Il tennis ha un problema di credibilità con il doping: anche se Jannik Sinner è innocente | Che cosa non va in questa storia

La sentenza che ha scagionato Jannik Sinner  – Chi sono i giudici e chi sono gli esperti antidoping che hanno esaminato il caso – Il privilegio del riserbo – La bolla in cui il tennis risolve le sue questione doping – L’imprudenza dello staff di Sinner – I numeri dei controlli nel tennis e la confusione delle regole – Come è stato raccontato il caso dal giornalismo sportivo italiano –  Che cosa stanno scrivendo all’estero

 

I signori che hanno salvato Jannik Sinner si chiamano Tamara Gaw, Benoit Girardin e Davide Sharpe, quest’ultimo a capo del piccolo tribunale privato che in gran ritardo e in tutta segretezza si è riunito, ha studiato il caso e ha garantito che nel tennis non c’era scandalo, come sempre. Il più forte giocatore del mondo è risultato positivo al Clostebol in totale buona fede e in piena inconsapevolezza, al massimo possono essergli sottratti montepremi e punti del torneo giocato in quei giorni per la famosa responsabilità oggettiva, perché sono troppe le cose che non sapeva e di cui non si è accorto. 

Il tribunale privato si chiama Sport Resolutions e il triumvirato ha messo per iscritto la sua sentenza in codeste 33 pagine consegnate alla ITIA, la International Tennis Integrity Agency, un’organizzazione nata su iniziativa degli organi direttivi internazionali del tennis professionistico: la ITF, i sindacati di giocatori e giocatrici [ATP e WTA], i quattro tornei dello Slam. Nella sua missione, la Sport Resolutions dichiara di operare a livello globale, offrendo arbitrati, mediazioni, indagini, revisioni, pareri di esperti. 

“Il nostro obiettivo – si legge sul suo sito – è fornire un’alternativa esperta, rapida e conveniente ai processi di appello interni e al contenzioso basato sul tribunale”. 

È insomma un servizio di risoluzione delle controversie in ambito sportivo, indipendente e senza scopo di lucro, con sede nel Regno Unito. L’aggettivo indipendente torna nelle ricostruzioni di questa storia sin dai primissimi minuti di ieri pomeriggio. Un aggettivo che rasserena, ma sul suo significato bisogna intendersi. In questo caso, l’aggettivo indipendente non può comprendere una condizione del tutto esente da rapporti di dipendenza o subordinazione, perché con Sport Resolutions la ITIA ha stipulato nel gennaio del 2021 un accordo di collaborazione. C’è dunque un legame stabile. Le 33 pagine non sono state partorite da un organo consultato per quest’occasione e basta. Le implicazioni contenute nella sfumatura sono evidenti. Resta un giudizio prodotto dentro un perimetro. 

Per arrivare al suo giudizio legale, Sport Resolutions si è dovuta rivolgere a tre esperti, tre figure scientifiche, e tra le righe della comunicazione precisa che due dei tre non erano a conoscenza dell’identità del tennista di cui si parlava. Potrebbero aver intuito che non venivano scomodati per il numero mille del mondo. I tre periti sono Jean-François Naud, Xavier de la Torre e David Cowan. Il primo è il direttore del laboratorio WADA di Montreal, in Canada. Il secondo è il vicedirettore scientifico del laboratorio WADA di Roma, il terzo è professore emerito presso il Dipartimento di scienze ambientali, analitiche e forensi del King’s College di Londra, ex capo del laboratorio WADA nella capitale del Regno Unito. Tre profili che lasciano sospettare che la WADA non impugnerà la sentenza.

Le loro conclusioni sono state decisive per scrivere le 33 pagine come le leggiamo oggi. Il professor Naud ha concluso che sulla base del primo campione del 10 marzo, la probabilità che la spiegazione del giocatore sia plausibile è davvero alta perché la concentrazione stimata di 100 pg/ml è compatibile con l’ipotesi della contaminazione. Inoltre la bassa concentrazione rilevata nel secondo campione del 18 marzo è del tutto plausibile che sia conseguenza della medesima originale somministrazione. Xavier de la Torre, pare di capire, ha condotto degli esperimenti nel suo laboratorio prima di dire plausibile l’ipotesi della contaminazione, mentre il professor David Cowan aggiunge un elemento quando dice che «se pure la somministrazione fosse stata intenzionale, le minime quantità non avrebbero avuto alcun effetto dopante o di miglioramento delle prestazioni sul giocatore». Ma se pure fosse, l’obiezione sarebbe irrilevante, perché l’intenzionalità e il dolo sarebbero una palese violazione del principio di lealtà.

Non è questo il caso, ci dicono la ITIA, la Sport Resolutions e anche la ATP che accoglie con sollievo le conclusioni del professor Cowan, quando nero su bianco scrive di «non riuscire a trovare nessuna prova a sostegno di qualsiasi altro scenario». 

È un sollievo davvero per tutto il mondo del tennis, per Sinner, per i suoi sponsor, per quelli che si chiamano stakeholder, i portatori di interessi – che non sono una malaparola: sugli interessi delle parti si regge il mondo. E quando si parla di sport, in ballo ci sono pure interessi immateriali come il tifo, il sentimento, l’adesione empatica alle vicende di uno o altro [a margine segnalazione di un pezzo molto interessante di Vincenzo Latronico sul Post: Affinità e divergenze tra atleti e artisti]. È un sollievo insomma per il sinnerismo intero. 

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IL PRIVILEGIO DEL RISERBO

Ma così come pare innegabile l’innocenza di Jannik, innegabile pare pure un certo privilegio ottenuto nella gestione della vicenda. Il totale riserbo. Quello che Matteo Pinci su Repubblica definisce “una sorta di trattamento di riguardo. Che magari altri, con un curriculum diverso, non avrebbero avuto. Eppure la notizia in Federtennis era nota: già a luglio alcuni consiglieri federali erano a conoscenza. Anche se la Itia — l’organizzazione responsabile dell’integrità del tennis globale — non avrebbe l’obbligo di informare la federazione internazionale tennistica. Evidentemente, tenere la questione sopita è stata una scelta. Del giocatore, certo. Ma anche della federazione italiana della racchetta. Pensate se questo tsunami si fosse rovesciato addosso a Jannik Sinner mentre era in gara alle Olimpiadi di Parigi, durante il più seguito e atteso evento sportivo del mondo. O peggio ancora, sul podio con una medaglia olimpica al collo. Sì, perché il tennista azzurro non poteva essere sicuro che quella positività riscontrata due volte, il 10 e il 18 marzo, non gli sarebbe costata nemmeno un giorno di squalifica. Non sappiamo, non sapremo mai se tutto questo abbia avuto un peso nella sua scelta di non partire per le Olimpiadi: forse quella tonsillite che lo ha colto a poche ore dal volo lo ha aiutato a non doversi porre il problema”.

Questa è una prima anomalia. Dal 10 marzo al 20 agosto, Jannik Sinner non ha dovuto rispondere a domande sul suo caso, ha respinto con i suoi legali due volte un dispositivo di mini-sospensione cautelare dell’attività per le indagini, ha potuto tirare dritto per il mondo senza le conseguenze mediatiche della positività, ha affrontato 38 colleghi ignari. È una condizione che ogni garantista si augura di vedere applicata, ma è la condizione che ogni garantista si augura di vedere applicata per tutti, non solo per il numero 1 mondiale del tennis. Il numero uno mondiale del tennis ha potuto continuare la sua attività  e ha potuto aspettare il verdetto di non colpevolezza senza danni all’immagine, senza sospetti, mentre un tribunale privato, scelto da un’organizzazione fondata dalle istituzioni del suo tennis, compreso il suo sindacato giocatori, stabiliva la sua innocenza. 

È questo il primo dei punti chiave del caso Sinner, non il Clostebol, la pomata, i calli, l’incrocio delle date, la sofferenza di Sinner in tutti questi mesi, il suo cuore così bianco.

Il punto è la totale bolla in cui il tennis gestisce le sue cause. 

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LA BOLLA DEL TENNIS

Una bolla in cui il tennis non spicca per credibilità. Quando André Agassi scrive il suo capoavoro Open, racconta di aver fatto uso di metanfetamine nel 1997. All’epoca diede all’ATP una giustificazione e l’ATP se la fece bastare, chiudendo il caso senza sanzioni, senza pubblicità, senza fastidi. Questa scarsa credibilità si accompagna a una relativa sensibilità verso il tema. Il ciclismo ha cancellato l’intera carriera del più glorioso partecipante alla storia del Tour de France. Ha fermato vincitori di Grandi Giri e di Mondiali. Il calcio ha squalificato due volte quello che viene considerato il più grande giocatore di sempre, e comunque uno dei più grandi. L’atletica leggera ha punito ori olimpici e mondiali dei 100 metri, la sua gara più sbrilluccicosa. Il tennis non ha mai trovato positivo uno dei suoi grandi, mai, neppure uno, tutti belli puliti e buoni. 

Anche dinanzi all’assunzione inconsapevole e involontaria di Clostebol, gli altri sport si sono comportati in modo differente. Il calciatore del Benevento Fabio Lucioni fu fermato per un anno nonostante fosse stata provata la responsabilità del medico del club [4 anni] per l’uso di uno spray cicatrizzante dopo un’abrasione alla gamba. Lo spray era proprio il Trofodermin di cui si parla per Sinner in queste ore. Su Lucioni gravò il precedente simile della fondista norvegese Therese Johaug, condannata nonostante avesse provato la sua buonafede. 

Anche il cestista Moraschini dichiarò che la contaminazione era avvenuta per contatto con una persona che stava usando uno spray cicatrizzante, a sua insaputa. L’Olimpia Milano lo licenziò e il tribunale antidoping lo ha fermato per un anno. E per positività al Clostebol, non per migliorare le prestazioni, non per dolo, ma per negligenza, il ciclista Mattia Luboz è stato fermato per un anno: era caduto in discesa durante una corsa in mountain bike, si era ferito a un ginocchio sbattendo contro un muro, in farmacia aveva chiesto un cicatrizzante, e aveva fatto così la sua frittata. Un anno di squalifica. 

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L’IMPRUDENZA DELLO STAFF

Marco Bonarrigo sul Corriere della sera stamattina scrive infatti: “Quando un magistrato o un procuratore sportivo riceve da un laboratorio antidoping un referto di positività al Clostebol, steroide anabolizzante proibitissimo, lo associa istintivamente a due profili di atleta: un ragazzino curato per una piaga o un’ustione sulla pelle da genitori apprensivi e poco informati o un ciclista dilettante che risolve con il fai-da-te un doloroso foruncolo al sottosella. Impossibile pensare che una pomata o uno spray che riportano chiaramente la scritta «doping» sulla confezione e nel bugiardino e sono stati protagonisti di decine di dolorose squalifiche negli ultimi vent’anni vengano usate da un professionista di altissimo livello. Eppure è successo al n. 1 del tennis mondiale”. 

Prima che il Clostebol finisse nel corpo di Sinner, erano successe un paio di cose anomale. La prima: il suo preparatore atletico Umberto Ferrara va a comprare a metà febbraio nella farmacia SS. Trinità di Bologna la confezione di Trofodermin – con la scritta doping sulla confezione – e la mette in borsa. I giudici indipendenti della Sport Resolutions non gli chiedono perché. Non domandano al preparatore atletico del miglior giocatore di tennis al mondo come mai compri in farmacia un prodotto dopante. Non gli chiedono perché lo avesse in borsa al torneo di Indian Wells. Eppure, se lo ha comprato una volta, se lo ha messo in borsa per una trasferta, un inquirente potrebbe farsi venire la curiosità di domandare se per caso fosse nella borsa per abitudine, a cosa gli servisse un preparato a base di steroidi e antibiotici. La seconda anomalia è che Umberto Ferrara lo offra a Giacomo Naldi quando si ferisce il dito di una mano con lo scalpello che utilizza per togliere i calli dai piedi di Sinner. Qui, secondo le 33 pagine dei giudici, le versioni rese dai due protagonisti differiscono. Bonarrigo aggiunge pure che Ferrara è laureato in tecniche farmaceutiche. Uno dice di aver avvertito Naldi sulla natura della pomata, l’altro dichiara di non ricordare e comunque di non essersi lavato le mani. E dunque nello staff del miglior giocatore di tennis al mondo, ci sono un preparatore atletico che compra in farmacia prodotti dopanti e un massaggiatore che non si lava le mani. 

IL TENNIS E LA CONFUSIONE DELLE REGOLE

Ogni tanto accade qualcosa che viene a prendere in giro le solenni fesserie che ci raccontiamo. L’attenzione ai dettagli. Quante volte ce lo ripetiamo. La maniacalità di questo, la pignoleria di quell’altro. L’attenzione di Sinner ai dettagli. Qualche mese fa ne parlò pure l’esperto di Medicina dello Sport Angelo Bertelli, ne parlò come uno dei segreti del successo. I segreti, i dettagli. Poi arriva un massaggio del tuo uomo di fiducia con un cerotto al dito e una pomata dopante. 

Non è il quadro di un mondo pignolo e rigoroso verso il doping. Nel giugno del 2022 il Daily Mail scoprì che la Federazione internazionale [ITF] consentiva ai giocatori di prenotare i test antidoping. Venivano invitati a prenotare degli slot, prima di andare a giocare il torneo di Miami. Una discreta differenza rispetto ai controlli a sorpresa. L’ITF fu pure accusata di aver gonfiato il numero di test condotti per renderli presentabili. Tennis Magazine Italia censì il numero di controlli effettuati dal  2011 al 2021, scoprendo un brusco stop dovuto al covid [7772 nel 2019 e 3282 nel 2020], ma una incomprensibile ripresa tiepida nel 2021, con un numero di test inferiore a quello del 2018. La tennista più controllata di tutte era stata la 20enne Elisaveta Koklina, russa, numero 1595 al mondo. Ancora più clamoroso il caso di Hyeon Chung, segnalava Tennis Magazine Italia . L’ex top-20 coreano, fermo dal settembre 2020, era segnalato dalla ITF come testato 25 volte durante i tornei. Eppure non ne aveva giocato nemmeno uno. “Sarebbe opportuno che i dati fossero più precisi e accurati. Altrimenti si rischia di creare ancora più confusione” scriveva il magazine.  

È stata probabilmente questa confusione a portare nel 2022 il trasferimento della gestione dei controlli antidoping dalla ITF alla ITIA, ma la ITIA è un’agenzia nata per altri scopi. Doveva vigilare soprattutto sulle aittività illecite di betting. È sempre un’azione di sorveglianza, ma basata su competenze diverse. È stato come affidare il controllo della vista a un otorino. I tennisti in attività attualmente sospesi dalla ITIA sono 19, ma la cifra comprende appunto pure quelli squalificati per le scommesse. Sono la maggioranza e nessuno è presente fra i primi-100, uno solo fra i 100 e i 200 come miglior piazzamento in carriera. 

La Gazzetta dello SportTuttosport

 

IL RACCONTO

L’ultimo punto più importante del Clostebol in questa storia è l’acritico sollievo messo in piazza dal giornalismo sportivo italiano. “Sinner, solo luci” titola il Corriere dello sport-stadio in prima pagina stamattina. Sinner è “più forte di tutto” esulta Tuttosport, mentre “Sinner positivo ma già assolto” sospira la Gazzetta. Nella pagina dei commenti nessun cenno a questa storia, se non 50 parole incollate sotto un pezzo di Paolo Bertolucci evidentemente consegnato prima, per celebrare il titolo di Cincinnati, 50 parole su 400 introdotte da: “infine”. “Infine un aiuto a Jannik è invece arrivato dal verdetto” eccetera eccetera. Dopo i pezzi assai informati sui watt di Pogacar in salita al Giro e al Tour, dopo i sospetti sul record del mondo di Pam nei 100 stile libero, dopo l’irrisione delle contaminazioni altrui (i nuotatori cinesi) e i dubbi sulle assoluzioni rapide  (il velocista americano Knighton) , viene da domandarsi cosa avremmo letto stamattina se quel Trofodermin fosse finito attraverso le mani di un massaggiatore ferito con lo scalpello dei calli, curato con un cicatrizzante al doping, nel corpo e nelle urine di Carlitos Alcaraz. Ah, questi spagnoli. Chiediamo chiarezza. 

CHE COSA STANNO SCRIVENDO ALL’ESTERO

I quotidiani stranieri sono un po’ più inclini alla complessità. L’Équipe scrive che il caso solleva degli interrogativi. El Pais ricorda il travaglio di Simona Halep per dimostrare la sua inconsapevolezza e il Daily Mail su questo travaglio si sofferma. Parla di fantasma presente in questa storia e scrive che il suo caso ha seguito una traiettoria molto diversa.

“La campionessa di Wimbledon 2019 è stata sospesa provvisoriamente nell’ottobre 2022 e quasi un anno dopo squalificata per quattro anni. Ha fatto ricorso alla Corte arbitrale dello sport e la sua sospensione è stata ridotta a nove mesi. Stiamo ancora aspettando le motivazioni di questa sentenza. Non ci è stato detto nulla dei due test falliti di Sinner fino a ieri, dopo che l’italiano era stato scagionato. Il motivo è che ai giocatori viene concesso l’anonimato se presentano ricorso con successo contro la sospensione provvisoria, come ha fatto Sinner. Ma perché il caso di Halep ha impiegato quasi un anno per essere risolto mentre quello di Sinner è stato concluso in quattro mesi, giusto in tempo per gli US Open? Il Daily Mail ha posto questa domanda all’International Tennis Integrity Agency e ci è stato semplicemente risposto che il caso di Halep era molto più complesso e che ci è voluto più tempo per indagare. È istruttivo – continua il Daily Mail – fare riferimento al caso di Marco Bortolotti, giocatore di doppio italiano numero 87 al mondo. A febbraio di quest’anno, Bortolotti è stato accusato di aver assunto clostebol, ma dopo aver fornito una spiegazione della contaminazione involontaria, non c’è stata alcuna sospensione provvisoria, nessun annuncio e un mese dopo è stato scagionato. Quel che è chiaro è che il tennis ha una lotta da combattere per convincere giocatori e tifosi che l’Integrity Unit faccia onore al suo nome”

Oliver Brown sul Telegraph scrive che “i test antidoping del tennis hanno perso ogni credibilità dopo il silenzio su Jannik Sinner. L’assoluzione dell’italiano solleva la questione se esista una regola per le superstar dello sport e un’altra per i giocatori di base. Sebbene le provocazioni gratuite di Kyrgios possano irritare, ci sono ragioni legittime per trattare con incredulità il modo in cui Sinner è stato perdonato. Confrontiamo la sua storia con quanto accade più in basso nella catena alimentare del tennis. Tara Moore ha avuto il suo momento di gloria quando ha vinto un match al primo turno di Wimbledon nel 2016. Sei anni dopo, il mondo della britannica è crollato, mentre risultava positiva agli steroidi a un torneo a Bogotà. L’International Tennis Integrity Unit alla fine l’ha scagionata, accettando la spiegazione della carne contaminata, ma non prima che il calvario di una ingiusta diffamazione avesse rovinato tutto ciò che aveva costruito”.

1 commento su “Il tennis ha un problema di credibilità con il doping: anche se Jannik Sinner è innocente | Che cosa non va in questa storia”

  1. Dan Rispondi

    I just discovered your blog looking for Italian voices that questioned Sinner’s case official narrative. Thanks for the refreshing insight you provide

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