Egonu e Sylla. Così nacque un’amicizia
Le mani strette in campo. M. «Ci siamo conosciute bene a Catania, al Grand Prix del 2013. Ci siamo avvicinate subito: eravamo le più piccole della Nazionale, avevamo una storia simile, entrambe nate in Italia da genitori immigrati. A un certo punto però c’è stato un allontanamento: lei è tanto tranquilla e serena, ma quando parla non ha un filtro, una mezza misura. Le dico: devi essere un po’ diplomatica. E lei: eh no, io dico quello che penso. In quel periodo diceva di tutto a tutti, in modo arrogante, e io impazzivo. Pensavo: è impossibile che nessuno dica niente, invece nessuno diceva niente. E lei tirava dritto per la sua strada».
P. «Mi ero resa conto di aver sbagliato, però non capivo cosa fosse. Preferivo non guardare il problema. Sapevo che sarebbe stato più facile andare da lei e parlarle, una volta ci avevo provato ma era arrabbiata con me».
M. «Diciamo che la cosa si è risolta quando abbiamo fatto le qualificazioni per Rio, nel 2016: noi eravamo in panchina e non dovevamo giocare. Era il primo viaggio lontano, l’avevamo preso come una vacanza. Invece la prima partita si mette male e l’allenatore ci fa entrare, assieme. Per la paura le ho stretto la mano – un gesto che facciamo ancora – e le ho detto: “Oh, siamo in ballo, balliamo”. Abbiamo giocato bene e vinto 3 a 1. La prima volta in campo assieme è stata il momento chiave della nostra amicizia. Non c’è stato neanche bisogno di chiarire, le incomprensioni di prima erano dovute a differenze caratteriali». | Silvia Guerriero, Sport Week