La ricostruzione del tennis americano

Bentornata, America. Ci hai messo tanto ma adesso ci sei, eccoti di nuovo con uno dei tuoi ragazzi  in una finale dello Slam. O Frances Tiafoe o Taylor Fritz, questo lo vedremo, ma intanto goditi questo derby in semifinale a New York, non succedeva dal 2005 [Agassi vs Ginepri]. Non c’era una bandierina con le stelle e con le strisce all’ultima partita di uno Slam dal 2009, quando Andy Roddick l’avrebbe poi persa a Wimbledon. 

Taylor Fritz c’è arrivato eliminando Sascha Zverev, il tennista dalla classifica più alta rimasto in tabellone dopo Sinner. Frances Tiafoe ha fatto fuori il numero #9 del mondo, il veterano bulgaro Grigor Dimitrov. Sono due bagliori che adesso illuminano una scena nella quale da tempo si stava muovendo qualcosa, nella faticosa ricerca di un dopo-Williams tra le donne e un dopo Sampras-Agassi tra gli uomini. È arrivata Cori Gauff a spezzare l’attesa un anno fa, e nel 2024 ci sono Emma Navarro già sicura della semifinale tra le donne, dall’altro lato del tabellone Jessica Pegula avversaria di Iga Swiatek nei quarti. Ben Shelton, Brandon Nakashima, Sebastian Korda e Danielle Collins si muovono nel retropalco. «Penso che abbiamo molti giocatori e giocatrici che continueranno a salire tra i primi 10-15 al mondo» sottolinea Ben Shelton, 21 anni, 13esimo al mondo. Nel tabellone principale degli US Open sono entrati in trentotto, certo con qualche wild card, come accade ovunque, ma diciassette fra uomini e donne messi insieme sono nella top-50 del ranking mondiale. 

Il tennis americano offre una diversità di talento mai vista prima, Negli ultimi quattro anni i tesserati sono aumentati del 33%, tra ragazzi e le ragazze di origine latina del 105%, del 63% nelle comunità afroamericane. La federazione si è messa a lavorare con l’obiettivo di raggiungere 35 milioni di giocatori nel 2035, ovvero il 10% degli americani. Vogliono costruire altri 80.000 campi per portare il totale a 350.000. Vogliono occupare territori inesplorati, Harlem per esempio, dove un’associazione fa giocare a tennis i bambini delle famiglie disagiate, vogliono sviluppare un collegamento tra il circuito professionistico e quello universitario. Vogliono riprendersi la guida di uno sport che gli era sfuggito di mano, uno sport diventato globale, di tutti, con 8 paesi diversi nell’albo d’oro degli Slam maschili dall’ultimo titolo USA [una scena condizionata da Quei Tre] e addirittura 13 nazioni arrivate a uno Slam in campo femminile dopo Serena. 

Per spiegare come mai così tanta America sia tornata al centro della scena, Sophie Amiach [quarti di finale Australian Open 1984], consulente ESPN, suggerisce che «qui c’è la mentalità della valorizzazione del potenziale». Essere bravini a 15 o 16 anni non basta. Non è raro, spiega, vedere grandi nomi del passato affacciarsi sui campi dove si allena la meglio gioventù, per dire una parola, incoraggiare. È una buona pratica cercata e incentivata da Martin Blackman, responsabile dello sviluppo dei giocatori e delle giocatrici. «Quello che dobbiamo fare – dice – come con Coco Gauff, è lavorare fianco a fianco con le famiglie, costruire buoni rapporti». 

Così le più giovani chiamano mamma Jessica Pegula [30 anni] e Cori Gauff di 20 è vicina a Tyra Grant di 16 anni. Gli USA hanno pure il numero 2 del mondo junior, Kaylan Bigun, e tra le ragazze la grande attrazione è la 16enne Iva Jovic. Quando la settimana scorsa si è presentata agli US Open, ha risposto: «Sorpresa di essere qui? Mmm, non direi». Tutto normale. La scoperta dell’America. 

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