Qualche settimana fa L’Équipe aveva dato notizia delle sbalorditive imprese di tale Jack Burke, ciclista e sciatore dilettante canadese, capace di battere in bicicletta il record di scalata di passi leggendari come l’Alpe d’Huez e il Mortirolo. Burke si considera in grado di competere con i migliori e aspetta che gli venga offerta l’occasione di provarlo. Insomma: insegue un contratto da professionista. “La credibilità delle sue imprese, tuttavia, resta difficile da verificare” scrive stamattina Audrey Quétard sul giornale francese dopo un incontro con lui.
Dei record di Burke si ha conoscenza attraverso la app Strava, dov’è registrata la sua ascesa fino in cima al Mortirolo impiegando un minuto in meno di Vincenzo Nibali [43’45] e in cima all’Alpe d’Huez battendo Sepp Kuss di nove secondi [35’56”]. Pare che abbia pure il miglior tempo di scalata dello Stelvio, ma tanto sullo Stelvio per un motivo o per un altro il Giro d’Italia non riesce a passarci mai. A L’Équipe si son fatti venire qualche dubbio, intanto perché Burke “racconta tutto con uno storytelling ben costruito, usando una voce profonda da podcast, una manciata di superlativi e lezioni di vita che sarebbero capaci di motivare un intero spogliatoio. Con un tocco di lirismo, ripensa con gioia alla sua scalata dell’Alpe d’Huez”.
Burke si sta facendo conoscere in tutti i paesi chiave del ciclismo [qui la sua intervista con Bicisport in Italia – alla rivista ci si abbona qui] e dice cose così: «Sono partito da solo, ho guidato per quattro ore fino ai piedi della salita. Faceva freddo, ma splendeva il sole e mi sentivo bene. Ridevo come un bambino, mi son detto che sarebbe stata una delle migliori esibizioni della mia vita». Di certo non esistono riprese video delle sue imprese, né i dati sono stati condivisi immediatamente dopo le imprese.
Pierre Rolland, ex corridore, oggi consulente del canale L’Équipe, ci mette in guardia e dice che è molto facile migliorare le prestazioni ciclistiche. «Se mettiamo due furgoni qualche metro davanti a noi, possiamo guadagnare velocemente qualche km orario. La sua prestazione è sicuramente di rilievo, ma non c’è stato nessuno che controllasse cosa ha fatto esattamente durante la salita». In effetti potrebbe pure essersi attaccato con la mano al portapacchi di una macchina.
Un periodo da professionista, Burke ce l’ha avuto. Ha firmato con una squadra europea di terzo livello [Leopard Pro Cycling], ha vinto una tappa al Tour de Beauce, vanta un quarto posto al Tour du Jura e un sesto al Tour of Alberta, addirittura dietro il magnifico Sepp Kuss. «La gente – dice – mi chiede perché sono così bravo solo adesso, e questo mi fa impazzire. Non capiscono che prima stavo meglio, ma non ho avuto la possibilità di dimostrarlo».
L’Équipe è andato a stanare il suo ex direttore sportivo Mike Creed, disposto a garantire che mmm, ecco, «Jack era molto forte, ma forse non era il migliore. La competizione è tremenda. Purtroppo nel ciclismo non esiste un piano perfetto per mettersi in mostra».
Alla fine del 2022 Burke si è schiantato contro un’auto durante un allenamento. Una caduta che lo ha sfigurato, gli ha rotto una vertebra della schiena e ha messo fine alla sua breve carriera di rincalzo. La sua prima vera grande vittoria, la cronometro al Tour de l’Abitibi nel 2013, era stata viziata da un controllo positivo al test dell’idroclorotiazide, un prodotto mascherante di altre sostanze. Burke diede la colpa a una fontana del posto dalla quale usciva acqua mal trattata, si sa come sono le fontane nel Québec. Il beneficio del dubbio lo avrebbe salvato in appello.
Per due anni Jack Burke si fece da parte. Ha scritto un libro dal titolo paradossale, Come diventare un corridore professionista, in sostanza spiegando come si fa qualcosa che sta ancora desiderando di fare. Ha lanciato un podcast omonimo con ospiti famosi del circuito, da Toms Skujins a Felix Grossschartner, da Alexander Kristoff a Sepp Kuss. Alcuni di questi incontri, sommati alla risonanza mediatica di queste settimana, lo spingono a riscoprire il suo vecchio sogno adolescenziale. «Avrei potuto fare la Coppa del Mondo di sci con il Canada per preparare le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 ma ho rinunciato per concentrarmi sul ciclismo», urca, la butta là.
[L’amico geniale di Slalom avrebbe racconti fenomenali su quel suo amico che era sempre stato in serie C di qualcosa: un giorno diceva di aver giocato in serie C di calcio, una volta era stato serie C di tennis, toccò vertici sublimi quando disse di essere stato serie C di bocce].
Comunque sia, Burke punta addirittura al World Tour, «ovunque, in qualsiasi momento, farò quello che vorrete» c’è scritto sul suo account Strava. Dice Creed che si tratta di «mancanza di umiltà che lo spinge all’ambizione, non ha paura di nulla, ma un tratto che gli impedisce pure di vedere la realtà. È un ingenuo, quale squadra del mondo potrebbe ingaggiare un atleta di 29 anni? Siamo già a dicembre, le squadre sono al completo. Quando all’epoca gli consigliai di provare le gare di Terza Divisione, le definì gare di merda».
[Mai sottovalutare la portata e il fascino della Terza Divisione. Uno può sempre raccontare di essere stato serie C di ciclismo. In ogni caso viva gli ingenui].
Burke dice di essere a contatto con quattro team della massima categoria, a suo dire impressionate dai record in salita. «Ho la sensazione – dice Rolland – che il ragazzo sia pronto a tutto pur di far parlare di sé. Ha utilizzato i social media con sapienza durante un periodo di stanca del calendario. Ci è riuscito bene. Penso che troverà squadre disposte a offrirgli almeno un provino». Nel frattempo Burke si sente come Cocciante con Margherita, non potendo stare fermo con le mani nelle mani, ha deciso di andarsene a scalare il Col de la Madone, il cui miglior tempo appartiene a Tadej Pogacar.