, che non aveva bisogno di giocare bene per cambiare la trama della partita: la straordinaria giocata che precedette il gol di Caniggia nella vittoria sul Brasile agli ottavi, la pugnalata all’Italia in semifinale con le sua frasi ai napoletani, la furiosa reazione ai fischi dell’Olimpico di Roma dell’inno argentino. Ecco quanto era gigantesco il personaggio. Questo Messi ci spinge a pensare al Maradona del 90, non al clamoroso fenomeno di Messico 86. Sarà un caso, ma uno sbagliò un rigore contro la Jugoslavia agli ottavi, l’altro pure, contro la Polonia. Anche nel lampo si assomigliano: il passaggio alla cieca a Caniggia di fronte alle durezze dei marcatori brasiliani, corrisponde al suo glorioso assist per Molina contro gli olandesi. Messi cammina più di tutti in questo Mondiale, in un’epoca nella quale il calcio non tollera i passeggiatori. Ma non c’è il minimo senso di rimprovero nella squadra. Al contrario, lo preservano, fiduciosi delle sue improvvise entrate in scena. Messi sfrutta il ritmo distratto per nascondersi, programmare la sua riserva di energia, guardando la gente che gli sfreccia intorno. È un paradosso che minaccia la realtà attuale del calcio, ma che Messi sfrutta come predatore. Ha fatto dell’invisibilità un’arte. Messi comanda emergendo dalla nebbia, protagonista di una storia affascinante: arrivare un passo avanti rispetto al Maradona del 1990”.

Il Guardian racconta la storia della famiglia Mac Allister: amici di Maradona e ora fedeli a Messi. Sid Lowe ricorda che Carlos Javier ha giocato con Diego, suo figlio è legato a Leo. 

In Italia, Giulia Zonca su La Stampa dice che “non conta il fatto che Maradona sia morto, per lui era comunque già un fantasma, un ombra. Non che non lo amasse, ma non lo poteva nemmeno avere in eterno sulle spalle insieme con il numero ereditato da lui. Maradona è stato il giudice di Messi nel 2006 del debutto, il ct di Messi in un 2010 carico di frustrazioni, il tifoso di Messi nel 2014 che ha portato alla finale, un’illusione pagata a prezzo altissimo anche da chi guadagna milioni di euro. Poi è arrivata la noia e adesso c’è solo la volontà. Messi ha un ultimo tentativo per ripetere quello che è riuscito a Maradona e diventare meglio di lui perché vincere in Qatar lo porterebbe su un altro pianeta, soprattutto per la gente che non lo ha mai amato come adesso. Messi ha scoperto che questo affetto gli piace. Lo cambia”.

Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello sport-stadio commenta: “A costo di zavorrare l’illusione che si alza sul mondiale qatariota, e farla precipitare come una bugia, si deve dirlo. Messi non può raggiungere Diego. Anche se vincesse il mondiale, anche se si sbarazzasse di Modric e poi di Mbappé o di Hakimi, da solo e all’età in cui si medita il ritiro, da solo come un Ulisse tra modesti gregari, anche se tutto questo accadesse tra oggi e domenica, Lionel potrebbe vedere Diego, forse toccarlo, ma non sostituirsi a lui”. 

 

  MEDUSE UN CERTO CLIMA FRIZZANTINO ► Tensioni, veleni, chissà che altro ancora. Arianna Ravelli sul Corriere della sera parla di avvelenatori di pozzi in azione. “La storia che ha raccontato il giornale croato Sportske Novosti (e che il sito del Clarin riprendeva indignato) in sintesi è questa: un calciatore argentino avrebbe rivelato in chat ai suoi compagni di club in Europa (i quali poi lo hanno fatto sapere ai croati: ma è troppo poco per pensare che il telefono senza fili veda agli estremi Lautaro e Brozovic) la strategia dell’Albiceleste, ovvero che tre argentini puntino tre croati, considerati i più inclini a reagire, per provocarli con falli, frasi sulle mogli, cose così. «Gli argentini vogliono giocare sporco. Abbiamo visto di cosa sono capaci con l’Olanda. Pensano che la nostra gente abbia i nervi deboli e che perderà la testa» e non si capisce perché qualcuno dovrebbe pensare così di una squadra formata da giocatori che hanno visto la guerra da bambini, così fredda da reagire a un gol incassato dal Brasile al 116′ e con un portiere Livakovic che ha parato 4 rigori a questo Mondiale”. 

Il New York Times definisce la Croazia “la squadra che si rifiuta di perdere”. 

 

  I MONDIALI DEGLI SCRITTORI

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  Jorge Valdano | La creatività non ha perso ancora

“Il proverbio dice che non si ruba una candela per leggere la Bibbia. Quindi, senza dimenticare la corruzione come peccato originale che ci ha portato fin qui, è tempo di riconoscere che in Qatar c’è un grande Mondiale. Un’organizzazione irreprensibile, stadi meravigliosi, gioco di alto livello. Emozioni che solo il calcio può concentrare in pochi chilometri quadrati, senza grandi incidenti. Parlare bene del Qatar è rischioso, tanto quanto criticare le squadre che fanno possesso palla. Non mi piace che l’Occidente sia la polizia culturale del mondo senza tener conto dei contesti geografici e storici, né quando il tiki-taka masturba la palla senza raggiungere l’orgasmo. La Spagna è morta per 1.000 tocchi come in Russia, ma è bello che il calcio corregga ogni previsione. Soprattutto le mie. Pensavo che questo Mondiale avrebbe consacrato i sistemi di gioco, riducendo la libertà e le possibilità dei grandi giocatori. Mi dà grande soddisfazione vedere che il talento continua a rompere i meccanismi più solidi. E mi incoraggia aver visto così tanti giocatori nati in questo secolo prendere il comando creativo del gioco con energia, coraggio e audacia. In Brasile Vinicius e Rodrygo, in Argentina Julián Álvarez ed Enzo Fernández, l’Inghilterra ha Foden e Bukayo Saka. Sono più di 100 i giocatori nati nel Duemila ai Mondiali , con un buon numero di bestie feroci all’interno di un calcio che sembra aver addomesticato le accademie.

Se parliamo di talento nella sua forma più pura, si deve cominciare dall’esuberante Mbappé, impreciso e frivolo per tutta la partita, poi decisivo con il suo estro. In 90 minuti ha tutto il tempo per tutto. All’altro capo generazionale regna Leo Messi, la cui testa fa rumore quando pensa a come ribaltare la partita, per trovare una scappatoia che il genio trasformerà in gol. Non ha più la velocità fulminea, ma ci mostra il cuore del talento. Il calcio si gioca anche con l’emozione e questo Mondiale ne è un buon esempio. Mi piace vedere che l’aspetto macho si addolcisce, che i giocatori non nascondono le lacrime o rendono omaggio alle madri. Se lasciamo che il talento si esprima, se continuiamo a metterci il sentimento, il calcio avrà vita lunga”. [da El Pais di sabato]

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