EURO 2024
Ora certamente non si può fingere che il macronismo e la politica di Mélanchon siano gli alleati più naturali e credibili. Ora certamente la Francia dovrà inventarsi un governo, ma nel frattempo le elezioni le hanno vinte Marcus Thuram e Vikash Dhorasoo, le due voci che più esplicitamente avevano individuato la partita in gioco, fermare Marine Le Pen e il Rassemblement National, la forza dell’estrema destra, il partito nel quale si può credere che far cantare i pezzi di Edith Piaf ad Aya Nakamura, alla cerimonia d’apertura dei Giochi olimpici non sia abbastanza rappresentativo della francesité – sempre che questa parola significhi qualcosa.
Hanno vinto loro due le elezioni, più di Kylian Mbappé, che se ne era stato su un crinale macronista, parlando di estremismi, due, non uno solo, equiparando così la sinistra di Mélenchon alla destra di Le Pen, facendo un po’ il gollista, non riuscendo a fare gol. Il suo intervento è stato quello mediaticamente più rumoroso, non quello politicamente più forte. Anche il suo annuncio di una iniziativa comune e collettiva della squadra è morto là, non c’è stato alcun seguito, segno delle anime differenti che esistono dentro lo spogliatoio.
Eppure, stamattina, Aldo Cazzullo sul Corriere della sera apre il suo editoriale con l’immagine della Nazionale. Scrive: “Quella che avete visto arrivare, sia pure con qualche patema, alla semifinale, non è una squadra africana benevolmente ammessa ai campionati europei di calcio. È proprio la Francia. Quando nei quarti contro il Portogallo è uscito Antoine Griezmann — che peraltro ha un padre tedesco, una mamma portoghese e una moglie spagnola —, in campo sono rimasti dieci francesi della pelle nera (chiamati in Francia black), e di origini per lo più africane o mediorientali, come William Saliba, papà del Libano e madre del Camerun. L’unico bianco era il capitano del Milan, Theo Hernández, famiglia catalana di Girona, compagna italiana di Verona. È sbagliato giudicare le persone dal colore della loro pelle e dal posto da cui vengono. Lo dice persino Marine Le Pen. Ma è sbagliato pure pensare che il lepenismo sia il futuro della Francia e dell’Europa. Quando la gente vota di più, come ieri — una partecipazione che non si vedeva dai tempi della prima vittoria di Mitterrand —, il lepenismo è seccamente battuto“.

Mike Maignan è stato impressionante dall’inizio dell’Europeo, forse non sarà il più loquace della Nazionale francese ma è un leader naturale indiscusso. A modo suo. Così dice stamattina L’Equipe, celebrando il portiere della Francia attesa domani alla semifinale degli Europei contro la Spagna.
“Magic Mike, il soprannome che aveva ai tempi del Lille, è diventato negli ultimi anni il Generale. Diffonde un sentimento di invulnerabilità che dà a questa squadra la speranza di arrivare lontano. Ma è diventato anche un leader particolare, come se si ispirasse a Bernard Blier in Tontons flingueurs. Maignan non trae ispirazione da molte persone. Segue il suo percorso. Esercita una leadership apprezzata internamente. Le sue parole si contano, ma vengono ascoltate. Quando dice qualcosa, si fa sentire. Padre di tre figli, carico di responsabilità già da ragazzino, il portiere del Milan non è il tipo che usa circonlocuzioni per dire quello che pensa, anche se a volte spiazza il pubblico. Non è nemmeno il tipo che fa ciò che non vuole. Quando per una ripresa pubblicitaria gli è stato chiesto di lanciarsi un tuffo, ha risposto: – Non se ne parla nemmeno, non è da me. In Germania è l’unico tra i venticinque convocati a non aver partecipato ancora a una conferenza stampa, eppure avrebbe sicuramente risposto alle domande sulla situazione politica del Paese“.
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