In Francia sono ancora impressionati dalla portata della lezione di gioco subita dall’Italia di Spalletti. Così scrivono: lezione di gioco, accompagnata da “un’antologia di errori difensivi” [L’Équipe]. Hanno visto abbastanza calcio da non confondere un contropiede con un’esibizione di calcio all’italiana, la definizione che gira da noi, ma difficilmente compatibile con la sola parata di Donnarumma in tutta la partita [al minuto 7] e con le cinque occasioni da gol contro una per l’Italia.
O abbiamo frainteso per mezzo secolo i racconti su Gipo Viani e sulla lezione di Herrera e Rocco, oppure la definizione di calcio all’italiana non c’entra proprio niente con il tre a uno del Parco dei Principi. Una spiegazione è possibile. Oltre a essere conforme con lo spirito dei tempi, un’Italia che vince solo se gioca all’italiana si afferma in certe aree calcisticamente ideologizzate per accreditare la tesi di uno Spalletti finalmente scintillante perché diverso dal cittì degli Europei. Tre mesi fa era stato deciso che fosse stato lui a confondere i giocatori. In molte ricostruzioni e in molti spin è spuntata anche una spaccatura con la squadra, maledizione, e adesso che si fa, mica possiamo contraddirci. È cambiato. Ecco. Spalletti è cambiato. Facciamo così. È tornato alle radici, al nostro stile DOC, all’antico sano contropiede. È rinsavito, quel matto.
Solo che la traversa presa dall’Italia sullo 0-1 è arrivata a difesa francese schierata, in cinque dietro la linea della palla. È bizzarro per essere un contropiede. Il gol del pareggio di Dimarco lo stesso: nasce a difesa schierata, ci sono sei uomini dietro la palla quando Cambiaso cambia gioco da destra a sinistra, prima del colpo di tacco di Tonali. Anche il secondo gol non può dirsi un contropiede, né classico né moderno. Nasce da un pallone recuperato in pressing alto da Frattesi su Fofana. Il calcio all’italiana non lo fa il pressing a metà campo, aspetta gli avversari sotto l’area. Quando Raspadori parte e punta la porta, siamo in due contro quattro. E anche il terzo gol di Raspadori nasce a difesa schierata: nel momento in cui Udogie porta palla a sinistra, in quattro attaccano e in quattro difendono. I fatti sono questi. Ma i fatti non contano più. [Le immagini sono QUI]
Se fosse calcio all’Italiana, sarebbe strano stamattina sentire Arrigo Sacchi [sulla Gazzetta] dire che “finalmente ho visto una Nazionale italiana giocare in modo serio. Questi giovanotti hanno dimostrato che, quando giocano a tutto campo, sono in grado di mettere in difficoltà gli avversari. Un coraggio che è stato premiato”.
Forse non contano i fatti e neppure più i sacri testi. In Storia delle idee del calcio, Mario Sconcerti definisce il gioco all’italiana dal punto di vista filosofico come “una delle forme di pensiero più geniali che l’Italia abbia avuto”, dal punto di vista storico uno stile che “nasceva in un momento in cui il Paese era pieno di macerie”, ma dal punto di vista tecnico è inequivocabilmente “una continua costruzione della partita sull’avversario”. Poi è anche uno stile che ci ha costretto alla solitudine, all’isolamento dice in un altro passaggio, “un’opportunità che molto ha dato e molto ha tolto, ci ha resi tattici, non è chiaro se questo sia stato un bene”.
Uno stile che ha foderato i nostri occhi di prosciutto [italiano, sia chiaro, non il jamón], perché una volta interiorizzato, “le novità facevano davvero un’impressione sgradevole”, e ancora Sconcerti parla di “dittatura ideologica chiusa intorno all’inevitabilità del calcio all’italiana”. Ma queste possono anche essere giudicate delle opinioni. È un fatto, però, scrive Sconcerti, che il calcio all’italiana è un gioco nel quale si “corre indietro invece che in avanti”. Davvero l’Italia venerdì correva all’indietro?
Qualcosa non torna pure a Fabio Licari nella sua analisi sulla Gazzetta dello sport. Nella sua lettura della partita, il calcio all’italiana non si incontra. Non c’era ieri e non c’è oggi, quando smonta “il discorso sulla “semplicità” di Spalletti” definendolo scivoloso. “Sarà stata complicata la didattica, non il contenuto. L’Italia di Parigi era semplice ma evoluta. Spalletti ha alleggerito i concetti. Ha scelto il 3-5-1-1 per fare densità a centrocampo, ma già Frattesi più alto, e naturalmente offensivo, trasformava il sistema in un 3-4-2-1. Poi subentrava la variabile Calafiori, difensore multimediale del futuro. Era dovunque: l’ancora della difesa quando potevamo crollare, il play per impostare e offrirsi all’appoggio, il primo incursore. Ma soprattutto, si evince dalle foto tattiche, il vero compagno di mediana dell’incredibile Ricci: consentendo a Tonali (avanti nel corridoio centrale) e a Frattesi (più largo a destra) di comporre la linea di trequartisti con Pellegrini. L’Italia era schierata, di fatto, con un 4-2-3-1 spallettiano, mobilissimo, con esterni alti, “rientrante” se la palla era francese. Sceneggiatura semplice, interpretazione raffinata. Non ci siamo fatti schiacciare, non abbiamo dato il tempo alla Francia di schierarsi dietro. Se il ct era l’unico colpevole in Germania, allora Parigi dovrebbe essere tutto merito suo”.